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I monti della Sibilla nella Marca
Un maestro fondatore del genere fantastico, come C.S. Lewis, ha detto una volta che, nell'utilizzo della fantasia e del mito, "non si evade dalla realtà. La si riscopre. È proprio nel momento in cui le storie indugiano nella nostra mente, che le cose divengono più vere". È la medesima concezione espressa da Antoine de Saint-Exupèry, quando in quel capolavoro filosofico della letteratura fantastica che è Le Petit Prince, scrive la celeberrima frase: "non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi".
Non è un caso che un netto rifiuto di questa concezione della realtà si abbia, nella cultura europea, con il predominare, nella Modernità, della visione dell'Illuminismo: in base alla quale, fondamentalmente, la realtà è ridotta a pura apparenza analitica e indagabile, a ciò che è "visibile agli occhi". È una contrapposizione frontale rispetto alla cultura Medievale e Rinascimentale, in cui "l'imaginatio", o "phantasia", intesa appunto come facoltà gnoseologica, svolge un ruolo importantissimo. Si pensi, per fare un esempio tra moltissimi altri, alla Ars Imaginandi del filosofo francescano Raimondo Lullo. In questa prospettiva, la realtà è concepita essenzialmente come mistero; e il mistero non può che rivelarsi all'uomo che per simboli, tra specchi ed enigmi, che quasi sempre assumono forme mitiche e fiabesche.
Un recupero decisivo di questa concezione avviene in epoca romantica, nel più generale contesto di una rivalutazione e rivisitazione profonda della cultura medievale; nonché tramite quella che noi oggi definiamo appunto "letteratura fantastica".
J.R.R. Tolkien fu profondamente consapevole di compiere, con il suo capolavoro The Lord of the Rings, non solo una straordinaria saga letteraria, ma anche una operazione culturale fondamentalmente anti-moderna: che si rivolgeva a una tradizione per molti versi perduta e rigettata nella civiltà contemporanea. Su di un versante distinto ma profondamente simile, Tolkien svolse una operazione paragonabile a quella di Richard Wagner, nel recupero di radici medievali della società europea; radici che, per dirla con l'adagio tolkeniano, "non gelano".
In questo preciso senso, possiamo comprendere l'importanza davvero vitale che le culture folkloriche, legate alle fiabe popolari, assumono nella nascita e nello sviluppo della letteratura fantastica. Ciò che Tolkien, sullo sfondo di ben precisi parametri ideali della cultura medievale, svolge tramite un utilizzo a piene mani delle mitologie celtica e norrena, risulta essere un tratto distintivo del fantasy. È per questo che il fantasy si rivolge — in modo direi quasi "strutturale" — al folklore delle leggende, delle fiabe e delle tradizioni popolari. Tale bagaglio folklorico risulta essere una "via regia" di accesso a quella realtà "celata" con cui il fantastico ha a che fare.

Le fiabe e leggende popolari svolgono quindi un ruolo fondativo nel contesto del fantastico, un ruolo parallelo e gemello rispetto a quello del mito. Ecco che quindi un recupero attento di questa tradizione risulta essere connesso in maniera diretta allo sviluppo del fantasy e alla sua produzione, sino alle opere più recenti.
Al centro di questo recupero delle tradizioni fiabesche e leggendarie popolari, che risulta essere inscindibile dall'essenza stessa di ciò che noi definiamo oggi "letteratura fantastica", vi sono alcune operazioni culturali e letterarie di vitale importanza nei confronti di tali culture.
Mi riferisco, ad esempio, al grande lavoro svolto da Ludwig Tieck e dai fratelli Grimm in Germania, così come da Katharine Briggs in Inghilterra, da Alexandr Puškin in Russia, e da autori come William Butler Yeats, Thomas Crofton Croker, Lord Dunsany e Ella Young in Irlanda; in Italia, una operazione simile è stata svolta, a suo modo, dal famoso lavoro di Italo Calvino, Fiabe italiane raccolte dalla tradizione popolare durante gli ultimi cento anni e trascritte in lingua dai vari dialetti.
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