Il tempo come Ruota

“La Ruota del Tempo gira e le Epoche si susseguono, lasciando ricordi che divengono leggenda; la leggenda sbiadisce nel mito, ma anche il mito è ormai dimenticato, quando ritorna l’Epoca che lo vide nascere. In un’Epoca chiamata da alcuni Epoca Terza, ‘un’Epoca ancora a venire, un’Epoca da gran tempo trascorsa’, il vento si alzò nelle Montagne di Nebbia. Il vento non era l’inizio. Non c’è inizio né fine, al girare della Ruota del Tempo. Ma fu comunque un inizio.”

Con queste parole Robert Jordan dava inizio, nel 1990, alla sua monumentale saga La Ruota del Tempo. È vero, nelle pagine precedenti a queste righe c’era un breve prologo ambientato qualche migliaio di anni prima rispetto agli altri eventi narrati ne L’Occhio del Mondo. E, in un’altra pagina, erano riportate un paio di profezie che – come sempre in queste storie – acquisteranno il loro significato parecchie pagine più avanti, ma per tutti i lettori è qui che inizia il romanzo. Con queste parole, fatto salvo il luogo di origine del vento che cambia in gran parte dei romanzi, inizia anche ciascuno dei successivi volumi.

Una frase evocativa, epica, che dà i brividi al lettore e che, non importa quanto tempo sia passato da quando ha chiuso il volume precedente, lo riporta subito lì, in quei luoghi e a quei protagonisti. Ma anche una frase che mette subito al centro uno dei concetti cardine della saga, quello del tempo che trascorre e poi ritorna, ciclico, come una ruota che gira.

Nel sempre più corposo glossario con cui chiude i volumi, l’autore scrive che “il tempo è una ruota con sette raggi, ciascuno dei quali è un’Epoca. Col girare della Ruota, le Epoche giungono e passano, […] Il Disegno di un’Epoca è leggermente diverso a ogni ritorno dell’Epoca in questione, e in ogni momento è soggetto a cambiamenti più vasti, ma ogni volta si tratta della medesima Epoca.”

Il tempo che ritorna quindi, sempre uguale e sempre diverso. Un concetto, questo, mutuato dalle credenze induiste.

Il tempo nell’induismo

Fin dai Veda, testi religiosi di vario genere compilati fra il XVIII e il VII secolo a.C. circa, il tempo è rappresentato sotto forma di ruota (chakra) sulla quale sono riuniti tutti gli esseri. I

suoi raggi sono altrettante vie che possono consentire agli individui, normalmente collocati sulla circonferenza, di raggiungere il mozzo attraversato dall’asse motore, cioè Dio.

Poiché è circolare, il tempo non ha né inizio né fine. Ma anche se in questo modo non è concepibile una vera e propria Creazione, l’universo, come ogni essere vivente, nasce, si sviluppa, invecchia e muore.

Questo è possibile grazie alle ere cosmiche, vasti movimenti che vanno dall’apparizione di un mondo alla sua scomparsa.

All’inizio il residuo dell’universo precedente esplode e i vari elementi che lo componevano si ricompongono in un germe, o uovo, dal quale riappariranno tutte le cose. Al momento della sua comparsa, il nuovo universo conosce un’era di quasi-perfezione. A poco a poco, però, compaiono dei difetti che ne offuscano la limpidezza, generando una nuova era.

A questa ne succede inevitabilmente una terza, nella quale dominano le manifestazioni, e infine giunge l’era buia, nella quale la decadenza è al culmine. Al termine di questo processo di involuzione l’universo si contrae e implode. Ciò che rimane è un “resto” dal quale, necessariamente, nascerà un universo nuovo.

Quest’idea di una decadenza progressiva è presente in altre culture. In quella greca, per esempio, si parla di quattro momenti nella storia del cosmo. Alla primitiva età dell’Oro seguono quelle dell’Argento, del Bronzo e del Ferro.

E forse non è un caso che gli eventi narrati da Jordan si svolgano nella terza era, quando già il processo di decadenza è fortemente avanzato, e c’è il rischio di precipitare in un’era davvero oscura.

Il fatto che il tempo dell’induismo sia ciclico significa che ogni universo non è mai la riproduzione di un altro universo identico. È vero che la ruota, girando, deve necessariamente riportare uno qualsiasi dei punti della sua circonferenza a un posto che esso occupava precedentemente, ma questo riguarda solo il tempo e non le manifestazioni della natura. Ogni universo, essendo costituito dagli stessi elementi e animato dalla stessa energia, somiglia un po’ a quello che l’ha preceduto, ma somiglianza non significa identità.

E dato che le combinazioni possibili sono un numero indefinito, gli universi sono tutti diversi.

Su queste differenze lo scrittore americano basa il tentativo del Tenebroso d’influenzare il mondo al punto tale da spezzare la Ruota e dominarlo.