Leggende italiane
a cura di Redazione

Leggende di Roma

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Faustolo trova Romolo e Remo — dipinto del primo Seicento di Pieter Paul Rubens ingrandisci
In effetti il fico era un frutto prezioso, perché esso maturava spontaneamente nella calura e nella siccità. Nel difficile periodo delle origini era quindi un'importante risorsa per la sopravvivenza. L'albero-divinità divenne oggetto di adorazione e molti esemplari vennero posti in importanti luoghi della città, come il Foro o il Lupercale, la “casa di Romolo” sul colle Palatino. Alla divinità i sacerdoti sacrificavano il latte e chiedevano protezione per i neonati, nonché favori nei riti legati al sesso. Infatti il simulacro di Priapo a Roma era fatto con legno di fico. Nell'antichità entrambi i simboli, il fico e la lupa, erano presenti nelle rappresentazioni. La lupa, sacra a Marte, padre di Roma, si aggirava intorno ai gemelli senza divorarli, mentre i fichi erano assimilati ai seni materni. In seguito, quando Roma crebbe, il lavoro agricolo fu assegnato agli schiavi, e la città si staccò dalle sue origini contadine. A quel punto la lupa fu elevata al ruolo di unica nutrice e balia dei gemelli, diventando il simbolo della città. Per parlare del presente, il mito del fico è rimasto comunque nei romani, anche se in forma decisamente diversa; chiedete e vi consiglieranno senza dubbio la gustosa “pizza e fichi”.

 

Tornando alla storia dei gemelli un pastore, Faustolo, li raccolse e li portò a casa, una capanna sul colle Palatino, dove la moglie Acca Laurentia li allevò come fossero suoi. Il pastore li chiamò Romolo e Remo. Crescendo i fratelli conobbero infine la verità. Venne un giorno in cui si festeggiavano i Lupercalia, antica festività religiosa in onore di Lupercus, dio della fertilità e protettore del bestiame. Durante la festa i fratelli ebbero una disputa con i pastori di Numitore, lo spodestato ex-re di Albalonga. Remo fu portato da Amulio con l'accusa di avere devastato i campi di Numitore. Amulio inviò l'accusato proprio dal fratello per essere giudicato. Numitore rimase impressionato dalla somiglianza di Remo con la sua defunta figlia, Rea Silvia, e lo lasciò andare, intuendo qualcosa. Contemporaneamente Faustolo raccontò a Romolo la loro origine e la storia dell'usurpazione del regno.

 

A quel puntò scattò la vendetta. Romolo radunò dei compagni e raggiunse Amulio, insieme a Remo. L'usurpatore venne ucciso e sul trono di Albalonga ritornò Numitore come legittimo sovrano. Romolo e Remo chiesero il permesso al re di tornare sulle rive del Tevere, il luogo delle loro origini, per fondare una nuova città su cui regnare, e il sovrano acconsentì. Presto però si pose il problema di chi dei due dovesse essere al comando. Essendo gemelli non si potevano nemmeno affidare all'anzianità. Decisero quindi di chiedere un responso agli dei, osservando il volo degli uccelli per ottenerne un responso.

 

Romolo scelse come luogo per l'osservazione il colle Palatino, Remo l'Aventino. Remo fu il primo ad avvistare sei avvoltoi, un segno considerato positivo. Ma subito dopo Romolo ne vide dodici. A quel punto i due cominciarono a litigare: qual era il segno divino? Aver visto per primo gli uccelli o averne visti di più? A questo punto le versioni della leggenda cominciano a differire. Secondo una versione nella violenta lite i due vennero alle mani e Romolo uccise il fratello senza tanti complimenti. Secondo un'altra versione, quella più diffusa, Remo accettò invece le ragioni del gemello. Romolo quindi prese un aratro con cui tracciò un solco (in latino Urvus, da cui Urbis, e quindi Urbe) sul Palatino, per segnare quella che sarebbe stata la cinta muraria della città, che avrebbe preso il nome di Roma. Cominciò quindi la costruzione delle mura, e a guardia del perimetro mise la fedele guardia Celere (da cui forse il nomignolo con cui oggi i romani chiamano i poliziotti, "cellerini"), con l'ordine di uccidere chiunque l'avesse superata. Ma per disgrazia Remo non era venuto a conoscenza di quest'ordine e quando un giorno si recò nella zona, per andare a trovare il fratello, vide il recinto ancora molto basso, e lo scavalcò con un salto. Celere tenne fede al suo compito e l'uccise con la spada. Romolo venne a sapere della disgrazia, ma trattenne per sé la disperazione, era un sovrano e non poteva farsi vedere piangente davanti al suo popolo. Una leggera variante della leggenda vuole che Remo scavalcò la cinta per andare a schernire il fratello, che lo uccise di propria mano.

 

In ogni modo alla fine la città ebbe il suo re, Romolo. Era nata Roma. Il nuovo sovrano cominciò a popolarla, ma per assicurare la crescita e l'espansione aveva bisogno di donne, di cui c'era carenza. La situazione lo porterà a essere protagonista di quello che sarà conosciuto come Il ratto delle Sabine. Ma questa, come si dice, è un'altra storia...

Il Colosseo

Una ricostruzione del Colosseo. Al suo fianco il Colosso di Nerone ingrandisci

A proposito del Colosseo, come dicevamo in apertura, esso è sempre stato visto come luogo di spiriti e demoni, presenze inquiete generate dagli innumerevoli uomini che vi hanno perso la vita. Questa imponente struttura è diventata ormai il simbolo stesso della capitale. Era il 72 d.C. quando, con l'espansione dell'Impero Romano, l'imperatore Flavio Vespasiano avvertì il bisogno di creare un anfiteatro degno della capitale dell'impero, per ospitare i giochi gladiatori. I giochi gladiatori non sono nati con il Colosseo, come qualcuno pensa, ma risalgono invece a molto tempo prima, esattamente al 264 a.C., quando Decimo Giunio Bruto li organizzò in onore dei funerali del padre. Da quel momento però i romani non ne fecero più a meno. La costruzione dell'anfiteatro, eretto sul laghetto prosciugato della Domus Aurea di Nerone, fu terminata a tempo di record, nell'80 d.C. sotto il comando di Tito, figlio di Vespasiano. Fu così inaugurato l'Anfiteatro Flavio, questo il suo vero nome, con ben cento giorni di feste e combattimenti.

 

Quelli erano i tempi del fasto e della gloria, del sangue e della crudeltà. Per secoli le mura del Colosseo videro combattere gladiatori, schiavi, martiri cristiani, belve, in uno spettacolo terribile e affascinante, con scenografie ed “effetti speciali” impressionanti. Addirittura durante l'inaugurazione si tenne anche una Naumachia, una simulazione di battaglia navale. Il Colosseo era infatti un capolavoro di ingegneria e architettura, tanto è vero che, anche se un po' ammaccato, è in piedi ancora oggi. E meno male, viene da dire, perché la leggenda più diffusa a riguardo stabilisce che finché durerà il Colosseo durerà Roma e il mondo intero. Questo detto risale alla profezia scritta intorno al secolo VIII dal monaco benedettino Beda, detto “il Venerabile”.

 

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Autore: Fulvio Zorzer - Data: 25 settembre 2006

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