La trama

La voce narrante ci racconta del mito di una principessa che abbandonò il suo regno sotterraneo per raggiungere il mondo degli umani, dove morì, lasciando il suo popolo a languire per il ritorno della sua anima.

In Spagna durante 1944, i soldati del governo fascista di Franco stanno tentando di trovare e distruggere i combattenti della resistenza che si nascondono sulle montagne.

Una giovane ragazza amante dei libri, Ofelia (Ivana Baquero), e sua madre Carmen (Ariadne Gil) viaggiano attraverso la campagna spagnola. Carmen aspetta un bambino dal nuovo marito, Vidal (Sergi Lopez), un orgoglioso e sadico capitano che converte un vecchio mulino in sede militare centrale.

Mentre Carmen è costretta a letto dalla gravidanza difficile, Ofelia esplora un intricato labirinto di pietra vicino all’avamposto militare, un'isolata casa colonica, dove si sono sistemati. Qui incontra il fauno, leggendaria creatura mezzo uomo e mezzo capra (interpretato dall’irriconoscibile Doug Jones, visto in "Hellboy"). Gli ormeggi alla realtà vengono liberati dal fauno, e Ofelia non dubita un istante delle sue parole.

Il fauno le rivela la sua vera identità: Ofelia è la principessa perduta che per poter fare ritorno alla sua casa sotterranea deve completare tre pericolose prove.

La prima consiste nel recuperare una chiave inghiottita da un rospo mostruoso; nella seconda deve affrontare una creatura senza volto seduta a una tavola invitante e che divora chiunque assaggi un solo boccone; la terza è costituita da un dilemma classico che richiede lo spargimento di sangue innocente.

Spesso abbiamo invocato un fantasy adulto, affrancato dagli stereotipi che in qualche modo sono diventati confortanti situazioni in cui il fan fantasy ama ritrovarsi.

Fantasy adulto è un’espressione che fa orrore, ma per Del Toro passando attraverso l’orrore il fantasy può diventare adulto. Scordiamo le delicate storie fiabesche e torniamo al passato, quando le favole per bambini erano dominate da una vena nera e affondavano le loro radici nelle paure ancestrali e profonde.

Del Toro ha dichiarato che “Il labirinto del Fauno è un film drammatico ambientato in un contesto di guerra, con l’aggiunta delle fate e degli elementi mitologici. Una storia che solleva interrogativi universali che spero riguarderanno tutti noi”. La produzione si è premurata di avvisarci che Del Toro non ha mai avuto l’intenzione di fare del Labirinto del Fauno un film fantasy, che implicitamente esprime un giudizio di merito nei riguardi del genere. Peter Jackson non ha insegnato nulla. E’ l’unico neo di questa produzione altrimenti degna di nota.

 

Se è vero che un frutto non cade mai lontano dall’albero, anche volendo Del Toro non può (e non lo fa) rinnegare che la sua formazione è intrisa di fantastico: i suoi primi film sono horror, così come il progetto su cui è attualmente impegnato (l’adattamento di At the Mountains of Madness di H. P. Lovecraft), la sua ispirazione per Il labirinto del fauno viene dai dipinti neri del Goya e dalle illustrazioni di Arthur Rackham.

 

E’ vero che le fantasmagorici e paurose creature - tra cui radici di Mandragola vive e contorcenti, un enorme rospo ghiotto di insetti, un uomo pallido e scheletrico, fantastica creatura ghiotta di bambine disegnata in modo spettacolare con bulbi oculari bizzarramente posizionati-  sono nulla comparate alle bestie spietate che popolano la sua realtà (il neopadre di Ofelia, il capitano Vidal, tocca abissi di crudeltà inarrivabili per le creature sotterranee), ma è pur vero che senza di loro la storia sarebbe profondamente diversa e che lo spietato confronto tra realtà e fantasia è intrecciato in modo inestricabile alla vicenda.

La direzione autoritaria di Toro sposta la macchina da presa dal piano della realtà a quello della fantasia con fluidità straordinaria, eppure riuscendo a mantenere netta la separazione tra le storie ‘delicate’ e quelle ‘crudeli’

Uno degli adulti dice ad Ofelia, "Il mondo non è come le storie delicate che ama leggere. Il mondo è un luogo crudele."

Tecnicamente si può annotare una straordinaria cura per tutto il comparto ‘sonoro’, con effetti sempre presenti ma mai ‘invasivi’. Ottimo anche il lavoro di Guillermo Navarro, direttore della fotografia, ed Eugenio Caballero alle scenografie. Notevoli gli effetti speciali di David Marti, già con Del Toro per La spina del diavolo ed Hellboy: il fauno è una commistione tra organico e inorganico e i suoi arti inferiori sono fatti di foglie e rami.

Il film è un ritratto bello e oscuro, della realtà vista attraverso lo sguardo vetrificato del fauno.

Probabilmente il gusto di Del Toro per il surreale farà nascere in voi alcune domande che non trovano risposta, ma nell’implacabile incedere della vicenda non se ne sentirete la necessità.