L’atmosfera iniziale è futuristica, ma di un futuro “sporco”, imperfetto. Luci improvvise che fendono il buio, che formano inattese geometrie, che scendono dal basso o che dal basso vanno a perdersi in altro, che escono dai confini della pista, mentre una voce innaturale, distorta, presenta il protagonista dello show. Yuzuru Hanyu. Ancora una volta migliaia di persone si sono riunite in un solo posto per lui. 7.000 in ciascuno dei due giorni di REALIVE, oltre 200.000 contando tutti coloro che hanno assistito dal vivo ai 23 spettacoli da solista interpretati da Hanyu fra novembre 2022 e aprile 2026, in molti casi anche compiendo voli intercontinentali, dopo aver vinto alla lotteria la possibilità di comprare un biglietto per il quale, ogni volta, il numero di richieste è molto più alto rispetto a quello dei posti disponibili nell’arena in cui si svolgerà lo spettacolo. E questo senza contare chi assiste allo spettacolo davanti alla televisione, nei cinema – guardando il solo Realive, il secondo spettacolo è stato trasmesso in 81 sale in Giappone, in altre 63 in Giappone per la differita di due giorni più tardi e in 15 fra Taiwan, Hong Kong, Singapore e Macau – mentre il resto del mondo si è collegato in diretta su internet attraverso il livestream di Beyond Live.
Dopo Prologue, GIFT, RE_PRAY ed Echoes of Life, questo è il quinto dei solo show creati da Hanyu. Cinque progetti diversi portati in scena in tre anni e mezzo. In questo caso sono due sole date nell’arena di Rifu, vicino a Sendai, la città di Hanyu, che torna a esibirsi da solo dopo una lunga pausa dedicata alla cura del suo corpo – la manutenzione, come l’ha definita lui prendendo in prestito la parola dal mondo dei videogiochi – un corpo logorato in tanti anni di gare e spettacoli, intensi allenamenti e infortuni mai curati del tutto, ma anche una pausa dedicata allo studio, perché per lui il cammino per perfezionarsi non finisce mai. C’era stato Notte stellata un mese prima, lo show dedicato alla memoria del Terremoto del Tohoku del marzo 2011, ma Notte stellata è uno show di gruppo e per quanto i programmi da lui presentati, compresi i due inediti su musiche di Ryuichi Sakamoto, Happy End e Yae no sakura, fossero intensissimi, i solo show sono un’altra cosa.
Le Ice Story
Realive non è esattamente un'Ice Story ma un momento di svolta, un po’ come Prologue. Nel primo dei suoi solo show, il prologo per ciò che Hanyu avrebbe fatto dopo, la storia era più semplice, una narrazione di chi era stato lui come atleta, dei suoi successi, del perché la sua storia fosse importante, con un allestimento scenico tutto sommato semplice e un solo programma inedito.
Con Gift erano nate le Ice Story, maggiore spazio alla creatività, alla narrazione dalla storia, di nuovo la sua storia ma questa volta universalizzata, una maggiore profondità, un aspetto visivo all’avanguardia raffinatissimo, per lui una sfida tecnica e atletica che faceva impallidire il già importante contenuto tecnico e atletico dello spettacolo precedente, due programmi inediti e un messaggio importante per il pubblico sull’importanza dei sogni e sul fatto che, comunque vadano le cose, è possibile andare avanti.
Re_Pray, legato al mondo dei videogiochi, aveva mostrato a tutti le doti di Hanyu come narratore, perché il protagonista non era più Hanyu ma un giocatore, qualcuno che stava seguendo un cammino irto di difficoltà, di cui non conosceva il punto di arrivo. Una finzione, certo, nella prima metà basata principalmente sulle atmosfere fantasy di alcuni videogiochi da lui amati, ma strutturata in modo da toccare le coscienze di coloro che assistevano allo show. Un ulteriore passo avanti nelle sfide tecniche e atletiche, tre programmi inediti e una più completa fusione fra pattinaggio e tecnologie. In Echoes of Life gli inediti erano stati otto, più della metà dei programmi, con l’importanza della narrazione resa evidente dal racconto distopico scritto da Hanyu e pubblicato in forma di libro prima ancora della prima data dello spettacolo. Un protagonista, Nova, con una storia tutta da scoprire e una sua identità, nato dagli studi di Hanyu, che si era interrogato sul senso della vita leggendo filosofi occidentali come Emil Cioran e giapponesi come Masahiro Morioka e Rei Nagai, con la quale aveva anche portato avanti una conversazione filosofica, così come al tempo di Re_Pray aveva conversato con il copywriter e autore di videogiochi Shigesato Itoi.
