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Hobbiton XI
San Daniele del Friuli
Un breve scroscio di pioggia verso l’ora di pranzo del sabato, l’unica nuvola sull’undicesima edizione della Hobbiton che si è svolta all’insegna di un tempo splendido e caldo. Certamente faceva caldo per le centinaia di persone che aspettavano da mesi l’occasione per sfoggiare mantelli, cotte di maglia, eleganti abiti elfici e costumi ancora più creativi, tra i quali in particolare ricordo un’originalissima mise da Ent.
Quest’anno San Daniele del Friuli ha accolto le migliaia di partecipanti alla manifestazione (forse 20.000 da una stima fatta verso la fine dell’ultima giornata) nella sua veste migliore: cielo azzurro, sole splendente, prati e alberi verdi grazie alle piogge cadute quest’estate con maggiore abbondanza rispetto allo scorso anno.
E’ la seconda Hobbiton, per chi scrive, molto più intensa e partecipata della prima.
Rispetto al 2003 vi sono state alcune novità, tra cui la disposizione degli stand. Devo dire che ho apprezzato l’idea di sistemare i banchetti che vendevano oggetti d’artigianato di vario tipo (e spesso di natura e qualità discutibile) nella stradina che conduce alla Rocca, poiché questo ha permesso di poter offrire molto più spazio ai vari eventi in programma durante i tre giorni. Tra l’altro, la sera i banchi illuminati erano molto suggestivi e d’effetto, molto di più che nella sistemazione un po’ affrettata dello scorso anno.
Anche quest’anno il centralissimo Palazzo del Monte di Pietà ha ospitato la mostra d’arte e le conferenze. Come già osservato da molti nel 2003,

La ricostruzione del fosso di Helm
la separazione fra il “campo base” (una definizione molto simpatica che ho sentito in giro, forse dallo stesso Presidente Paolo Paron) e il luogo deputato all’aspetto culturale della manifestazione ha i suoi lati negativi, soprattutto per gli organizzatori costretti spesso e volentieri a schizzare più veloci della luce tra i due siti. Un altro possibile appunto da fare al Palazzo è la mancanza di un ascensore (non tutti i partecipanti hanno vent’anni, e salire due piani di scale con il caldo può non essere molto piacevole.
La mostra di quest’anno comprendeva una serie di opere dello Studio Orione di Torino (accompagnate da una pubblicazione in vendita all’ingresso della sala), oltre ad opere di noti esponenti dell’illustrazione tolkieniana italiana. Personalmente ho trovato stupendi i sei quadri di Marina Sussa della STI, vincitrice lo scorso anno del Premio Silmaril per la migliore illustrazione, con il loro elegante tratto quasi Liberty; mentre mi hanno lasciato piuttosto fredda (nonostante l’indubbia qualità tecnica) le opere dello Studio Orione, che rappresentavano figure di elfi e altre creature fantastiche dall’aspetto non molto tolkieniano (come le elfe “maggiorate” in abiti succinti, che non credo sarebbero rimaste molto gradite al Professore di Oxford).
Il livello culturale di buona parte delle conferenze in programma nelle tre giornate è stato elevato. In particolare vorrei citare gli splendidi interventi, molto diversi tra loro ma ugualmente coinvolgenti, dei professori universitari Marcello Meli e Vincenzo Cocco nella mattinata di sabato — interventi ricchi di spunti e contenuti e completamente scevri dai luoghi comuni che hanno spesso funestato i momenti di approfondimento culturale delle manifestazioni tolkieniane. Infatti sono sempre più gli amanti di Tolkien che hanno accesso a testi critici provenienti da altri Paesi (in particolare Gran Bretagna e Stati Uniti, ma non solo), nei quali l’ideologia è bandita a tutto vantaggio della letteratura e della filologia, e che si trovano a essere sempre più irritati.
Al “campo base” non sono mancate, come è ormai onorata tradizione, le esibizioni di musica e di danza, con la partecipazione degli ormai onnipresenti e validissimi Lingalad e Myrddin e degli irlandesi autentici Dubhlinn, ospiti speciali della manifestazione. Sfortunatamente, quest’anno la tradizionale sfilata in costume del sabato pomeriggio per le vie del paese non ha potuto avvalersi del suggestivo

