Il Fantastico secondo Silvana De Mari

Sabato scorso l'autrice casertana ha presentato a Milano la sua nuova fatica, L'Ultima Profezia del Mondo degli Uomini. FantasyMagazine era presente e ha assistito a un interessante excursus sul Fantastico di cui vi diamo conto qui di seguito

Dimenticatevi subito le solite presentazioni. Quella di sabato è stata infatti, più che una presentazione, una mini-conferenza sul Fantastico della durata di quasi un'ora.

 

Silvana De Mari, infatti, oltre che medico e scrittrice, è un'appassionata studiosa della materia e questa passione, dal vivo, traspare tutta, lasciando indovinare, anche a chi la avvicina per la prima volta, la sua personalità straordinaria, la sua profonda cultura e la sua vivacità intellettiva.

 

Oratrice decisa e spiritosa, la scrittrice ha viaggiato speditamente attraverso una disamina delle fiabe e dei fantasy più cari al grande pubblico, macinando una mole di spunti che mi ha fatto rimpiangere di essermi premunita solo di un taccuino, anziché del registratore.

 

La De Mari ha precisato anzitutto come il nostro genere preferito sia il ricettacolo di tutto ciò che è “irraccontabile” e, dunque, l'orrore della fame, dell'incesto, della morte. Ciò di cui è troppo doloroso parlare viene sublimato infatti nel racconto fantastico ed ecco, allora, fiabe in cui il soggetto più debole per antonomasia, il bambino, subisce ogni sorta di soprusi: viene abbandonato (Hansel e Gretel), maltrattato (Cenerentola), minacciato di morte (Biancaneve), concupito ( Pelled'Asino), venduto (Raperonzolo). Tali aspetti sono lo specchio dei tempi in cui le fiabe popolari sono nate, tempi in cui si moriva per le epidemie e le carestie, in cui i deboli non erano tutelati e la lotta per la sopravvivenza era estrema.

Sono anche il riflesso delle società in seno a cui tali racconti sono stati generati: la De Mari ha portato a esempio la storia di Cenerentola, il cui nucleo originario risale alla Cina dell'anno 1000, un contesto in cui le bambine erano sottoposte all'atrocità della fasciatura dei piedi. La minuscola scarpina diventa allora l'emblema dell'impossibilità di muoversi e il vetro di cui è fatta ricorda il dolore di questa barbara pratica, perché il vetro è fragile e se si rompe taglia, provoca ferite e perciò dolore. Ma, alla fine, il 'premio' promesso alle tapine, dopo tali sofferenze,  è il matrimonio altolocato con l'uomo dei sogni, il Principe Azzurro.

 

Il protagonista delle fiabe è spesso un orfano e cioè spesso un bambino non voluto o non amato, alla mercé di adulti crudeli perché insicuri. Un esempio è la matrigna di Biancaneve, dalla personalità così incerta che ha bisogno della rassicurazione derivante dall'esteriorità (la bellezza fisica) e dalla validazione altrui (lo Specchio delle Brame). Questo meccanismo, quando avviene nella realtà, produrrà a sua volta bambini altrettanto insicuri del proprio valore di essere umani, che diventeranno i tiranni di domani.

 

Il tono delle fiabe muta con l'Illuminismo, l'età in cui iniziano ad aumentare l'alfabetizzazione, il benessere materiale della popolazione e i progressi della medicina. Condizioni che permettono una vita più agevole di quanto non lo fosse stata in precedenza e che continuano a svilupparsi lungo il corso del secolo successivo. Parallelamente, la religione perde importanza e la società acquisisce una veste più laica. La morte del bambino, pensiero insopportabile, a livello razionale, per una siffatta società che è stata privata del conforto dell'idea ultraterrena, viene relegata allora nella produzione fantastica. Si arriva così alle fiabe moderne di Pinocchio e Peter Pan.

 

Nel primo, tracce della rimozione si ravvisano in dettagli che hanno il sapore biblico: un padre putativo che si chiama Giuseppe e che fa il falegname; un burattino inghiottito da un pesce gigante come Giona nel ventre della balena; infine un protagonista di legno che, dopo il riscatto, ‘risorge’ come bambino di  carne.

 

Nel secondo, vi è il mondo dei morti: i bambini perduti dai genitori (si noti l’ambivalenza del verbo) si riuniscono attorno all’eterno fanciullo Peter, in un’Isola dove il tempo, inghiottito da un coccodrillo, non ha più un futuro.