Quattro spettacoli, un percorso nel quale, pur rimanendo un atleta – l’aspetto atletico è sempre stato volto a sfidare i limiti delle sue capacità, con l’esecuzione di numerosi salti tripli e quadrupli e un ancor più alto numero di trottole – Hanyu aveva donato un’importanza crescente all’aspetto artistico. Storie più complesse e immersive, perfezionate tramite la collaborazione con musicisti e artisti specializzati nelle nuove tecnologie guidati dalla regista e coreografa Mikiko, sempre al suo fianco. Fino a questo Realive che, invece di essere definito da Hanyu Ice Story, è stato presentato come An Ice Story Project. Qualcosa di diverso, non esattamente un'Ice Story, anche se è strettamente legato a quel percorso. Uno spettacolo nel quale Hanyu si proponeva di donare nuova vita ai programmi che aveva creato fino a quel momento, presentandoli come qualcosa di unico e irripetibile. Un Occidentale potrebbe pensare a Eraclito e al fatto che sia impossibile immergersi due volte nello stesso fiume, per un giapponese siamo nell’ambito dello yojijukugo “ichi-go ichi-e”, un lessema composto da quattro kanji traducibile come “una vita, un incontro”, che ricorda che ogni evento è un evento unico.
Realive: il primo tempo
Un’atmosfera futuristica avvolge lo spettatore, dunque. Dopo i primi suoni riconosciamo la musica di Echoes of Life, ma anche la musica è sporca, distorta, con una distorsione che aumenta fino a trasformare ciò che stiamo sentendo in uno dei brani di Re_Pray. Anche ciò che vediamo è cambiato, i giochi di luce sono diversi, ci siamo spostati da uno spettacolo all’altro. Tempo pochi secondi e la musica cambia ancora, mentre le luci sembrano impazzite, e poi ancora, con ritmi che cozzano fra loro, identifichiamo la voce di Ado e del suo Ashura-chan, programma proposto per la prima volta in Gift, e subito finiamo di nuovo travolti, risucchiati in un vortice che sembra non trovare requie. Ancora. Ancora. Fino al conto alla rovescia proposto dal megaschermo. 5… 4… 3… 2… 1…
Hanyu entra in pista camminando. Non pattinando, camminando, con un’andatura morbida e insieme regale e un’illuminazione da dietro che ci consente di vedere solo la silhouette. C’è silenzio, se si escludono le urla dei fan. Fino al primo colpo del pattino sulla pista, il segnale per accendere le luci. Quello indossato da Hanyu è un costume nuovo, anche se il programma lo conoscono tutti. Megalovania, su musiche di Toby Fox per il videogioco Undertale. Un programma nato per Re_Pray, nel quale il giocatore, ormai totalmente immerso nella partita, lottava disperatamente nel tentativo di non lasciarsi schiacciare, di sopraffare gli avversari. Durante la prima parte l’unico suono è quello delle lame che scavano solchi nel ghiaccio, poi partono le note ad accompagnare un programma frenetico, composto da ben sei trottole e una serie lunghissima di movimenti rotatori. Alcuni dettagli della coreografia sono cambiati, il nuovo costume ha reso necessario girare nuovamente i video per le scene in cui Hanyu si teleporta all’interno dell’arena, l’immersione nell’atmosfera è totale.
