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Incontrando Alan Lee

Elisabetta Vernier, Alan Lee e Chiara Codecà
Il Delos Day dello scorso 8 dicembre ha lasciato ricordi molto vivi in chi ha potuto incontrare Alan Lee, ospite d’onore della manifestazione di Milano. A distanza di pochi giorni, mentre le riflessioni e i commenti si sommano e cominciano a sfumarsi, noi dello staff vorremmo provare a condividere con tutti gli appassionati le nostre impressioni e l'immagine di una persona molto speciale.
Incontrare qualcuno che si conosce per fama rischia sempre di lasciare una leggera sensazione di delusione, visto che difficilmente una persona in carne e ossa è all’altezza della sua immagine idealizzata. In casi fortunati, però, quando la realtà si dimostra superiore alle speculazioni a priori, resta, netta, la sensazione di aver guadagnato — conquistato, ricevuto, vissuto — qualcosa di particolare.
Chi è intervenuto alla manifestazione di Milano ha avuto il piacere di incontrare una bella persona, prima che un grande artista. Disponibile verso chiunque per una parola, un sorriso, o una foto, Alan Lee non ha deluso nessuno degli ammiratori — molti dei quali arrivati da lontano — trattenendosi ben oltre il dovuto pur di terminare anche l’ultimo autografo.
Per i membri dello staff del Delos Day l’artista inglese si è rivelato un ospite squisito, sempre cortese, di assoluta disponibilità e gentilezza. Si è unito a noi senza alcuna rigidità ma con un garbo e un pudore tipicamente britannici, mostrandosi grato e stupito per la folla assiepatasi all’interno della sala per il suo incontro con il pubblico.

Durante il suo lungo intervento, di cui troverete ampio resoconto nei prossimi giorni, Lee si è dimostrato profondamente appassionato del proprio lavoro, innamorato dell'arte e della possibilità di sperimentare quanto un ragazzo alle prime prove, non come ci si aspetterebbe da un professionista con oltre trent'anni di esperienza. Un atteggiamento entusiasta che ritorna in tanti aspetti del suo lavoro. Lee ha anche raccontato della trilogia di Peter Jackson mostrandosi completamente distaccato dal gossip che spesso circonda queste enormi produzioni. Affezionato e grato ai colleghi del team creativo con cui ha lavorato tanto a lungo (circa 6 anni), ha raccontato vari episodi della lavorazione dei film.
L'artista ha potuto fermarsi poco a Milano, ma ha approfittato di ogni opportunità per scoprire la città con la curiosità di un bambino e l’occhio attento dell’artista. Non un dettaglio è sfuggito, tra architetture e colori, e vedere Milano attraverso i suoi occhi è stato come riscoprirla nuova. Nel vederlo cogliere il dettaglio di un arco o la maestosità di una chiesa non si poteva fare a meno di ricordare che i veri artisti osservano il mondo, lo assimilano, e lo reinventano in forme nuove. Ha lasciato a tutti i presenti l'impressione di una persona di grande valore umano, prima che artistico, confermandoci che il suo stile, ricco ma delicato, corrisponde intimamente alla persona, e che le sue immagini nascono dal lavoro più sincero.
Si può piegare la realtà al proprio volere ma per farlo in modo credibile serve talento e un occhio educato a cogliere ogni particolare. Le matite e gli acquarelli di Alan Lee raccontano una Terra di Mezzo straordinaria ma credibile, un luogo magico ma apparentemente possibile, familiare, in cui possiamo immaginare di muoverci. Pensate al famoso acquarello delle Miniere di Moria (riportato sopra, ndr): è l’assoluta plausibilità delle gigantesche colonne, a prescindere da ogni vincolo fisico, a colpire.
Oggi ci piace sperare che alle spalle di qualche futura opera di Alan Lee ci potrà essere anche qualcosa della sua esperienza italiana. Sarebbe un modo per ringraziarlo e restituire qualcosa di quanto ci ha dato. Non solo con le sue opere.
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