Ouroboros
Una storia a metà, in equilibrio sul confine, scritta per chi ama passeggiare con la mente lungo il costone spartiacque, per chi non disdegna di sporgersi a sbirciare nei due abissi di possibilità, privilegiando talvolta la tortuosità della mente e talaltra la soluzione squisitamente fantastica.

Mauro Mirci
Presentazione E' sempre indispensabile che un racconto si proponga per l'assoluta originalità dell'argomento? Personalmente non lo credo. Reputo, invece, che si possa scrivere una buona storia anche rivisitando temi già trattati, a patto che la riscrittura proponga un punto di vista personale, e a patto che gli elementi utilizzati, quelli sì, risultino amalgamati con modalità inedite. E' il caso di questo racconto di Mauro Mirci (curatore del sito paroledisicilia.it, vincitore di Premi letterari e finalista, fra l’altro, in edizioni dell’Alien e del Lovecraft), in cui l’autore, con ammirevole equilibrio tecnico, piuttosto che puntare sul finale a sorpresa, che pure è in qualche modo presente, gioca a mescolare il fantastico con lo psicanalitico, aggiungendo elementi di simbolismo esoterico assolutamente stimolanti.
Mauro Mirci ci dice del suo racconto:
"Nel febbraio del 2004, mentre mi trovavo a Palermo, iniziai un libro di Piergiorgio Odifreddi, C’era una volta un paradosso, che parla, appunto, della storia del paradosso nella logica, nella matematica e nella filosofia. Avevo da poco terminato di rileggere l’Aleph di Borges, che fa del paradosso il punto di partenza e di arrivo del costrutto narrativo. Questi due libri mi fornirono lo spunto per Ouroboros. E l’accostamento ai versi di Fumblin’ with the blues non è casuale. Entrambi, racconto e canzone, sono il resoconto in prima persona della vita di un perdente; tuttavia, entrambi parlano di amore e di speranza."
Dunque, di narrazione che propone paradossi si tratta, accompagnata da serpenti che si tingono di giallo e divorano se stessi. Così, anche per questo racconto, soprattutto per questo racconto, si potrebbe dire con Georges Durand: l’Ouroboros, il serpente, “sarà infine avvalorato come custode della perennità ancestrale e soprattutto come temibile custode del mistero ultimo del tempo: della morte.”
Buona lettura
(AP)
Presentazione dell'autore: C’è cosa più imbarazzante che presentarsi da sé? Si rischia di cadere nell’autocelebrazione (pratica mortificante quanto l’autofustigazione) a ogni parola, o peggio, nella modestia esagerata di chi vorrebbe dire e invece crede più elegante glissare. Molto più semplice è descriversi nel fisico. Dunque, io peserei circa un quintale per un metro e ottanta. 43 di piede, 54 giacca, 50 (o 52) pantaloni. Però la cosa, messa così, rischia di essere noiosa. Allora parlerei dei sogni. C’è stato un tempo che ho sognato di essere un attore, perché credevo che la loro morte non passasse inosservata. Molto meno di quella di un impiegato, comunque. Era morto da poco John Wayne e la Tv ne parlava molto. La cosa mi colpì. Da adulto rifletto spesso su questo strano desiderio che mi portò a ipotizzare una vita possibile partendo da considerazioni sulla morte. Peraltro amo moltissimo la vita. Credo che solo chi ha pensato cose tanto sceme della morte possa amare la vita il giusto.
(MM)
La nostra vita è esistita. Lei, io, la nostra casa. Anche il nostro tempo è esistito, pure se il tempo è un concetto che ormai mi sfugge e stinge nella mia memoria.
C'era Maura. La sua immagine sorridente si sovrappone a quella di un corpo inerte disteso per terra, circondato da un'aureola di sangue. Io l'osservo dalla soglia. Non ho la forza di urlare, di chiedere aiuto. C'è solo quella canzone che sembra volermi deridere, propagandosi dagli altoparlanti dello stereo. Un attimo che dura un'infinità.
Poi urlo: — Maura...
Fallin' in love is such a breeze...
Rispondimi!...
But it's standing up that's so hard for me...
Maura, Dio mio, cosa ti hanno fatto?...
I want to squeeze you but I'm scared to death...
Parla, parla, ti prego...