La De Mari nota anche che l’opera di Barrie è il prodotto di una società in cui hanno iniziato a svilupparsi gli ospedali, quindi la malattia del bimbo non è più curata a casa e i piccoli soffrono, oltre che della propria infermità, dell’assenza dei genitori.

Temi analoghi riecheggieranno in seguito nel contemporaneo Harry Potter.

 

Il Ventesimo secolo è l’epoca che conosce il genocidio, parola coniata ai tempi del processo di Norimberga e che prima non esisteva, perché non esisteva il concetto sotteso. Nel corso della storia ci sono stati infatti etnicidi, ma il genocidio nasce con il sistematico sterminio nazista. Parimenti, nascono l’eugenetica e la fisiognomica e si arretra concettualmente ai tempi dell’antica Grecia, dove i malformati venivano gettati dalla rupe Tarpea e il concetto di ‘bello’ estetico era equivalente di ‘buono’ interiore.

 

E’ in questo momento che sorge il fantasy, erede delle vecchie fiabe che si confronta coi terribili totalitarismi storici in atto e che portano alla ‘fine del mondo’, rappresentata dal secondo conflitto mondiale. Il grande occhio soverchiante si ritrova allora sia nel 1984 orwelliano che nel Signore degli Anelli. Tolkien cerca di infondere il coraggio di vivere in un’epoca così terribile, un’epoca che ha punti di contatto con quella attuale, dove il terrorismo religioso è il nuovo nemico della civiltà che minaccia di riprecipitarci nella barbarie.

Oggi la letteratura fantasy è l’unica che ci parla ancora di eroi, di ideali cavallereschi, di contrapposizione buio-luce e bene-male, e che ci fornisce quindi, a livello di immaginario collettivo, gli strumenti di cui avvertiamo così tanto il bisogno anche nel mondo reale. Questa è, secondo la De Mari, la chiave del nuovo boom che il fantasy sta registrando.

 

 

Ma come si inserisce, in questo tessuto, L’Ultima profezia del Mondo  degli Uomini e, in generale, l’intera quadrilogia di cui quest’opera rappresenta solo l’ultimo tassello?

Nell’Ultimo Elfo viene affrontato il tema del genocidio, nell’Ultimo Orco quello della stupro etnico ispirato ai fatti accaduti in Bosnia e Ruanda, negli Ultimi Incantesimi l’importanza del ruolo della madri: nessuna pace mondiale sarà anche sono ipotizzabile fino a quando le donne potranno essere comprate, vendute, lapidate, torturate, sepolte sotto metri di tessuto.

Nell’Ultima Profezia del Mondo degli Uomini si conclude la storia di Rankstrail e Rosa Alba: il Capitano Rankstrail è uno dei tanti figli nati dalle violenze sulle frontiere che diviene l’eroe della lotta agli Orchi.

Come afferma la stessa autrice, “lui è il loro nemico mortale, colui che li ha fermati, conservando sempre nel cuore la vergogna e l’odio di essere un loro figlio”. Ma le incognite della vita lo condurranno a compiere un cammino proprio nel suo mondo d’origine, in cui “Rankstrail potrà ritrovare i figli perduti, perché a sua volta sarà guidato da luci di tenerezza che non aveva sospettato avere nella sua vita”.

 

Come accade a molti scrittori, la De Mari si è poi soffermata a precisare che i personaggi che l’hanno accompagnata così a lungo sono ormai così tangibili nella sua mente da essere percepiti quasi come reali, come presenze che l’accompagnano, per esempio, durante le solitarie passeggiate in compagnia del suo cane. Pertanto le è costato molto, in termini affettivo— psicologici, dare loro l’addio.

La scrittrice è ora al lavoro su un nuovo romanzo intitolato La Ballata dei Bambini senza Nome e con quest’informazione si è chiuso questa interessantissimo evento librario.

 

L’intero excursus è, come si vede, ricchissimo di suggestioni, e avrebbe meritato ben altri numeri di pubblico, rispetto alla mera dozzina di persone registrata sabato pomeriggio. Mi domando dove fosse la nutritissima schiera di detrattori del Fantastico italiano, sempre pronta a sputare schifata sui prodotti nostrani e poi sempre grande assente in presenza di un prodotto che potrebbe soddisfare il suo esigente palato. Probabilmente la De Mari paga anche lo scotto di non essere capita da molti pseudointellettuali e benpensanti che, aggrappandosi alla scusa dei toni forti esternati sul suo blog, si fermano all’apparenza, respingendone a prescindere i contenuti e ostracizzando l'autrice con la paradossale etichetta di bigotta e intollerante (quando non addirittura razzista). Non rendendosi conto, in questo modo, di allinearsi a favore di chi, nel mondo odierno, reprime le minoranze e i deboli proprio come accadeva da noi nei tempi più antichi e nel Medioevo. Perché giustificare, attraverso il relativismo culturale, regimi e pratiche totalitari, laici o religiosi che siano, significa schierarsi automaticamente con Sauron e ciò che esso rappresenta. Con buona pace di quei ‘lumi della ragione’ che hanno permesso alla nostra civiltà di uscire dalla barbarie.

