Sono passati diversi anni da quando Ryu vinse il torneo di arti marziali più importante del mondo, per poi scomparire misteriosamente. Ken, amico di lotta da una vita, si limita a esibirsi in baracconate per intrattenere il pubblico, ferito dall’allontanamento di quello che considerava un fratello, ma anche dalla morte violenta del suo maestro per mano del demone Akuma, che vede in Ryu l’unico rivale degno di lui. Il momento del riscatto arriva quando il malvagio Bison, alla ricerca di un super campione a cui estrarre tutta l’energia, organizza un torneo mondiale. Chun-Li ha il compito di richiamare tutti i campioni sparsi per il mondo, anche se la sua è solo una copertura per entrare nelle grazie di Bison e vendicare la morte di suo padre. Ken accetta subito l’invito per riscattare una carriera in declino, ma ciò fa uscire dall’ombra Ryu, vero obiettivo di Bison, che teme per la sorte dell’amico.

Che cosa resta da raccontare di una saga nata, in fondo, da un torneo di pugni e calci senza quasi una trama? La storia di Street Fighter comincia nel 1987 con un esperimento di Capcom piuttosto goffo, in cui l’unico lottatore controllabile era un giovane karateka di nome Ryu. È però con Street Fighter II (1991) che la casa di Osaka scrive la grammatica di un intero genere: otto combattenti da tutto il mondo, riconoscibili a colpo d’occhio, e un sistema di combo nato da un errore di programmazione che gli sviluppatori ebbero l’intelligenza di non correggere. Da allora la serie si è reinventata più volte, dai prequel dal sapore anime della serie Alpha alla sofisticazione tecnica di Street Fighter III, fino al rilancio del quarto capitolo e all’attuale Street Fighter 6. Molto più tormentato è stato il rapporto con il cinema. Street Fighter – Sfida finale (1994) di Steven E. de Souza trasformava il torneo in un action militare sopra le righe, cucito addosso a Jean-Claude Van Damme. Nello stesso anno Street Fighter II: The Animated Movie di Gisaburō Sugii dimostrava che quei personaggi potevano vivere sullo schermo con dignità e coreografie memorabili. Street Fighter: La leggenda (2009), incentrato su Chun-Li, si perdeva invece in un anonimo thriller d’azione.

Arriviamo così al 2026, con un nuovo tentativo di rilanciare il marchio attraverso una miscela di nostalgia anni Novanta, action comedy e suggestioni dell’animazione giapponese.  Siamo dalle parti di Masters of the Universe, per intenderci, piuttosto che di Resident Evil: l’obiettivo sembra essere quello di intercettare il pubblico cresciuto tra i videogiochi da cabinato e gli appuntamenti con Anime Night su MTV, puntando tutto sulla riconoscibilità di personaggi e atmosfere. Il problema è che, al di là dell’operazione nostalgia, manca una vera idea cinematografica. Street Fighter torna sullo schermo senza riuscire a giustificare fino in fondo la propria esistenza, come se bastasse riesumare un immaginario familiare per trasformarlo automaticamente in intrattenimento. La parte animata, utilizzata per raccontare i flashback della vicenda, è senza dubbio l’elemento più riuscito del film. Non soltanto per la qualità della resa visiva, ma anche per la scelta di un disegno bidimensionale realizzato a mano, che richiama l’estetica di alcuni capisaldi dell’animazione giapponese degli anni Novanta, da Akira a Ghost in the Shell.

Per il resto, però, Street Fighter è tutta cornice e poca sostanza, con un action che fatica a trovare ritmo e incisività. Il paradosso è che il film fallisce proprio sul terreno in cui dovrebbe giocare le sue carte migliori: le arti marziali. I combattimenti sono pochi e coreografati senza particolare inventiva, mentre l’attenzione sembra concentrarsi soprattutto sulla ricostruzione di un’atmosfera anni Novanta che guarda più a Willy, il principe di Bel-Air che all’adrenalina di John Wick. A confermare la confusione dell’insieme arrivano anche una serie di camei sprecati, come nel caso di 50 Cent, che compare e scompare senza che la sua presenza trovi una vera giustificazione narrativa, o di Jason Momoa, chiamato a interpretare una sorta di mostro verde realizzato in computer grafica, altrettanto superfluo. Presenze che dovrebbero contribuire allo spettacolo e che finiscono invece per accentuare la sensazione di assistere a una sfilata di trovate assemblate senza un disegno preciso. A peggiorare le cose ci pensa una durata di ben due ore, decisamente eccessiva per un film che fatica a sostenere il proprio impianto e non riesce a dare spazio a combattimenti memorabili. Il risultato è un’operazione che confonde la nostalgia con l’identità e la riconoscibilità dei personaggi con la necessità di raccontare qualcosa.