Nel momento in cui Hanyu esce, tornano i suoni iniziali, torna la voce, ancora disturbata, e il logo stesso dello show, tre cerchi affiancati che vediamo solo in parte e che si sovrappongono, è disturbato, come se un segnale esterno interferisse con il monitor. L’instabilità permea tutto, tocca anche il logo, i cerchi si muovono fino a sovrapporsi, a diventare uno, e a trasformarsi in un vecchio disco vinile sulla cui etichetta si legge Yuzuru Hanyu archive. Questo è un progetto basato sui precedenti spettacoli da solista, e sui solchi appaiono frammenti dei vecchi show, vecchie musiche, dettagli incalzanti che, seppur riconoscibili, impediscono di focalizzarsi in un unico luogo, un’unica scena, almeno fino a quando il disco non si incanta. Hanyu aveva giocato per la prima volta sulla ripetizione in una delle trottole di Megalovania, immaginando la musica che si bloccava e lo costringeva a ripetere i movimenti. Ripetizioni, come nella combinazione al centro di The Darkness of Eternity, in Re_Pray, quando eseguiva due volte di fila la successione dell’euler con il triplo salchow e subito dopo, alla fine del primo tempo di Re_Pray, quando un problema di salvataggio lo aveva costretto a rigiocare la partita. Qui è il giradischi ad avere problemi, come se non sapesse cosa proporci, quale scegliere fra i 45 programmi diversi interpretati interamente o in parte da Hanyu in tre anni di solo show.
Quando il disco si ferma, il nuovo titolo è Mass Destruction: Reload, brano di Lotus Juice composto per il videogioco Persona 3 Reload. Ancora un programma incentrato sulla lotta, questa volta proveniente da Echoes of Life. Il costume sembra lo stesso, ma un dettaglio è cambiato. Mentre nel precedente show le parole scritte in modo speculare sulla schiena, visibili dagli spettatori ma non da Nova, e presenti anche su altri due costumi, fornivano un ‘indizio sull’identità di Nova, stavolta la scrittura segue la direzione corretta e ciò che si legge potrebbe essere un invito, o una dichiarazione d’intenti.
Remember death.
Therefore, live.
I will end, and so burn now.
Only those who face the end can embrace life.
Though made, I am a life now. I will fade, yet still – live.
Sono trascorsi meno di due minuti da quando Hanyu è uscito dalla pista, un tempo brevissimo, e questa è una nuova sfida: ridurre l’intervallo fra un programma e l’altro cambiandosi senza togliersi i pattini, il motivo per cui per Megalovania, il cui vecchio costume era un pezzo unico, ha avuto bisogno di un costume nuovo con la parte superiore separata dai pantaloni.
Da un programma molto pattinato, composto prevalentemente da trottole, twizzle e scivolate, con qualche salto coreografico a sottolineare la frenesia del momento, Hanyu passa ai passetti brevi e velocissimi dell’hip hop. Un programma molto più danzato, ma che trasmette la stessa sensazione di determinazione. Una determinazione simile a quella che ha caratterizzato la sua intera carriera agonistica, riassunta nel successivo video. La prima musica che sentiamo proviene da Gift. Stavolta la voce che ci introduce Yuzuru Hanyu, in inglese, si sente bene, non c’è nessuna distorsione. Sul jumbotron che sovrasta la pista, una struttura ottagonale con megaschermi su ciascun lato in modo da fornire una visione perfetta a tutti gli spettatori, scorrono foto, scritte che sembrano titoli di giornale, numeri: è la carriera di Hanyu, i suoi risultati, i suoi record. E poi si sentono le sue parole, frammenti di interviste, a volte in giapponese, a volte in inglese, relative al suo modo di intendere il pattinaggio, visto come la missione della sua vita. Da bambino a campione affermato e poi indietro, da campione affermato a bambino. Siamo tornati alla musica di Gift, quella che parlava del continuo perfezionarsi sino a perdere la sua identità e che introduceva Ashura-chan, programma sull’alienazione, nel quale la necessità di intrattenere il pubblico prevaleva sui sentimenti dell’intrattenitore. Sono un’alienazione anche le gare? Lo sono quei numeri? Le classifiche, i punteggi, i record. L’inseguimento del numero fine a se stesso. Erano diventate queste le gare? Mentre tre anni fa la musica conduceva gli spettatori a un inequivocabile Game over, la puntina del disco si ferma su Otoñal, di Raúl Di Blasio.