Autore: Marina Lenti - Data: 12 ottobre 2010

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Commenti

1 bellissimo articolo! e grazie per avermi fatto conoscere quest'interessantissima autrice!

» postato da Karmillion alle 01:57 del 12-10-2010

2 Peccato che non preveda una data a Roma o dintorni, perchè l'articolo mi ha proprio incuriosito! E' interessante l'analisi offerta soprattutto delle fiabe, considerate parallelamente alla realtà sociale dalla quale ne provengono gli spunti. Mentre di alcune fiabe l'interpretazione poteva essere più scontata, la questione di Cenerentola non l'avevo mai letta da nessuna parte, nè l'avrei mai potuta immaginare da sola. «La De Mari ha precisato anzitutto come il nostro genere preferito sia il ricettacolo di tutto ciò che è "irraccontabile" e, dunque, l'orrore della fame, dell'incesto, della morte. Ciò di cui è troppo doloroso parlare viene sublimato infatti nel racconto fantastico » è veramente un concetto semplice ma illuminante, che condiviso o meno, offre una valida tesi sull'essenza del genere fantasy. Complimenti per l'articolo

» postato da Stefania alle 08:41 del 12-10-2010

3 Stimolanti le considerazioni della De Mari! Secondo me le fiabe non narrano ciò che è irraccontabile, ma ciò che DEVE essere raccontato, sono veicoli d'insegnamenti fondamentali. Parlano della conquista del "Sè" da parte di persone ridotte in stato di minorità (non per nulla i protagonisti sono spesso fanciulli, dei diseredati, degli esiliati). Sono una trasfigurazione dell'iniziazione che ogni individuo, nelle società antiche, doveva subire per entrare a far parte della comunità e ottenere lo status di persona, nonché una posizione più o meno di prestigio. Non apprenderete di certo dalle mie parole che i bambini nell'antichità non erano considerati dei teneri virgulti innocenti e asessuati, degli esseri da tutelare, ma semplicemente delle creature incomplete, fragili (la cui morte era un evento comune, per nulla tragico) passibili di essere sfruttate, vendute, abbandonate. Lo status particolare "privilegiato" dei bambini è una creazione dell'età moderna, dell'illuminismo. La morte del bambino diviene un evento altamente drammatico non tanto per la mancanza di fede nell'aldilà (mi sembra che la secolarizzazione generalizzata sia una cosa degli ultimi cinquant'anni ) quanto per la particolare dignità che la figura del bambino viene ad assumere. Se il piccolo viene percepito cone creatura innocente, incorrotta, poeticamente bella, da amare e coccolare, la sua morte è sempre una tragedia. Non può essere descritta con leggerezza, diviene un tabù. Per questo le fiabe cambiano. E io non parlerei tanto di Pinocchio e Peter Pan, che non sono fiabe ma romanzi fantastici destinati ai bambini, quanto delle riscritture dei racconti tradizionali contenuti nelle varie antologie di fiabe. Vengono cancellati i riferimenti all'incesto, e al sesso in generale, all'infanticidio da parte dei genitori e la morte dei protagonisti diventa sonno e incoscienza. La madre di Hansel e Gretel diviene Matrigna, da Cenerentola vengono tolti tutti i riferimenti alla madre morta, Cappuccetto rosso non muore divorata dal lupo ma viene estratta viva e vegeta dalla pancia della belva ad opera del cacciatore. Pelle d'asino non la si racconta più (o al massimo il padre vuole uccidere la figlia, e non sposarla). La Bella Addormentata non viene più perseguitata dalla suocera ma sposa il principe e stop. Molto (cattivo) fantasy, putroppo, rispecchia sovente il clima fasullo delle fiabe edulcorate, in cui il bene è bianco e il male è nero, la mamma è sempre buona e i bimbi sempre innocenti, la morte dell'eroe (sempre simpaticissimo, bellissimo senza macchia e senza paura) è temporanea e il cattivo è una macchietta destinata ad essere sconfitta. Nulla di più lontano da una vera riflessione sulla morte e sull'esistenza. E' un tipo di letteratura nel quale il lettore si rifugia per fingere d'essere ancora nel dorato stato di minorità dell'infanzia, di non essere cresciuto. Il mondo è sporco, contamina lo spirito. Meglio rimanere chiusi nella stanza dei giochi e costringersi a sognare. Putroppo anche questo fantasy ha successo, non solo quello nobile, erede della tradizione tolkieniana.

