L’unica cosa di cui valga la pena narrare è il cuore umano in conflitto con sé stesso. L’affermazione, fatta da William Faulkner nell’atto di ritirare il Premio Nobel per la letteratura conferitogli nel 1949, è sempre stata la regola aurea della scrittura per George R.R. Martin.

Le cronache del ghiaccio e del fuoco, giunte in questo momento al quinto romanzo, superano ormai le 5.000 pagine e, cosa ancor più impressionante, nell’ultimo romanzo compare un appendice dedicato alle genealogie delle nobili case lungo 55 pagine. I personaggi comparsi sulla scena superano il migliaio, i punti di vista attraverso cui Martin sta portando avanti la storia ben 24. Nel primo centinaio di pagine de Il trono di spade il lettore viene continuamente spiazzata dai ripetuti cambiamenti del punto di vista (nell’ordine Bran, Catelyn, Daenerys, Eddard, Jon, Catelyn, Arya e di nuovo Bran).

Superato il secondo capitolo di Bran il problema sparisce perché il momento in cui Jaime mostra cosa sia capace di fare per amore è quello che ha inesorabilmente catturato la maggior parte dei lettori ma anche degli spettatori della serie televisiva.

La scena è drammatica. Un bambino di sette anni viene scaraventato giù da una torre con l’intento di ucciderlo, e ovviamente il lettore non può non preoccuparsi per la sua sorte. Subito prima aveva avuto anche un assaggio dei conflitti e degli inganni che si celano dietro al Trono di spade. Non sono i conflitti però la cosa più interessante, almeno non nelle pagine immediatamente successive, quanto piuttosto la risposta alla domanda “Bran vivrà?” Martin per dare questa risposta si prende il suo tempo e intanto irretisce i lettori nella ragnatela degli intrighi, al punto che quando finalmente la risposta arriva sono talmente affascinati e incuriositi dal suo mondo da non poterne più uscire, mentre l’indice dei nomi che prima era fondamentale per non perdersi nella gran quantità di nomi e personaggi è diventato un elemento superfluo che non si consulta quasi più.

La famiglia Stark nel primo episodio della prima stagione di Il trono di spade
La famiglia Stark nel primo episodio della prima stagione di Il trono di spade
Il mondo di Martin è estremamente complesso. Gli eventi che si sono verificati quindici anni prima sono fondamentali per lo svolgimento di quelli attuali, ma per raccontarli senza annoiare il lettore serve tempo. L’inizio della saga è rallentato dalla necessità di raccontare tutti i retroscena ma anche da un’altra difficoltà, proprio la struttura a punti di vista. Prologo a parte i primi cinque capitoli sono dedicati ciascuno a un protagonista diverso, poi ritorna Catelyn, quindi compare un altro personaggio e infine torna Bran. Con così poco tempo nella mente di ciascuno è normale che all’inizio il lettore si perda. Deve capire cosa stia accadendo e prendere le misure di quel particolare personaggio. Lo stesso avvenimento visto con gli occhi di uno dei protagonisti cambia enormemente quando viene visto con gli occhi di un altro. Per fare un esempio banale ne Il Grande inverno Eddard Stark invia lord Beric Dondarrion a catturare ser Gregor Clegane. La sua scelta di mandare Beric invece di ser Loras Tyrell, che pure si era offerto volontario, è legata sia alla convinzione che Loras non fosse pronto per una missione pericolosa come quella e che si sarebbe solo fatto ammazzare sia al desiderio di Ned di fare giustizia e non di portare avanti una vendetta, distinzione che il giovane cavaliere non è in grado di comprendere. Solo tre pagine dopo Sansa spiega alla sua amica Jeyne Poole che il padre non ha mandato in missione ser Loras perché la gamba “gli provoca dolori così forti da farlo sragionare”(1), anche se tutte le critiche che lei può muovere a Beric sono legate al fatto che con i suoi ventidue anni il lord della folgore è troppo vecchio per essere l’eroe di una delle ballate che lei tanto ama.

Martin ha strutturato la storia attraverso una narrazione per punti di vista con lo scopo di essere il più realistico possibile, perché nella realtà nessuno ha una visione onnisciente di ciò che sta accadendo, dall’alto, come ce l’ha invece il narratore esterno di tanta narrativa. Il suo scopo era calare lettore all’interno della storia nel modo più totale, e questo significava fargli provare ciò che provano i suoi protagonisti, mostrare i loro pensieri, le loro emozioni, ma anche le loro limitazioni. Il lettore si forma comunque una visione d’insieme leggendo tutti i punti di vista, ma la percezione dei medesimi eventi cambia enormemente a seconda di chi è l’osservatore. Per Sansa la morte di un giovane cavaliere al torneo tenuto in onore del padre ne Il trono di spade è un momento terrificante ma casuale e che viene presto dimenticato, cancellato dalla bellezza e dalla galanteria di ser Loras che dopo l’ennesimo incontro vinto le dona una rosa rossa. Suo padre guarda il cadavere del giovane e si sente in colpa perché non sa se è stato il suo desiderio d’interrogare ser Hugh della Valle a proposito di Jon Arryn a decretarne una condanna a morte. Entrambe le reazioni sono naturali per il personaggio che sta prestando al lettore il suo sguardo pur essendo diversissime fra loro, ed entrambe gli consentono di sentire più reali gli avvenimenti di cui sta leggendo. E molto diversi fra loro sono tutti gli altri punti di vista, tanto è vero che è impossibile confondere le varie voci narranti.