Nel seminterrato di una villa dove si è consumata una strage feroce e inspiegabile viene trovato il cadavere di una giovane donna semisepolta che, all’apparenza non ha alcun rapporto con gli altri morti. L’autopsia viene affidata a Tommy Tilden e suo figlio Austin, due medici legali che esercitano nel laboratorio che si trova sotto la loro casa. Da subito però capire le cause della morte di questa sconosciuta Jane Doe sembra impossibile, perché se esternamente il corpo non presenta alcun trauma, in realtà la ragazza pare essere stata seviziata in maniera terribile. I due patologi cercano di dare una spiegazione razionale a tutte queste stranezze, mentre nell’obitorio iniziano a manifestarsi presenze inquietanti.

State alla larga stomaci deboli: Autopsy non fa per voi. André Øvredal, il regista norvegese che in carriera vanta solo la precedente e singolare pellicola Trollhunter, mette da subito le cose in chiaro divertendosi un mondo a mostrare allo spettatore del gore asettico da vivisezione di cadavere. Il film infatti è un riuscitissimo ping pong tra l’esibito di viscere, intestini e seghe craniche, e il celato con sagome di mostri assassini che emergono tra fumo e nebbie.

Autopsy, tutto girato all’interno di un obitorio in uno scantinato, è anche soprattutto un film claustrofobico, con una regia attenta anche ai più piccoli dettagli in grado di creare la giusta suspense, con giochi di specchi davvero da brividi. Questa dualità si riflette anche nella storia stessa, con una prima parte in cui è il giallo a tenere banco, e dove la domanda di spettatore e personaggi è: come è morta Jane Doe? La seconda parte, forse quella più debole, invece è più basata sulle azioni che i nostri devono fare per salvarsi la pelle.

Autopsy
Autopsy

Autopsy non è di certo il classico horror ma neppure una pellicola troppo sperimentale. Si tratta di un film in cui si possono trovare gli stilemi del genere ma, per una volta tanto, trattati come dio comanda.