» postato da uljanka alle 10:35 del 12-10-2010

4 « e grazie per avermi fatto conoscere quest'interessantissima autrice!» grazie a te, sempre lieti quando un articolo fa quel che dovrebbe: mostrare nuove cose ai lettori ;) «Peccato che non preveda una data a Roma o dintorni, perchè l'articolo mi ha proprio incuriosito!» può sempre essere che se ne aggiungano dopo ;) In ogni caso ribadisco: mi son mangiata le mani per non aver portato il registratore perché quello che ho riportato non è che una parte, quella affidata al mio taccuino e alla mia memoria con Ram da vongola incorporata:( : ( Quindi sicuramente la De Mari se ti passa a tiro approfittane! ;) « Molto (cattivo) fantasy, putroppo, rispecchia sovente il clima fasullo delle fiabe edulcorate, in cui il bene è bianco e il male è nero, la mamma è sempre buona e i bimbi sempre innocenti, la morte dell'eroe (sempre simpaticissimo, bellissimo senza macchia e senza paura) è temporanea e il cattivo è una macchietta destinata ad essere sconfitta. Nulla di più lontano da una vera riflessione sulla morte e sull'esistenza. E' un tipo di letteratura nel quale il lettore si rifugia per fingere d'essere ancora nel dorato stato di minorità dell'infanzia, di non essere cresciuto. Il mondo è sporco, contamina lo spirito. Meglio rimanere chiusi nella stanza dei giochi e costringersi a sognare. Putroppo anche questo fantasy ha successo, non solo quello nobile, erede della tradizione tolkieniana.» dissento su tutta la linea: le fiabe viaggiano per archetipi e per definizione l'archetipo, in quanto simbolo, è semplificato e cristallizzato. Quindi scrivere un fantasy bianco e nero non significa fare un cattivo fantasy, è semplicemente uno dei tanti modi di declinarlo. Meno moderno, se vuoi, meno interessante. Ma, sotto questo profilo, non c'è un modo giusto o sbagliato per affrontare una storia fantastica.

» postato da Marina alle 11:00 del 12-10-2010

5 Inviterei Marina a riflettere sulla differenza tra l'archetipo e stereotipo. Le fiabe si basano sulla riproposizione degli archetipi, le idee eterne, radicate nella coscienza collettiva, le cattive storie fantastiche sulla ripetizione degli stereotipi, dei clichè invariabili e scadenti. Lo stereotipo non è vitale, non stimola la riflessione ma anzi riproduce all'infinito se stesso e alla fine diventa frustro, inefficace. Dall'archetipo nasce la novità. Dallo stereotipo una grigia, rassicurante ripetizione. Lo stereotipo può anche essere inserito nello steampunk più alla moda, nè!

» postato da uljanka alle 11:10 del 12-10-2010

6 Concordo con Marina su questo tema. La fiaba così come il fantasy, è lo strumento con cui l'uomo prova a definire e sovvertire le proprie paure, la propria fragilità strutturale e l'incertezza in merito al proprio destino che ne deriva. Non è una banalizzazione quel che avviene in una siffatta opera, bensì un'individuazione, una focalizzazione dell'attenzione sul dramma e la resa incondizionata ad esso attraverso la messa in campo di soluzioni irreali e irraggiungibili.

» postato da Olorin alle 11:29 del 12-10-2010

7 E io concordo con Olorin, guarda un po'. Che nel fantasy, però, come nella fiaba, avvenga «Non ... una banalizzazione ... bensì un'individuazione, una focalizzazione dell'attenzione sul dramma e la resa incondizionata ad esso attraverso la messa in campo di soluzioni irreali e irraggiungibili.» Non deve essere giustificazione per un'assoluzione dell'utilizzo dello stereotipo, dello stampino prefabbricato, pratica che addormenta la coscienza, non la risveglia, determina un allontanamento dalla concretezza del dramma, non concentra l'attenzione su di esso. Io non sono contro il fantasy tout court (ci mancherebbe) e neppure contro il fantasy tradizionale, sia ben chiaro, ma diffido delle opere che ripetono all'infinito il cliché banalizzano temi fondamentali. Penso che anche voi siate contro la banalizzazione, la censura dell'inesprimibile. Lo è anche la De Mari...

