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Egle Rizzo

Egle Rizzo
Nani a parte, sembra di assistere alla collezione completa di tutti i cliché su cui ormai sembrava essere stato scritto di tutto. Eppure, e per fortuna, se gli ingredienti sono quelli che conosciamo, la ricetta sembra riservare tante buone sorprese: una bella presentazione, accostamenti inaspettati e quel pizzico di sale che rende tutto gustoso. La forza della Rizzo è quella di non appoggiarsi troppo sul trucchetto della Storia infinita, che avrebbe decretato il fallimento del romanzo; bensì di giocarci, con una rara consapevolezza.
Ne vengono fuori dei buoni momenti di humor, in grado di accompagnarci con un senso di leggerezza per tutte le oltre seicento pagine. Quasi non si fa caso agli intrighi politici e religiosi, ai disegni folli di conquista e soprattutto alla brusca virata verso la fantascienza che vuole insegnare, alla fine, che una buona fantasia è in grado di spazzare via qualsiasi barriera. È un libro che non ammicca al lettore avulso dal fantasy, che non cerca nuovi proseliti, questo va detto. Ma lascerà una buona impressione tutta italiana negli amanti del genere.
Il tuo ultimo libro si basa su un’idea semplice eppure molto pericolosa: una scrittrice si ritrova all’improvviso immersa nel proprio romanzo. Perché hai deciso di intraprendere questa strada?
L'idea della "scrittrice nel romanzo" in questa storia mi è venuta per due motivi. Uno razionale, l'altro sentimentale.
Il motivo sentimentale è che io ho sempre giocato a viaggiare "tra i mondi", dall’ età di 5 anni. E poi anche dopo, passando da un romanzo all'altro e rimescolando i personaggi delle varie storie. Ovviamente se volessi mettere per iscritto una fantasia del genere violerei una decina di copyright, e questo è un ostacolo non da poco. D'altro canto ci sono molte storie in cui un terrestre finisce in un mondo di sogno, ma raramente mi è capitato di trovare la figura del "fanatico del fantasy" che fosse impegnato in questo viaggio. E questo mi ha sempre lasciato un briciolo d'insoddisfazione, dato che sono proprio persone del genere ad avere diritto a un biglietto per gli universi della fantasia. Magari anche solo per accorgersi che sarebbe stato molto meglio restare a casa.
Il motivo razionale, invece, è che molti tendono a considerare il fantasy come un genere del tutto avulso dalla realtà, e io mi rendo conto di essere abbastanza con la testa tra le nuvole. Ma questo non vuol dire che quello che scrivo non abbia delle radici ben precise in un viaggio o in qualche libro di storia, o qualcosa del genere. Si dice che ogni scrittore voglia parlare di se stesso... ma uno scrittore di fantasy deve restarsene ben mimetizzato sotto la superficie. E' difficile che a qualcuno venga in mente di cercare le esperienze personali dello scrittore nelle lotte contro draghi e maghi malvagi, senza contare che ho sempre detestato gli scrittori che si intromettono nella storia, come dice anche Aelin stessa da qualche parte.
Tra gli elementi più riusciti del romanzo, ce n’è uno tra l’altro difficilissimo da usare: l’ironia. Forse proprio a causa della presenza della scrittrice nella storia sei riuscita a ottenere un buon risultato
Saper giocare la carta dell'ironia, se non della comicità, è sempre stata la mia grande ambizione. Ebbene, ho capito ormai una "grande" verità. Essere ironici in un libro fantasy è maledettamente difficile. A meno di non voler scivolare nella parodia, ma quella è un'altra cosa. Perché una battuta faccia effetto è necessario che chi la pronuncia e chi la ascolta siano entrambi consapevoli dei sottintesi che stanno dietro a quella frase. E' per questo che le barzellette sulle abitudini degli elfi arboricoli dalle orecchie azzurre non hanno una gran presa sul lettore medio terrestre. Ma se inserisco una terrestre nel romanzo, lei e il lettore avranno lo stesso background culturale, ed essere ironici è all'improvviso molto più facile. Certo poi magari la maggior parte delle mie "battute" erano metaletterarie, ma credo fosse una tentazione quasi inevitabile, a quel punto. Alcune le ho pure tagliate, e me lo dicevo da sola che rischiavo di diventare noiosa (o meglio lo dicono i personaggi del romanzo), ma l'idea di rivoltare la storia come un guanto e mostrarne i meccanismi interni per quanto possibile è una cosa che mi ha divertito parecchio, lo ammetto. E' anche il motivo per cui ho scelto una storia per certi versi già "vista". A parte il fatto che le grandi idee non sempre bussano alla porta, sentivo che l'esperimento andava fatto con una storia che fosse più "classica".