Si tratta di un programma di gara, il primo programma corto che Hanyu aveva interpretato dopo aver vinto il secondo oro olimpico e che, dopo aver ottenuto un risultato per lui insoddisfacente, l’argento mondiale, aveva ripresentato nella stagione successiva. Un programma che nelle sue intenzioni guardava il passato donandogli lo slancio verso il futuro ma che, legato a diverse delusioni, per lui si era trasformato in un game over. Nei solo show non lo aveva mai interpretato, se si eccettua la sequenza di passi in due delle date di Prologue, ma la sua musica aveva accompagnato lo storyboard in Gift, quando Hanyu aveva mostrato il suo percorso dalle gare giovanili ai successi, arrivando infine alle delusioni, senza nascondere il dolore. La solitudine, le scelte, il desiderio di andare avanti ancora un po’. Fino al momento in cui Gift aveva fornito a Hanyu la possibilità di… no, non cancellare il dolore di Pechino, dei suoi ultimi Giochi olimpici, perché nella vita, come in Undertale, ciò che si è fatto nel passato non può essere cancellato, ma di trovare un nuovo sentiero oltre quel dolore.
In Gift Hanyu aveva usato solo la musica di Otoñal, preludio al momento centrale di quello spettacolo con la reinterpretazione di Introduzione e rondò capriccioso. Stavolta pattina, presentando un layout dei salti semplificato rispetto a quello che eseguiva in gara. Per un lungo periodo non ha potuto pattinare, e anche se in uno dei video lo si vede festeggiare dopo l’atterraggio di un quadruplo toe loop con l’affermazione “bentornato!”, lui che ha sempre personificato elementi tecnici e programmi, probabilmente è ancora troppo presto perché Hanyu possa presentare un quadruplo all’interno di uno spettacolo così impegnativo. Triplo loop, triplo axel e combinazione triplo flip-doppio toe loop, il secondo giorno tutti eseguiti alla perfezione, così come perfetto è ogni gesto, dal piegamento delle ginocchia alla morbidezza delle braccia e all’estensione del corpo che arriva fino alla punta delle dita.
Dopo aver presentato un programma per ciascuno dei solo show, Hanyu gioca con il pubblico. La musica da videogioco proviene da Re_Pray, così come parte delle immagini in 8-bit. Le citazioni da Re_Pray, nel quale il giocatore coinvolgeva il pubblico nella sua partita, sono affiancati da domande nelle quali il pubblico si ritrova, ma in un livello diverso, perché stavolta la voce di Hanyu parla del percorso dello spettacolo a cui tutti stanno assistendo e del senso di appagamento che si ha ottenuto chi ha vinto la lotteria ed è presente all’interno dell’arena. Il gioco si è trasformato in metaspettacolo, con Hanyu che prova continuamente a superarsi e il problema del carrello che diventa un interrogativo su cosa stia facendo Hanyu e su come lo stia facendo. Hanyu ci ricorda che in caso di sconfitta, nei giochi è possibile ricominciare da capo, stavolta usando un tono umoristico assente dagli spettacoli precedenti, e finisce con il ritrovarsi di nuovo a voler diventare più forte, a desiderare di più, proseguendo dritto per la sua strada.
Proseguendo dritto come in Gate of Living, brano di Ringo Sheena attraverso il quale, in Re_Pray, Hanyu portava in scena i tre veleni che affliggono l’animo degli esseri umani, avidità, odio e ignoranza. Stavolta manca la pedana su cui Hanyu veniva innalzato, alcuni dettagli della coreografia sono stati modificati, la brama di avere sempre qualcosa in più è la stessa, ma è una brama da cui è possibile allontanarsi. Il desiderio di vincere un’altra gara, o di atterrare un altro salto, che ha guidato Hanyu lungo il suo percorso agonistico, fino a quando non ha detto basta. Sul disco compare una data, il 19 luglio 2022, il giorno in cui Hanyu si è ufficialmente lasciato le gare alle spalle. Quella conferenza stampa aveva fornito le immagini iniziali di Prologue, ora è l’inizio di un riepilogo della carriera professionistica attraverso frammenti delle Ice Story paragonabile a quello sulla carriera agonistica che abbiamo visto dopo Mass Destruction. Stavolta però gli unici numeri sono quelli dei giorni che scorrono, perché a essere importanti non sono numeri e record, ma le storie che lui ha narrato sul ghiaccio e le emozioni che hanno generato. E se le ultime quattro stagioni agonistiche erano state contraddistinte dalla lotta e dalla sofferenza, ora è arrivato il momento di guarire.
