Ci sono dei mondi in cui ciò che appare non è ciò che è. Insomma per citare Alice: “Nel mio mondo ciò che è non sarebbe e ciò che non è sarebbe e viceversa”. Il mondo della fotografia è stato spesso considerato lo squarcio sulla realtà. Quale mezzo è più obiettivo? Quale può dare migliore espressione al circostante? Poi si sono aperti dibattiti sulla soggettività. In fondo è sempre l’autore che inquadra un soggetto, che sceglie la luce, l’angolazione. Il medesimo paesaggio verrà immortalato diversamente a seconda degli autori.

Inoltre alcuni sostengono che certi mezzi di comunicazione siano più adatti di altri a esprimere degli argomenti specifici. Per esempio le fiabe, ma anche il fantasy è sempre stato illustrato da disegni. Un’idea alternativa è stata attuata dalla giornalista, fotografa  Claudia Sanguineti, che ha recentemente esposto le sue opere in una mostra collegata al Premio Andersen (/notizie/10359/), a Sestri Levante.

La possibilità di ripercorrere le strade della memoria e della propria infanzia, di sondare i punti di riferimento e gli emblemi di una cultura, offre spunti interessanti per iniziare percorsi alternativi a quelli ormai noti. Una chiacchierata con l’autrice delle foto della mostra che si è svolta a Sestri Levante, ha incoraggiato una riflessione su cosa si possa fare con un mezzo, che è sempre stato considerato espressione della realtà. Con le dovute eccezioni…

Puoi raccontare più approfonditamente la nascita del progetto? 

Il progetto è nato tra i boschi colorati dell’Umbria, in pieno autunno, anno 1996. Stavo scattando delle foto con due miei cari amici fotoreporter, Alessandro De Rossi e Federica Botta, quando, ispirati dall’atmosfera magica della natura, dei suoni e dei profumi intorno, ci è venuta l’idea di catturare con l’obiettivo le numerose creature della Fantasia. Riprendere “dal vivo” folletti, fatine e personaggi fantastici poteva essere un modo nuovo per raccontare una fiaba, al posto della classica –e seppur bellissima- illustrazione. Così dall’idea, il giorno dopo, siamo passati ai fatti. Federica, dalle sembianze un po’ fatose,  si è prestata subito per i primi scatti: dalla prima fata il progetto ha cominciato a prender forma giorno per giorno, con naturalezza, divertimento ma allo stesso tempo professionalità, prestando attenzioni alle luci, all’abbigliamento e all’atmosfera di ogni situazione. Ho coinvolto diverse persone, alcune amiche, altre sconosciute, in una bellissima avventura che mi ha portato a scattare numerose foto collegate tra di loro, in studio e all’aperto. Tanto che, vista la qualità del progetto, l’idea attuale è  di farlo approdare in uno o più libri fantasy, un filone che in questi anni ha riacquistato una linfa nuova e ha tutte le potenzialità per ospitare un modo nuovo di  raccontare le favole.

Cosa ti ha influenzato nell'immaginare le fotografie?

Senza dubbio il patrimonio favolistico che mi hanno tramandato sin da  piccola ha plasmato nel

Cappuccetto Rosso
Cappuccetto Rosso
tempo il mio immaginario: ricordo ancora le  illustrazioni in seppia dei libri di favole che mi leggevano i miei nonni prima di andare a dormire. Il bello delle fiabe è che, seppur universali, tutti se le immaginano in maniera diversa: certo, permangono elementi uguali per tutti, ma ognuno è legato a immagini, contesti, sensazioni uniche. Mi sono quindi fatta influenzare dall’atmosfera che le fiabe mi hanno evocato da piccola nel mio immaginario, con un occhio di riguardo al personaggio che avevo davanti. Mi sono documentata, ho rivisto gli abbigliamenti, l’ambientazione, il racconto:  ho cercato quindi di capire gli elementi universali ma poi rendere mia la storia. Gli stessi protagonisti delle foto non sono casuali, ognuno è stato scelto per una caratteristica particolare che a mio parere richiamava la favola che andavo a rappresentare. A favole come Cappuccetto Rosso, Alice nel Paese delle Meraviglie e la Piccola Fiammiferaia ho quindi dato una mia personalissima interpretazione, non aveva alcun senso per me fare scatti classici, ma artistici, vicini alle illustrazioni. Diciamo che l’influenza maggiore me l’hanno data la fantasia e l’immaginazione!

A quali favole sei legata?

Una delle favole a cui sono più legata è il Mago di Oz: ricordo ancora il giorno in cui mi sono addormentata sotto un albero in campagna e, con le pagine aperte e profumate (profumavano proprio di vaniglia, era una serie speciale che mi avevano appena regalato) del libro che avevo letto, ho fatto un sogno lunghissimo, di due ore almeno, in quel Paese. Ricordo ancora la sensazione del risveglio frastornata, un po’ come è successo ad Alice nel ritorno dal Paese delle Meraviglie. È una cosa che mi è successa diverse volte. Un altro esempio, al Castello di Rapallo, vicino a Chiavari, città ligure dove vivo, l’incontro nei sotterranei con una strega. Ancora oggi mi sembra che sia stato tutto reale. In generale, comunque, adoro le fiabe e le lunghe storie che evocano il fantastico, dalle più antiche come Cappuccetto Rosso a quelle più recenti e africane come Kirikù e la strega Karabà, o  l’italiana L’ultimo elfo.

Quanto sai della vita di Andersen e quanto questa ha stimolato la tua fantasia?

Penso che per raffigurare le fiabe sia essenziale anche una conoscenza degli autori: Andersen, a cui è dedicato il Premio e il Festival di Sestri levante, sede della prima esposizione di questo progetto, è un autore dai mille risvolti e senza dubbio ha creato una serie di favole che oggi sono immortali, come La Sirenetta, La piccola fiammiferaia, Il brutto anatroccolo o La principessa sul pisello, per citare le più famose. Lo trovo molto malinconico, sia nel modo di scrivere le storie, che nella sua biografia: da quello che ho letto era un personaggio un po’ emarginato, introverso e solitario, ma ha creato delle fiabe di enorme fascino ed attualità. E con lui condivido un certo senso di malinconia e nostalgia che credo siano ben trasportate in alcune foto.