Un momento della sfilata in costume
accompagnamento musicale che aveva invece avuto nel 2003, ed è quindi passata relativamente inosservata. Peccato, perché la bellezza dei costumi (e in alcuni casi anche di chi li indossava) avrebbe sicuramente meritato maggior risalto. Un’iniziativa che mi ha invece colpito in maniera molto favorevole è stata quella del gruppo del Salterio, che nel pomeriggio di sabato ha organizzato delle lezioni di danze popolari per i numerosissimi bambini presenti. Credo che gli organizzatori della Hobbiton potrebbero pensare di inserire nel programma altri eventi che possano in futuro coinvolgere i piccoli ospiti e avvicinarli per quanto è possibile al mondo di Tolkien e della letteratura fantastica in generale — al di là della vendita dei gadget di ogni tipo ispirati alla trilogia di Peter Jackson.
In ogni resoconto che si rispetti non possono però mancare le critiche e le osservazioni su eventuali aspetti negativi. Cominciamo dal luogo stesso: San Daniele è un paese assai gradevole, dalla splendida posizione, ma difficile da raggiungere per coloro che non hanno un’automobile a disposizione — anche se, a mio parere, il maggior difetto è la scarsa ricettività alberghiera. La disponibilità di stanze in paese è molto limitata, e questo ha costretto moltissimi partecipanti (tra cui gli organizzatori e gli ospiti stranieri) ad alloggiare anche a distanza di numerosi chilometri, e a dipendere quindi da altri per il trasporto. Purtroppo, come si sa bene la scelta del luogo per ospitare una manifestazione non dipende solamente da considerazioni pratiche di questo tipo, ma soprattutto dalla disponibilità (anche economica) delle autorità locali. L’episodio dello scorso anno, che ha costretto la Società Tolkieniana Italiana a spostare la Hobbiton da Villa Manin a San Daniele a meno di un mese dall’evento, è un esempio lampante di quello che può accadere dietro le quinte di una manifestazione. San Daniele rimane comunque un luogo accogliente e una cornice invidiabile, con una menzione particolare per l’ampia e validissima offerta gastronomica ed enologica — qualcosa che gli hobbit non possono fare a meno di approvare pienamente!
Un’ultima considerazione viene dalle voci di molti dei partecipanti “storici”, coloro che da anni non perdono una Hobbiton e si impegnano in prima persona per la

Il concerto dei Myrddin
riuscita dell’evento. In questa settimana trascorsa dal mio ritorno dal Friuli ho avuto occasione di sentire commenti di questo tono: “ho trovato la Hobbiton di quest’anno un po’ fredda... troppo business is business”. Non potendomi appoggiare su di un’esperienza altrettanto lunga, e conoscendo bene le persone che si sono espresse in questo modo, mi sento di dar loro credito. Ovviamente la Hobbiton di quest’anno si è ancora potuta avvantaggiare dell’onda lunga del successo dei film di Jackson, e in particolare della valanga di Oscar ottenuta dal Ritorno del Re. Questo fenomeno ha indubbiamente avvicinato al mondo di Tolkien moltissime persone, ma ha anche innescato una corsa al guadagno che solo i più ingenui potrebbero negare. Per quanto io abbia apprezzato la festa, non ho potuto mancare di cogliere la prevalenza di quelli che io chiamo gli aspetti “folcloristici” (costumi, tornei di spade, stand di giochi di ruolo e simili) su quelli più strettamente culturali — limitati alle conferenze e al banchetto di libri della STI. Un episodio secondo me esemplifica l’anima divisa della Hobbiton post-Jackson:
il Salone del Fuoco, evento “privato” organizzato da un gruppo di tolkieniani per il quarto anno di seguito, che quest’anno è stato “disturbato” dalla contemporanea esibizione dei Lingalad, la quale ha impedito alla maggior parte dei partecipanti di sentire cosa veniva letto nello spazio ristretto illuminato da torce e bracieri. Il problema è che il concerto del sabato sera è slittato a causa del ritardo con cui è iniziata l’esibizione del gruppo Vis Ferri, che ha rievocato l’episodio dell’assalto al Fosso di Helm (utilizzando i dialoghi del film e attirandosi perciò moltissime critiche). I vari lettori (me compresa) avevano scelto con cura ed amore i loro brani, ma hanno dovuto rendersi conto che per i più era impossibile ascoltarli. Non rendere pubblico il Salone del Fuoco è una scelta del gruppo che lo ha sempre organizzato, una scelta che non mi sento di contrastare — anche se può essere letta alla luce di un certo spirito elitario.
Le cose da dire sarebbero ancora parecchie, ma adesso ritengo opportuno chiudere questo resoconto esprimendo la mia curiosità per gli sviluppi futuri della manifestazione, adesso che la frenesia innescata dalla trilogia cinematografica è finita. Tornerà la Hobbiton vorrà tornare a essere una manifestazione per appassionati (questo per non dire “per pochi intimi”) già dalla prossima edizione, o la tendenza verificata in questi ultimi anni è ormai irreversibile? Non ci resta che aspettare l’inizio di settembre del 2005...
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