I'd break your back...
Maura!... Aiuto! Aiuto!...
You know your perfume, it won't let me be. (1)
Ero accanto a lei.
Lo specchio mi restituiva l’immagine di un uomo in ginocchio. Stringeva il corpo inanimato di una donna. Il sangue gli macchiava le mani e i vestiti.
Sono davanti alla porta. Busso.
Non sono mai riuscito a capire perché. Forse sono pazzo, ho pensato. Nella mia pazzia tutto potrebbe assumere la forma che percepisco. Certo, forse sono pazzo, in effetti, cosa lo impedisce? Impazzire è anche perdere la cognizione dei propri sistemi di riferimento. Ma in questo possibile smarrimento di sistemi referenziali che senso avrebbe opporsi alle immagini del mondo che mi entrano dentro? Tanto vale viverla questa follia nuova così simile alla realtà.
In ragione di questo potrei non essere pazzo.
Non lo so. Non potrei mai saperlo. E allora che senso avrebbe dirsi pazzo e comportarsi come tale? Che vantaggio ne avrei?
Sento dei passi dietro la porta chiusa. Sento gli scatti della serratura.
Dov'ero quando è successo? E' cominciato tutto con questa domanda. Poi è stato un conteggio di minuti, coincidenze e ritardi. La ricapitolazione delle parole scambiate con un passante, con la portiera, con il professore del primo piano.
Tempi.
L’ossessione dei minuti sprecati.
Ho trascorso le mie giornate compilando elenchi di memorie. Orari e tempi soprattutto. Tre minuti trascorsi con la portiera, forse quattro. Due col professore, credo. L’ascensore sempre occupato. Altri minuti persi nell’indecisione se fare le scale a piedi oppure attendere la cabina.
— Ma lei non ha proprio visto nessuno scendere le scale? — mi ha chiesto uno dei poliziotti al commissariato.
— Nessuno — ho risposto. Chissà se saprò mai chi occupava l'ascensore.
Anche i poliziotti hanno steso precise scalette della giornata, dei tempi, dei ritardi.
— E' stata una questione di minuti — mi hanno assicurato.
E' incominciata così, la mia ossessione: solo una questione di minuti.
Si apre uno spiraglio — una linea di luce bianca — tra stipite e battente. Il viso di Maura lo occupa. Sembra contenta di vedermi.
— Come mai prima, stasera?
Assieme alla sua voce, mi accoglie anche quella di Tom Waits.
Quando è successo, Maura aveva messo su il CD che le avevo regalato a Natale. Ho sempre immaginato che quella sera fosse impaziente e ansiosa. Suonano alla porta. Lei corre ad aprire. Poi è a terra. L'aureola rossa nata sotto i suoi capelli si allarga sul pavimento. Poco dopo arrivo io.
Pausa.
Incredulità, angoscia, ansia, frenesia, speranza. Braccia tremanti che stringono il corpo di Maura. Il mio petto ospita un cuore che sta per esplodere. Poi urlo.
Cosa è successo in quell'intervallo tra l'apertura della porta e il momento in cui l'aureola rossa ha iniziato ad allargarsi sul pavimento?
Quando è successo, forse, discutevo con la portiera. Questo pensiero non mi dà pace. Forse, mentre Maura moriva, ascoltavo annoiato le chiacchiere inutili di una donna sciatta.
Sono i pensieri che mi hanno accompagnato più di tutti nei primi momenti del mio dolore. Avrei dovuto essere in casa con lei.
E le parole dei poliziotti, anche quelle, certo.
— Forse un balordo ha tentato un furto. Ha visto qualcuno scendere mentre lei saliva? L'omicidio è avvenuto poco prima che lei trovasse il corpo. Quando s'è accorto che l'ascensore era in discesa? Ha dei sospetti? Capiamo il suo dolore. Si tenga a disposizione.
Mi tengo a disposizione, certo. Dove volete che vada?
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1 Commento a secco........ Testo cancellato dal gestore del sito Quello inviato non è un commento al racconto, bensì un'invettiva che non ha nulla a che vedere con quanto pubblicato qui. Malumori e beghe personali vanno gestite in altre sedi. Grazie
» postato da (Squalo Terrestre) alle 17:31 del 22-04-2008