Fantasy e fantascienza. A un certo punto ciò che sembrava puro diventa contaminato in modo piuttosto brusco, rischiando addirittura di disorientare…
Credo di avere la fissazione con gli elfi tecnologici già da un bel po' di tempo... infatti spuntano anche in una cosa che ho scritto a tredici anni, anche se con modalità e caratteristiche del tutto diverse. A pensarci bene c’è un motivo: gli elfi sono la razza superiore per eccellenza, ma se devono dirmi che la superiorità sta nel parlare agli alberi e ai cerbiatti c'è una parte di me che è pronta a dissentire profondamente.
Ma ammetto di essere anche io diffidente nei confronti delle contaminazioni. Quindi ci ho pensato diecimila volte, prima di inserire la parte degli elaunoi. E in qualche modo volevo che la parte puramente "fantasy" fosse conclusa in se stessa, prima di passare avanti. D'altronde avevo la netta sensazione che il tassello "fantascientifico" fosse più originale di tutto il resto.
Parliamo un po’ di tecnica: si apre il libro e si trova la solita mappa, e subito si pensa, com’è giusto, che ci sia dietro la costruzione di un nuovo mondo. Come funziona per Egle Rizzo questa fase?
Costruire un mondo è la parte che più mi intriga del fantasy. In realtà quando scrivo la storia parte da un'idea più o meno essenziale, ma poi inizio a guardarmi intorno, cercando di collezionare tutti gli spunti possibili da gettare nel mio calderone ribollente. Non nel senso che mi metto a fare un lavoro di ricerca apposito, ma piuttosto che colleziono tutti gli elementi che mi capitano sotto mano per poi ricomporli in un mosaico coerente. Ad esempio in Ethlinn c'è una scena dove ci sono delle statue di cera che si sciolgono, e sono sicura che quest'immagine mi è venuta in mente osservando delle candele in una cattedrale in Francia. Di sicuro leggiucchiare qualche libro di storia o di mitologia poi risulta sempre utile, ma in realtà non vado a "controllare" mentre sto scrivendo. D'altronde è proprio questo il vantaggio del genere fantasy.

E poi c’è la politica, che mi sembra rivesta sempre un aspetto fondamentale nelle tue storie.
Mi lascio guidare dalle dinamiche sociali, sì... in effetti mi dà un po' fastidio che nella maggior parte dei romanzi fantasy si descriva una società statica, o dove i cambiamenti vengono imposti dall'alto, magari per l'uccisione del crudele dio malvagio. Infatti mi accorgo che finisco sempre con lo spostare lo spettro della situazione verso il rinascimento, piuttosto che perdermi in un medioevo mitico e senza età. Il bello è che a me le armi da fuoco nemmeno piacciono (be’, a dire il vero nemmeno spasimo per le armature di latta, ma questa è un'altra storia…)
Come sei arrivata alla pubblicazione con Dario Flaccovio?
Prima di andare dalla Flaccovio avevo tentato un paio di concorsi, ma così alla ventura. E non è andata troppo bene. Poi ho avuto la fortuna di una congiunzione favorevole. Ho trovato una casa editrice che si stava espandendo proprio in quel momento verso il settore narrativo, e in più era il momento in cui c'era il successo del Signore degli Anelli. L'occasione era giusta per me e per loro, e così il libro è andato in porto.
E da grande che farai?
La bambina, magari? Non lo so, diciamo che tendo a non avere progetti a lungo termine...
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