» postato da uljanka alle 11:55 del 12-10-2010

8 Oh, io concordo con Ulja. Che facciamo? Ci dividiamo in bande e ci battiamo in stile guerrieri della notte <img src=:">

» postato da Okamis alle 12:09 del 12-10-2010

9 Le storie stereotipate sono stucchevoli, ma i capisaldi, gli archetipi, che le generano, possono a mio parere rimanere assolutizzati senza problema. Non è la realtà che si va cercando nel fantasy, né nella fiaba, bensì l'essenza di essa, il dramma delle sue contraddizioni inaccettabili e insondabili, depurato di tutte le patine e i veli che disorientano e distolgono, deviando l'attenzione. L'autore fantasy non può a mio parere limitarsi alla trasposizione di una storia credibile in un mondo fantastico. Questo è banale e - per quanto mi riguarda - infantile. L'autore fantasy utilizza uno strumento dirompente che frantuma le regole del mondo così come lo viviamo, per 'dire' qualcosa proprio su questo mondo. E' l'isostenibile carenza dell'intensità di questa 'frase' a fronte dell'enormità delle deroghe al normale percepire, cui si sottopone il lettore, che spesso lascia con l'amaro in bocca...

» postato da Olorin alle 12:41 del 12-10-2010

10 «Inviterei Marina a riflettere sulla differenza tra l'archetipo e stereotipo.!» beh, la confusione l'hai fatta tu. il bene è bianco e il male nero che hai citato non sono stereotipi ma archetipi. Lo stereoptipo è il cattivo è cattivo perché 'ahahahah risata satanica' e basta. E' lo scienziato pazzo che vuol distruggere il mondo perché sì. E' un uso semplicistico dell'archetipo ed è solo questo a fare cattivo fantasy, non il fatto che il male o il bene stiano tutti da una parte. Posso fare un egregio signor Cattivo anche se è interamente malvagio, senza che la narrazione ne soffra, se fornisco adeguate motivazioni a supporto. Faccio un esempio di entrambi i casi con Harry Potter: nel quarto libro e nel settimo, Voldemort è un cattivo di cartone, nel sesto è un egregissimo signor cattivo. Stessa opera, stesso personaggio, due modi diversi di raccontarlo.

» postato da Marina alle 13:58 del 12-10-2010

11 «Oh, io concordo con Ulja. Che facciamo? Ci dividiamo in bande e ci battiamo in stile guerrieri della notte <img src=:">» no, si discute e su cerca di capire perché non si è d'accordo. Lo scopo di un forum 8)

» postato da Marina alle 14:01 del 12-10-2010

12 Il bene-bianco e il male-nero è un cliché anche dal punto di vista cromatico. Il cattivo vestito di nero e di borchie, il buono vestito di tunica bianca/ecrù ... (vedi Anakin Skiwalker che cambia il guardaroba durante la trilogia partendo dal bejolino dell'infanzia per finire in un bel total black ). Il cow boy cattivo con il cappello nero. Il cattivo dei telefilm con la barba e i capelli neri, gli elfi cattivi di D&D che sono tanti calimeri. Calimero che non è nero è solo sporco... <img src=:"> Comunque siamo tutte e due contro gli stereotipi, cioè contro gli archetipi che divengono parodie di sè stessi, e siamo d'accordo che sono una delle cause del cattivo fantasy, quindi finisce tutto a tarallucci e vino. :-0

