Jaime Lannister e Aerys Targaryen in un'illustrazione di Michael Komarck
Jaime Lannister e Aerys Targaryen in un'illustrazione di Michael Komarck
Ogni storia, vista con occhi diversi, potrebbe essere diversa. Quando Bran scopre casualmente Jaime e Cersei non capisce cosa stia accadendo fra i due perché ha solo sette anni. Non capisce il senso del discorso che sta ascoltando, anche se il lettore lo capisce, e non riconosce i due personaggi fino a quando non li vede in faccia. In questo momento c’è una scollatura fra lettore e punto di vista perché il lettore sa qualcosa che il punto di vista ignora, ma questa scollatura ha il solo effetto di rendere il punto di vista ancora più vivo perché nel lettore si forma un’aspettativa legata a qualcosa che il personaggio non ha ancora percepito. Per Bran l’arrampicata è un gioco, la sua fine con la caduta un incubo dal quale in seguito cercherà di fuggire con tutte le sue forze. Per Catelyn in un primo momento si tratta di una disgrazia talmente enorme da rischiare di portarle via il senno, in seguito di un duplice tentativo di omicidio particolarmente crudele. Il responsabile del secondo attentato alla vita di Bran è Joffrey, e anche se gli avvenimenti non sono mai visti con i suoi occhi alcune riflessioni di Tyrion e una conversazione fra Jaime e Cersei fanno capire che l’omicidio, che per gli altri è un gesto aberrante, per il giovane re sarebbe stato un atto di clemenza volto a evitare a Bran una vita da storpio. Il punto di vista più interessante è quello di Jaime.

Il lettore ha a disposizione tutti gli elementi per arrivare a valutare davvero il senso di ciò che lui fa per amore ma se ne dimentica distratto dall’orrore del gesto, preceduto oltretutto da un rapporto incestuoso e da alcuni discorsi sul tradimento fatti nel secondo capitolo di Catelyn e in quello di Bran. Anche prima di quella spinta Jaime appare come l’antipatico della situazione, e ad aggravare le cose c’è pure la sua pessima nomea visto che il soprannome con cui è noto è Sterminatore di Re. Per due libri la sua immagine nella mente del lettore è chiara e viene solo aggravata da ogni sua azione, che sia l’aggressione a Ned nella quale fa ammazzare Jory Cassell o il modo strafottente con cui si rivolge a Robb quando è lui a essere fatto prigioniero.

All’inizio de Il trono di spade Jaime prova a uccidere un bambino di sette anni. Lui non sa cosa Bran possa aver sentito o quanto abbia capito di quel che ha sentito, sa di essere stato probabilmente ascoltato mentre faceva discorsi compromettenti e di essere stato sorpreso mentre commetteva quello che è contemporaneamente un incesto e un adulterio. E la persona cornificata è il re, un re che non ama né lui né sua sorella, che ha potere di vita e di morte su tutti i suoi sudditi e che ha la necessità di avere una linea di successione chiara. Se Robert avesse capito di essere stato cornificato avrebbe certamente condannato a morte lui, Cersei e i loro tre figli. Il gesto di Jaime, tremendo, è la soluzione più semplice e sicura per salvare la vita di cinque persone – la sua e quella di quattro persone che ama, compresi tre bambini – al prezzo della sola vita di un bambino che non conosce. Jaime opta per quello che è, dal suo punto di vista, il male minore. È condannabile per questo? Secondo Catelyn e Robert sì, ma loro sono di parte. Per Jaime la soluzione era semplice, ed era quella che comportava i rischi minori.

A quali condizioni la scelta del male minore è accettabile? Questo è un problema per il quale la filosofia morale non ha ancora trovato una risposta che metta tutti d’accordo. Negli ultimi cinquant’anni il dilemma è stato analizzato da un ramo della filosofia molto complesso denominato carrellologia. Noi ne vediamo solo due varianti.

Un carrello ferroviario sta viaggiando senza controllo su un binario sul quale sono legate cinque persone. Se il carrello le travolgesse queste persone morirebbero. È possibile, però, azionare una leva che devierà il carrello su un altro binario su cui è legata una sola persona. Cosa è giusto fare? David Edmonds, autore del saggio Uccidereste l’uomo grasso?, ci informa che la maggioranza delle persone a cui è stato posto l’interrogativo, in tutto il mondo e a prescindere dalla cultura di provenienza e dalla condizione personale, ha risposto che avrebbe deviato il carrello.

Nel secondo caso lo spettatore/attore si trova sopra un ponte, il binario con il carrello impazzito è sotto di lui e ci sono sempre i cinque poveretti legati. Stavolta accanto all’uomo sul ponte c'è un uomo così grasso che se lo spingesse giù fermerebbe certamente il carrello. Come nel primo caso un uomo morirebbe ma cinque sarebbero salvi. A differenza del primo caso, ora la maggioranza degli interrogati dice che non spingerebbe l’uomo grasso giù dal ponte anche se dal punto di vista di una razionalità utilitaristica nelle due situazioni non cambia niente: il male minore è che uno muoia per salvare gli altri. Eppure se istintivamente in questo caso la maggioranza dice che non spingerebbe l'uomo giù dal ponte qualche differenza deve esserci. Cosa fa sembrare immorale in questo caso, rispetto al precedente, la medesima azione?