Giorno 222: Gift. Giorno 473: Re_Pray. Giorno 872: Echoes of Life. Giorno 1363: Realive. Il programma è One Summer’s Day, musiche di Joe Hisaishi per il film d’animazione La città incantata. Hanyu lo aveva interpretato per la prima volta in Gift immedesimandosi in Haku, il drago che ha smarrito la sua identità, mostrando la potenza distruttiva della natura ma anche la sua forza rigeneratrice. Il contrasto con Gate of Living, nelle musiche, nel projection mapping e nell’interpretazione, non potrebbe essere più diverso.
Una rinascita, quella di One Summer’s Day, portata avanti con le Ice Story, possibile solo grazie all’infinito lavoro. All’ideazione, agli allenamenti, alle prove, agli scambi di idee con gli altri membri dello staff per creare insieme qualcosa di vivo, attuale, adesso. Le immagini proiettate sul megaschermo, già viste nei numerosi documentari che hanno raccontato la genesi degli spettacoli, sono affiancate da immagini nuove che comprendono la ricostruzione ciò che si era perso perché il corpo aveva bisogno di una pausa, come quel quadruplo toe loop. “Bentornato”, al compagno di tante battaglie, della sua intera carriera senior. Un momento personale, una vulnerabilità che, all’interno degli altri show, non aveva mostrato, ma che ha dovuto attraversare per poter rinascere.
Utai iV: Reawakening è un canto di rinascita composto da Kenji Kawai per il thriller cyberpunk d’animazione di Mamoru Oshii Ghost in the Shell. Hanyu lo aveva interpretato per la prima volta in Echoes of Life quando Nova, dopo aver preso consapevolezza della sua esistenza, aveva iniziato a cercare risposte sulla natura del mondo in cui si trovava e del suo ruolo al suo interno. Il programma ha una conclusione improvvisa, con Hanyu che si blocca e solleva un braccio, lasciando che un lembo dell’ampio costume gli copra il volto. Ma se in Echoes of Life quel gesto era una conclusione, prima che Hanyu lasciasse temporaneamente la pista per cambiarsi, stavolta è un momento di trasformazione. Quando riabbassa bruscamente il braccio, l’espressione di Hanyu è cambiata. Lui è un’altra persona, ed è forse qui che si vede maggiormente come i suoi movimenti siano cambiati, siano stati perfezionati, in questi mesi lontano dalla scena pubblica, perché lui ha interprato Seimei un’infinità di volte, da quell’ormai lontano 2015 in cui lo ha proposto per la prima volta, ma questa è una versione nuova. Hanyu è salito di livello, da quello già molto elevato in cui si trovava prima. Un cambiamento difficile da definire, ma innegabile. Purezza delle linee, fluidità, espressività, estensione, tutto ha raggiunto livelli elevatissimi.
Finito il programma Hanyu si volge in tutte le direzioni e saluta. Ogni gesto è controllato, regale. Lui è ancora in scena, e lo sa. Quindi si dirige vesto l’uscita, porta le mani vicino alla bocca per urlare a pieni polmoni il suo consueto “arigato”, “grazie”, tocca il ghiaccio per salutarlo e se ne va.
La svolta
Ma come? Questi sono i gesti abituali di quando termina uno spettacolo. Qui manca ancora il secondo tempo. Cos’è successo? Perché Hanyu si è congedato?
Perché ha salutato la prima parte della sua carriera professionistica. Meravigliosa, incredibile, nella quale ha inventato una nuova forma d’arte da lui stesso chiamata Ice Story ma che, come già era successo con le gare nel 2022, ormai gli andava stretta. Nei tre anni precedenti avevamo visto una chiara evoluzione. Prologue, con una narrazione di quanto aveva fatto l’atleta e l’aspetto creativo focalizzato sul concetto di solo show, su cosa inserire, cosa escludere e cosa narrare attraverso video o attraverso il pattinaggio e sulla gestione dei tempi con antefatto, passo indietro, percorso cronologico e finale. Gift, di nuovo la rivisitazione della sua carriera focalizzata non più sugli eventi ma sui sogni, con la possibilità per gli spettatori di ricostruire gli eventi legata alla conoscenza pregressa della carriera di Hanyu e una forza narrativa maggiore. Re_Pray, in cui Yuzuru Hanyu smetteva di essere il protagonista per lasciar spazio al contrasto fra il mondo dei giochi, quello in cui ciascun giocatore è il protagonista della sua avventura, e la vita reale, fra ripetitibilità e unicità delle esperienze, fra decisioni senza peso e il peso delle scelte. Echoes of Life, con i suoi interrogativi sul significato della vita, della nostra esistenza. Ogni volta un approfondimento maggiore, una scrittura più serrata, una fusione più completa fra allestimento scenico e interpretazione dal vivo, una performance più intensa.