» postato da uljanka alle 14:22 del 12-10-2010

13 «Il bene-bianco e il male-nero è un cliché anche dal punto di vista cromatico. Il cattivo vestito di nero e di borchie, il buono vestito di tunica bianca/ecrù ... (vedi Anakin Skiwalker che cambia il guardaroba durante la trilogia partendo dal bejolino dell'infanzia per finire in un bel total black ). Il cow boy cattivo con il cappello nero. Il cattivo dei telefilm con la barba e i capelli neri, gli elfi cattivi di D&D che sono tanti calimeri. » quella è iconografia e fa sempre parte del corredo dell'archetipo. Usciamo dai personaggi della letteratura e del cinema per un attimo: Gesù Cristo viene quasi sempre dipinto come caucasico, pelle bianca, occhi azzurri, alto, bello, con la barba. Ora: che avesse simili tratti caucasici, visto dove è nato, è una fetenzia; che avesse la barba io non me lo ricordo specificato in nessuno dei Vangeli (forse in quell'epoca e zona tutti gli adulti la portavano e la faccenda viene da lì, non saprei) e nemmeno che fosse particolarmente alto e/o bello; 9 su 10 è vestito di bianco e c'ha pure l'aureola. Non per questo la tradizionale immagine di Gesù Cristo viene percepita come uno stereotipo. Cavolo, è Gesù Cristo, è normale che vesta di bianco e c'abbia l'aureola per enfatizzarne la purezza di spirito, come è normale che in Occidente, coi canoni di bellezza che abbiamo, abbia un aspetto più nordico che mediterraneo quale effettivamente deve essere stato per via dei suoi natali. Quindi lo stereotipo è sul contenuto del concetto, non sull'apparenza. Che Darth Vader sia nero e Leila bianca per me ci sta come il cacio sui maccheroni. Ripeto, può non piacerti, puoi prediligere una soluzione meno manichea, ma è solo gusto, non è questione di errore di chi opera in senso manicheo. Lo stereotipo sarebbe, semmai, l'Italiano rigorosamente emigrato del Sud che mangia solo spaghetti, o il Tedesco sadico tipo nazista o quelle robe lì ;) Praticamente la nazionalità delle barzellette. « Comunque siamo tutte e due contro gli stereotipi, cioè contro gli archetipi che divengono parodie di sè stessi, e siamo d'accordo che sono una delle cause del cattivo fantasy» lo stereotipo è sicuramente noioso, non perché già visto (anche i Vader neri e le Leile bianche si sono già visti a bizzeffe) ma perché privo di spessore: i suoi tratti caratteriali vegono mutuati in blocco, senza un substrato motivazionale rapportato al contesto della vicenda. Però dipende anche da chi è il lettore. Se ha letto poco o nulla del genere, per lui saranno straordinarie cose che a noi fanno sbadigliare dopo 5 pagine.

» postato da Marina alle 15:08 del 12-10-2010

14 «Però dipende anche da chi è il lettore. Se ha letto poco o nulla del genere, per lui saranno straordinarie cose che a noi fanno sbadigliare dopo 5 pagine.» Questo è palese se si confronta quanto fatto da Brooks con la Spada di Shannara e, più recentemente, da Paolini.

» postato da Palin alle 15:11 del 12-10-2010

15 ««Però dipende anche da chi è il lettore. Se ha letto poco o nulla del genere, per lui saranno straordinarie cose che a noi fanno sbadigliare dopo 5 pagine.» Questo è palese se si confronta quanto fatto da Brooks con la Spada di Shannara e, più recentemente, da Paolini.» appunto. E' per questo che contesto chi assolutizza il discorso e sputa a raffica su certi prodotti. Mi va bene che ad acluni non piacciano (Paolini e Brooks non piacciono neppure a me) ma sostenere che il mercato non dovrebbe offrirli è un assolutismo stupido: non tutti i lettori sono pronti subito per affrontare una LeGuin o anche solo un Tolkien (definito barboso da molti che invece ingollano pagine e pagine di Eragon senza sbadigliare)

» postato da Marina alle 15:31 del 12-10-2010

16 Dov'è che finisce l'archetipo e inizia lo stereotipo? Perchè un lettore spesso ama e cerca gli stereotipi? Non è che le due cose si fondono su un certo confine difficilmente raggiungibile e spesso cascano di qua e di là generando pessimi frutti?

» postato da Kinzica alle 21:51 del 12-10-2010

17 «Dov'è che finisce l'archetipo e inizia lo stereotipo? » Secondo me non c'è un inizio e una fine. L'archetipo è un insieme che contiene come sottoinsieme lo stereotipo... e il confine è assai labile, e non privo di sfumature soggettive. Ma la discusione potrebbe protrarsi all'infinito, proprio perché esiste questa soggettività che dipende anche dall'esperienza pregressa. :)

» postato da Palin alle 21:56 del 12-10-2010

18 «Dov'è che finisce l'archetipo e inizia lo stereotipo?» nel dizionario? ;) Ok, meno laconicamente: per me lo stereotipo è frutto di una visione comune, spesso pregiudizievole, di un gruppo sociale limitato o di un'area geografica limitata o in ogni caso di un'epoca temporale limitata; e aggiungerei che origina sempre da un accadimento storico o sociale o culturale. L'archetipo sta nell'immaginario collettivo a prescindere dalla cultura e dall'epoca. Torno all'esempio dell'emigrante spaghetti-pizza-mandolino: non mi sembra che zio Carl abbia mai ipotizzato la sua esistenza ;)

