Lino Aldani Daniela Piegai - Nel segno della luna bianca (Fonte: Catalogo Vegetti)
Lino Aldani Daniela Piegai - Nel segno della luna bianca (Fonte: Catalogo Vegetti)
Aldani e Piegai operano in una tradizione diversa dalla matrice cavalleresca sviluppata dagli epigoni di Tolkien. Piuttosto, siamo nei dintorni del filone della sword & sorcery e della heroic fantasy – che nasce con Robert E. Howard e si consolida con Fritz Leiber e L. Sprague De Camp. Gli scenari sono talvolta a metà fra il Medioevo e l’antichità, spesso almeno in parte urbani, sempre con la presenza del soprannaturale, con una struttura sociale presentata a tutto tondo, non necessariamente “dall’alto”, e in genere non-gerarchici nell’essenza ultima: nel conflitto fra umano e metafisico, l’esito non è scontato.

Nella variante di Aldani e Piegai, abbiamo una fantasia eroica senza eroe, in un simil-Medioevo sostanzialmente rurale. Il protagonista è adolescente ma Nel segno della luna bianca è un romanzo mirato chiaramente a un lettore adulto. Classicamente, la storia del ragazzo è una vicenda di crescita e di ricerca, in cui il perseguimento dell’autoconsapevolezza personale si unisce a quello della verità sulla natura del mondo. A colpire fu allora il realismo dello sfondo, con una prosa sobria anche se molto del tono è fiabesco: un romanzo, non un mito o un’epopea, in cui spicca l’elemento visuale. Attraverso gli occhi del protagonista Gavor, anche il lettore impara gradualmente a “vedere” il suo mondo, magico ma non idealizzato.

In un’intervista del 2004, Aldani disse a Giuseppe Lippi di aver voluto scrivere “un fantasy dichiaratamente di sinistra”, e che alcuni ne furono scioccati. Forse lo saranno meno, ora, i lettori che conoscono la tradizione che passa per Michael Moorcock, e arriva a Samuel R. Delany e China Miéville. Ma rileggendolo oggi, rimane soprattutto in mente il fatto di un romanzo che in meno di duecento pagine riesce a dare il dettagliatissimo spaccato di una società articolata. Intorno al protagonista, una pluralità di personaggi di contorno fungono da sfondo, uomini e donne. Mercanti e artigiani, contadini e allevatori, soldati e mercenari, briganti e prostitute, sono ancora più rilevanti per l’intreccio dei lontani, opprimenti signori e sacerdoti. Accanto a una fauna aliena e sotto un cielo diverso dal nostro, si dipana un’avventura che comprende una memorabile storia d’amore con una bella maga. Lo scioglimento richiama un’allusione a universi paralleli un po’ alla De Camp. Come sempre, Aldani giocava con i limiti dei generi letterari, anche scrivendo (con grandissimo mestiere) quella che resta un’ottima storia avventurosa. Difficile immaginarla tradotta in film, ma un Miyazaki italiano, se mai nascesse, troverebbe materiale succulento in Nel segno della luna bianca.

Partita dalla fantascienza, da quel momento in poi Daniela Piegai si sarebbe spostata sempre più verso una fantasy personalissima. Da un lato, abbiamo storie fiabesche come i racconti della Lunigiana pubblicati in Nova SF Perseo n. 8 (1986); dall’altra un romanzo come Il mondo non è nostro (La Tartaruga, 1989), col suo sfondo surreale, non pienamente giustificato dall’accenno ad anomalie temporali (che pone quel mondo fuori dal tempo), un po’ come La fortezza dei tartari di Dino Buzzati, ma con un linguaggio scabro, realistico. Potremmo dire che proprio grazie alla collaborazione con Aldani, i suoi due registri raggiungono un equilibrio. Sarebbe bello ritrovarlo più spesso negli

Daniela Piegai - Il mondo non è nostro (Fonte: Catalogo Vegetti)
Daniela Piegai - Il mondo non è nostro (Fonte: Catalogo Vegetti)
autori odierni.

A rendere la Luna di Aldani e Piegai una pietra miliare nello sviluppo della fantasy italiana è proprio la costruzione del mondo. Per quanto eterodosso, forse per la prima volta un romanzo italiano poneva al centro quell’impegno narrativo: una parabola libertaria sul potere e sul raggiungimento dell’età adulta basata sulla presentazione di un universo fantastico, in cui il livello metaforico-conoscitivo non cancella il piacere di quello letterale.

Le origini della Fantasy Italiana

Non vorremmo perdere l’occasione per due note sull’emergere di questo genere in Italia. Come ricorda anche la recente raccolta di articoli di Gianfranco de Turris, Cronache del fantastico (Roma, Coniglio, 2009), molte delle radici della letteratura fantastica italiana hanno più a che fare con il gotico che non con quanto oggi chiamiamo fantasy. In molti dei precursori, per quanto straordinari, troviamo proprio la riluttanza a prendere sul serio quel mondo possibile (il mondo secondario, per dirla con Tolkien). Nel testo fondante, Il segreto del Bosco Vecchio di Dino Buzzati (1935), il finale in effetti sanciva l’obsolescenza del mondo fantastico: la fine dell’infanzia, per Buzzati, era la fine della fantasia. Un altro filone era più vicino al realismo magico, trovando nel passato (medievale o antico) una poeticità e una pienezza perduta, in cui il confronto col presente era in vario modo esplicito; un gioco narrativo che mantiene le proprie carte (l’immagine non è casuale) scoperte in ogni istante, che rende impossibile l’immersione nel mondo di fantasia: pensiamo a Italo Calvino (Il visconte dimezzato, 1952; Il cavaliere inesistente, 1959; Il castello dei destini incrociati, 1969-73) o a Giuseppe Bonaviri (La divina foresta, 1969). Ricordiamo poi almeno Il pianeta irritabile di Paolo Volponi (1978), romanzo post-catastrofe in cui i protagonisti sono animali parlanti.