Abbiamo fatto qualche domanda a Francesco Barbi, l'autore dell'Acchiapparatti di Tilos. Eccovi la storia dell'evoluzione artistica di questo scrittore pisano, più qualcosa su lui stesso.

Chi è Francesco Barbi e come è nata la sua passione per lo scrivere?

Nato a Pisa nel 1975, direi che al momento mi sento fondamentalmente padre di una bambina meravigliosa e e insegnante di matematica e fisica nella scuola secondaria superiore.

La passione per la scrittura è sbocciata quasi per disperazione durante gli anni di studio universitari. Ad un tratto realizzai di avere l'impellente bisogno di fare qualcosa di creativo. Ricordo che attraversai un periodo nel quale passavo intere giornate a modellare la creta. Ripresomi da quella parentesi squinternata, ritrovai la passione adolescenziale per i giochi di ruolo, ma in breve mi resi conto che per preparare una seduta di qualche ora riempivo pagine e pagine di quaderno... Fu allora che mi iscrissi a un corso di scrittura creativa e iniziai a inventare racconti.

Avevo sempre avuto la passione per le parole ed ero già un lettore accanito: compresi quasi subito che scrivere poteva essere la forma di espressione-creazione in grado di soddisfare il mio bisogno.

Pare che tu abbia fatto il pugile: è vero? Una combinazione ben strana, pugile, insegnante di materie scientifiche e scrittore di romanzi fantasy...

Be', quando mi allenavo, sebbene già scrivessi, non ero ancora un docente di matematica e fisica. Ho iniziato con il pugilato da "vecchietto," a 23 anni, e l'ho praticato seriamente per cinque o sei. Ho esordito dopo qualche mese di allenamento, poi, con calma, ho fatto una decina di incontri a livello dilettantistico.

In effetti, non saprei spiegarne la causa profonda, nella vita ho sempre cercato di dilettarmi in (o definirmi con) attività in apparente contraddizione. Se rifletto però sul perché io abbia scelto il pugilato con un approccio simile a quello di uno storico che analizza vicende di 50 anni prima, credo di individuarne il motivo: a 21 anni ho scoperto di avere una malattia alle ossa, la spondilite anchilosante. Nelle sue forme più gravi (non è il mio caso) le vertebre della colonna tendono a saldarsi e si possono sviluppare vistose gobbe; il legame di Ghescik con il mio vissuto personale mi sembra piuttosto evidente. Ebbene dopo che il dottore mi ebbe trattato come una persona con un handicap, decisi di buttarmi nel pugilato. La spondilite porta alla rigidità ed è forse l'unica malattia alle ossa che può essere mitigata dal movimento...

Probabilmente anche la deturpazione di Gamara ha a che fare con il pugilato. Dopo che il mio naso si ruppe, il progressivo cambiamento delle fattezze del volto mi deve aver toccato nel profondo. Ad ogni modo, smisi perché cominciavo ad essere un po' troppo vecchio per quello sport (dopotutto, sebbene avessi vinto qualche match, non ero un campione). E soprattutto era finita l'epoca in cui potevo permettermi di allenarmi quattro o cinque volte alla settimana dalle cinque alle sette del pomeriggio.

Comunque adesso porto in giro il mio naso camuso con una certa fierezza. Come ama dire un mio caro amico: "Meglio morire usati che nuovi."

Quali sono gli autori, italiani o stranieri, che maggiormente ti hanno influenzato?

Sono un lettore onnivoro e dunque amo leggere un po' di tutto. Non riesco a individuare con precisione gli autori che mi hanno maggiormente influenzato, ma posso provare ad elencare coloro che mi sono piaciuti di più: Orwell, Bradbury, Huxley, Tolkien, Gemmell, Martin, Simenon, King, Wilesford, Malet, Ende e Akunin sono quelli che mi vengono in mente così sui due piedi.

Come nascono l'ambientazione dell'Acchiapparatti e i suoi personaggi così malmessi?

Per quel che riguarda l'ambientazione, è semplice. Sono sempre stato affascinato dalla storia alto medioevale, soprattutto dagli aspetti più cupi e grotteschi di quell'epoca. Mi considero piuttosto pignolo e attento ad aspetti quali coerenza, plausibilità e realismo, e dunque volevo una base solida per la costruzione delle Terre di Confine.

Invece l'invenzione-adozione di protagonisti così particolari non è stata una scelta consapevole, almeno inizialmente. Credo che ad un livello più superficiale, in qualità di autore-burattinaio, io abbia semplicemente sentito il desiderio di aver a che fare con personaggi strani, bizzarri.

Ghescik è venuto fuori subito (come dare voce ad una parte consapevole di me) gobbo, ambizioso e calcolatore; invece, che Zaccaria dovesse divenire l'altro personaggio principale non era affatto previsto. La mia progressiva identificazione con lui, nello scrivere il libro, ha fatto sì che la vicenda prendesse pieghe inaspettate e adottasse come protagonista proprio questo personaggio peculiare e "malmesso". D'altra parte Zac è anche un po' stregone e, per me, la magia nel mondo reale è la creatività. Man mano che scrivevo, dunque, mi avvicinavo a quel personaggio. Mi sento grato nei confronti di Zaccaria, attraverso le cui vicissitudini ho recuperato alcuni tratti del mio carattere e che dunque, per quel che mi riguarda, è stato davvero "magico".

A livello più profondo, invece, la scelta di mettere in scena simili personaggi ha probabilmente a che fare con uno dei temi centrali del libro, rappresentato simbolicamente in copertina: il tentativo dall'esito catastrofico compiuto dallo stregone Ar-Gular di separare la parte più pura e sana della sua anima da quella più tetra, ombrosa. Sul retro del libro è invece rappresentato un uccello (si tratta di un gruccione, per l'esattezza) dai colori sgargianti, realistico e ricco di dettagli, ma con una cavità scura o quantomeno un'ombra al posto dell'occhio. Esso, per l'appunto, simboleggia i personaggi protagonisti del libro che, curati nei dettagli e "colorati", sono tutti però in qualche modo caratterizzati dall'avere una macchia, fisica o psichica.

Lo stregone aspira, in modo fallimentare e utopico, a negare questa sfaccettatura e a raggiungere l'immortalità attraverso l'eliminazione di una parte del sé. Al contrario, il lato oscuro o caotico dei personaggi principali reca anche forze creative vivificanti. Oltre che rendere ciascuno di essi, a mio modo di vedere, più vero e più intrigante. Peraltro è proprio l'esistenza stessa del Mietitore, che è quasi un'incarnazione del male, a far sì che la magia possa sopravvivere nelle Terre di Confine.