» postato da Marina alle 22:35 del 12-10-2010

19 Discussione interessante quella sugli archetipi e sulle fiabe « Molto (cattivo) fantasy, putroppo, rispecchia sovente il clima fasullo delle fiabe edulcorate, in cui il bene è bianco e il male è nero, la mamma è sempre buona e i bimbi sempre innocenti, la morte dell'eroe (sempre simpaticissimo, bellissimo senza macchia e senza paura) è temporanea e il cattivo è una macchietta destinata ad essere sconfitta. Nulla di più lontano da una vera riflessione sulla morte e sull'esistenza. E' un tipo di letteratura nel quale il lettore si rifugia per fingere d'essere ancora nel dorato stato di minorità dell'infanzia, di non essere cresciuto. Il mondo è sporco, contamina lo spirito. Meglio rimanere chiusi nella stanza dei giochi e costringersi a sognare. Putroppo anche questo fantasy ha successo, non solo quello nobile, erede della tradizione tolkieniana.» Mi soffermo su questa riflessione. Fortunatamente non è la totalità del fantasy, tuttavia esiste una parte che è come mostra Uljanka. Perché ritenerlo sbagliato? Perché fa avere una percezione sbagliata della realtà e del mondo, perché non fa crescere. Ma più che sognare, è un illudersi. Il sogno ci spinge a scoprire, a cercare nuovi mezzi, capacità che ancora non si conoscono, a diventare più completi. L'illusione fa stare fermi.

» postato da M.T. alle 01:10 del 13-10-2010

20 «Discussione interessante quella sugli archetipi e sulle fiabe « Molto (cattivo) fantasy, putroppo, rispecchia sovente il clima fasullo delle fiabe edulcorate, in cui il bene è bianco e il male è nero » Ma più che sognare, è un illudersi. Il sogno ci spinge a scoprire . L'illusione fa stare fermi.» Concordo con entrambi. Il problema è, però, che c'è bisogno di un fantasy che faccia pensare senza annoiare, altrimenti siamo punto e a capo. Se un certo tipo di fantasy ha successo, significa che riesce ad attirare molti lettori. Anziché analizzarlo in modo negativo, secondo me sarebbe più interessante analizzarne i punti di forza, per capire in che modo si possa migliorare quello che, invece, ha lo scopo più alto di riflettere (sperando di far riflettere), anziché d'insegnare. In ogni caso a me questa cosa di mascherare da "fiaba" un romanzo fantasy non convince. Mi sembra una scappatoia per giustificare una visione limitata, miope dell'oggetto "romanzo", che non è né può essere un oggetto qualsiasi. E questo continuo mascherare non fa altro che affossare il genere, perché prendere in giro i lettori, blandendo soltanto i più giovani, si finisce per diffondere e diffondere ancora l'idea che "fantasy = fiaba per ragazzini", con tutte le semplificazione e riduzioni del caso (come bianco candido contro nero come la pece). Non dico che sia facile scrivere bene di bianco e nero, questo significherebbe non riconoscere meriti alla De Mari. Ma resta il fatto che è più facile, perché più superficiale. (Anche per lo scrittore, che non affronta se stesso e le sue contraddizioni mentre scrive, ma le asseconda, finendo per blandire se stesso prima che i lettori.)

» postato da Negróre alle 08:55 del 13-10-2010

21 Ciao a tutti, sono Sara della casa editrice Fanucci. Volevo intanto ringraziare Marina per lo splendido articolo, e poi dare una bella notizia a Stefania: Silvana De Mari incontrerà i suoi lettori a Roma martedì 7 dicembre alle ore 18 alla fiera della piccola e media editoria Piu libri più liberi. Per maggiori dettagli tenete d'occhio il nostro sito! :)

» postato da (Sara giansante) alle 09:39 del 13-10-2010

22 M.T. io non ritengo affatto che l'illusione sia una percezione sbagliata. Può essere un possibile taglio di un libro, punto. Avrà il suo pubblico, così come il pubblico che lo schifa. Non per questo chi lo apprezza deve essere per forza uno che vive sulla Luna. Ma anche se vivesse sulla Luna, chi ha detto che è un approccio sbagliato alla vita? Per me l'unico approccio sbagliato è quello che crea infelicità a se stessi e/o agli altri. E vivere sulla Luna non è detto che abbia questo effetto. Anche perché l'illusione di oggi può divenire realtà di domani. E' già successo. In fondo cos'è l'illusione? E' solo un sogno che gli altri credono irrealizzabile. Quanto alla De Mari, Andrea, chi ha detto che scrive in b/n? Non ho ancora affrontato la quadrilogia, cosa che mi riprometto di fare appena esaurita la mezza dozzina di libri che ho in attesa, ma da quello che ho visto dal Gatto dagli occhi d'oro non è di certo una che le manda a dire. Ma in linea generale, che è poi il discorso che fa la De Mari, il fantasy è innegabilmente un genere che figlia dalla fiaba.

