Alito di fuoco e ali di pipistrello

Elsbeth the Enchantress - ©2004 Clyde Caldwell All Rights Reserved
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I mostri medievali, in Europa, hanno avuto origine da fascinazioni classiche; nella Grecia antica e nell’Impero Romano il mito del drago si fonde con gli antichi culti del serpente e del basilisco dallo sguardo che uccide. Il Titano Tifone e il drago nelle avventure di Giasone sono solo un paio di esempi.

Senza dimenticare che la figura del malvagio bestione nell’immaginario medievale deve molto ai miti di origine germanica, dove il drago ha il ruolo di guardiano del proverbiale tesoro.

E allora il nostro mostro ha finito per uscire sotto molteplici forme dagli scrittoi dei monasteri per approdare nell’immaginario delle masse, in genere incolte, per essere filtrato da paure e superstizioni.

Gran parte della fauna che finì sui bestiari medievali, che per quanto era possibile avevano grossa diffusione, arrivava dal Naturalis Historia dello scrittore latino Plinio il Vecchio, vissuto nel primo secolo dopo Cristo.

Non c’è da stupirsi se i monaci di questa o quella abbazia, possiamo citare i monasteri di San Gallo, Cluny, Montecassino, fra i tanti, finivano per aggiungere un po’ di colore ai mostri della cultura classica. Con grande aiuto dei miniaturisti e degli scultori, che quasi preferivano rappresentare le varie forme animali del peccato, ugualmente e anche più accattivanti delle rappresentazioni della virtù

Il principe di tutti questi mostri peccaminosi era il drago, divenuto il simbolo di Satana stesso; sì, perché per l’uomo medievale una creatura fantastica se non rappresentava un aspetto della Divinità o del Demonio, non esisteva.

Nella stessa Apocalisse di Giovanni, il drago è il Diavolo: Drago ille magnus, serpens ambiguus, qui vocatur diabolus et Satanas (Gen., 12.9).

Nascono così tutti i miti moderni, partendo dalle mitologie antiche di questa o quella nazione.

Il drago è un mostro di terra e di aria che custodisce i tesori. Diventa simbolo del peccato in generale. E il fatto che nella Genesi a tentare Eva sia proprio un serpente, di certo non ha aiutato la fama del nostro scaglioso mostro.

Il generale i draghi medievali abitano sui dirupi, nelle caverne e in tutti i generi di anfratti sotterranei, ma non di rado anche nelle foreste e vicino ai vulcani. Insomma, qualunque luogo incutesse un po’ di timore all’uomo del medioevo, finiva per essere abitato da un drago.

Il viso da rettile, la coda da serpente magari usata per stritolare ce l’ha sempre avuta. Perfino l’alito mortifero, di solito al fuoco o all’acido non gli è mai mancato, fin dai tempi dei miti greci.

È invece solo intorno al XII-XIII secolo che cominciano a comparire nei manoscritti o nelle decorazioni di qualche chiesa i primi draghi con le ali da pipistrello. Ancora una volta viene scelta una specie animale che incute paura e suscita ribrezzo. Pur essendo mammiferi, i pipistrelli europei sono molto poco vicini nell’aspetto agli animali domestici o selvatici che un contadino è abituato a veder tutti i giorni. E l’essere sfuggenti e di abitudini notturne non li aiuta di certo.

L’iconografia del drago con le ali da pipistrello ha finito per avere un enorme successo, tanto che ancora oggi è quello l’aspetto radicato nell’immaginario collettivo occidentale. Il Lucifero di Dante nella Divina Commedia, che ha ali di drago, è una delle innumerevoli dimostrazioni.

Spesso le raffigurazioni vedono il drago appollaiato su un tetto la guglia di una chiesa, a rappresentare il peccato che è sempre in agguato nell’animo dell’uomo. Più o meno per questo motivo hanno avuto origine i gargoyle e i doccioni nelle cattedrali gotiche, la cattedrale di Notre Dame a Parigi su tutte; senza l’innominabile piacere degli autori nel realizzare mostri per scatenare la propria fantasia.

Con l’avvento della Cultura Provenzale e della Poesia Cortese, che esaltava le gesta cavalleresche degli eroi, la cultura popolare ha cominciato a veder il drago come l’antagonista ideale degli eroi.

Si è cominciato coi santi, naturalmente. Jacopo da Varagine era un santo cavaliere che uccise un drago che teneva prigioniera la figlia di un re. L’Arcangelo Michele e San Giorgio devono la loro fama a epici scontri con un drago. Niente di strano, visto che la dicotomia santo-mostro ben si prestava a tutta una serie di allegorie: male conto bene, virtù che trionfa sul peccato, la forza della fede contro la bestialità degli istinti, e così via.

Col passare del tempo e l’avvento della moderna scienza empirica, gli europei hanno smesso di credere ai draghi ma hanno continuato a sognarli, senza mai smettere di dar loro un posto di rilievo in favole e leggende popolari.