» postato da Marina alle 09:47 del 13-10-2010

23 «Ciao a tutti, sono Sara della casa editrice Fanucci. Volevo intanto ringraziare Marina per lo splendido articolo, » è stato veramente un piacere! ;) Una delle presentazioni più interessanti cui abbia mai assistito. « e poi dare una bella notizia a Stefania: Silvana De Mari incontrerà i suoi lettottori a Roma martedì 7 dicembre alle ore 18 alla fiera della piccola e media editoria Piu libri più liberi. Per maggiori dettagli tenete d'occhio il nostro sito! :)» Alé Stefania! Chi è che diceva che non bisogna farsi illusioni? :wink:

» postato da Marina alle 09:50 del 13-10-2010

24 «Ma in linea generale, che è poi il discorso che fa la De Mari, il fantasy è innegabilmente un genere che figlia dalla fiaba.» Concordo con te e con la De Mari. Ma essendo figlio, ha soltanto alcune caratteristiche del genitore e non deve ricalcarlo in modo pedissequo, altrimenti si ritorna alla fiaba (che è come tradirne lo spirito, dal mio punto di vista). Ma, insomma, discorso lunghissimo. Restiamo che siamo d'accordo. :)

» postato da Negróre alle 12:09 del 13-10-2010

25 Concordo sugli interventi di Andrea. Comprendo il tuo discorso Marina quando dici che l'illusione è solo un sogno che gli altri credono irrealizzabile: spesso si è rivelata una realtà. Ma quando parlavo d'illusione (che di solito ha valenza negativa rapportato al sogno) intendevo dire altro. Provo a spiegare facendo un esempio. E' come nel Candido di Voltarie dove il protagonista ha la convinzione di vivere nel migliore dei mondi possibili (ho semplificato parecchio, cercando di centrare il nocciolo della questione), ma i fatti gli dimostrano l'erronerità di tale convinzione: ecco, questa è illusione ed ha valenza negativa perché intralcia e ostacola il protagonista. Forse intendiamo le stesse cose, ma usiamo modi diversi per dirle.

» postato da M.T. alle 19:08 del 13-10-2010

26 «« e poi dare una bella notizia a Stefania: Silvana De Mari incontrerà i suoi lettottori a Roma martedì 7 dicembre alle ore 18 alla fiera della piccola e media editoria Piu libri più liberi. Per maggiori dettagli tenete d'occhio il nostro sito! :)» Alé Stefania! Chi è che diceva che non bisogna farsi illusioni? :wink:» Grazie dell'informazione, spero di poterci essere! Intanto lo segno sul calendario :wink: Complimenti a tutti per l'interessante discussione, che aiuta sicuramente a considerare l'argomento da diverse prospettive, tutte interessanti!

» postato da Stefania alle 21:03 del 13-10-2010

27 « Concordo con te e con la De Mari. Ma essendo figlio, ha soltanto alcune caratteristiche del genitore e non deve ricalcarlo in modo pedissequo, altrimenti si ritorna alla fiaba (che è come tradirne lo spirito, dal mio punto di vista). Ma, insomma, discorso lunghissimo. Restiamo che siamo d'accordo. :)» beh, se hai tempo e voglia fallo, il forum serve apposta per 'ciciarare' ;)...

» postato da Marina alle 13:00 del 15-10-2010

28 « Ma quando parlavo d'illusione (che di solito ha valenza negativa rapportato al sogno) intendevo dire altro. Provo a spiegare facendo un esempio. E' come nel Candido di Voltarie dove il protagonista ha la convinzione di vivere nel migliore dei mondi possibili (ho semplificato parecchio, cercando di centrare il nocciolo della questione), ma i fatti gli dimostrano l'erronerità di tale convinzione: ecco, questa è illusione ed ha valenza negativa perché intralcia e ostacola il protagonista. Forse intendiamo le stesse cose, ma usiamo modi diversi per dirle.» beh, il Candido non è un illuso, è uno che se le racconta proprio. E' diverso ;) Ma, anche nel suo caso, in cui parliamo di utopie e quindi siamo nel 'range' estremo dell'illusione, un conto è negare l'evidenza del presente, un conto è sognare che in futuro la realtà si avvicini a quel quadro idilliaco che si ha in mente. Candide fa la prima operazione, non la seconda.

» postato da Marina alle 13:03 del 15-10-2010

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