E, parallelamente a tutto questo, c'erano state le altre esperienze di Hanyu, altri spettacoli, collaborazioni con persone che non appartengono al mondo del pattinaggio come il ginnasta Kohei Uchimura, l’attrice della Takarazuka Revue Mao Daichi, l’attore di kyogen Mansai Nomura, cantanti, musicisti, compositori, persino orchestre – con un approfondimento che aveva incluso lo studio della musica classica propedeutico all’ideazione della Piano Collection per Echoes of Life – filosofi, game designer, artisti delle nuove tecnologie e danzatori. Ci sono stati incontri importanti a livello umano, nati dalla sua attività di sostegno a coloro che sono stati vittime di calamità naturali. Relazioni che lo hanno portato a crescere come persona e come artista. C’è stato lo studio di filosofia, arte, letteratura. Un percorso che non ha mai fine.
Già quando gareggiava, i programmi delle ultime stagioni di Hanyu erano diventati molto più di una successione di elementi tecnici, comunque attentamente studiati nel tentativo di ottenere la vittoria. Erano la ricerca di un significato, interrogativi, storie narrate attraverso i gesti del corpo, emozioni espresse con i movimenti. Qualcosa che gli permetteva di parlare con tutti perché, come aveva spiegato in un’intervista, con le parole faticava a mostrare ciò che c’era dentro di lui, ostacolato dalle differenze fra il giapponese, così poco noto a livello internazionale, l’inglese con cui faticava a esprimere i concetti più profondi e le eventuali altre lingue parlate dai suoi ascoltatori, ma il pattinaggio era la sua lingua, una lingua con la quale era in grado di raggiungere chiunque. E questa è una delle due principali sfide della seconda parte di questo spettacolo: narrare una storia solo attraverso il suo corpo e l’animazione che affianca i suoi gesti, o che si alterna a loro. Le parole, pronunciate dalla sua voce, tradotte sotto forma di sottotitoli per gli spettatori internazionali, arriveranno solo alla fine. L’altra sfida riguarda la durata.
Nella primavera del 2023 Hanyu aveva parlato per la prima volta del suo desiderio di realizzare un programma di 20 minuti, qualcosa di incredibilmente impegnativo a livello fisico e mentale. Un programma libero dura 4 minuti, e anche se in passato i programmi erano più lunghi – per due terzi della carriera senior di Hanyu la durata dei liberi era stata di 4 minuti e mezzo, e fino al 1981 era stata di 5 minuti – nessuno credeva che un pattinatore fosse in grado di esibirsi da solo continuativamente per un tempo così lungo. Gli interrogativi sull’aspetto fisico, presenti anche riducendo o eliminando i salti, erano affiancati dal timore che il pubblico potesse trovare noioso il programma. Hanyu si interrogava sulla possibilità di proporre un programma di tipo artistico, lui che ha sempre affermato che l’aspetto artistico non può esistere senza l’assoluta padronanza della tecnica.
Un primo passo c’era stato in Echoes of Life quando, nei dieci minuti della Piano Collection, 6’40’’ di pattinaggio e il resto di narrazione, Hanyu aveva interprato una successione di cinque programmi classici incentrati sul tentativo di scoprire chi fosse lui veramente. Poi, dopo poco più di tre minuti in cui lui aveva effettuato un riscaldamento al buio, mentre le attenzioni di tutti erano focalizzate sulle quattro ballerine che si stavano esibendo, Hanyu aveva affrontato il suo destino. La Ballata n. 1 di Chopin, non poteva essere altro. Il programma con cui aveva messo le basi per il secondo oro olimpico, il successo che da grande campione lo aveva trasformato in leggenda. Il layout olimpico, il più difficile dei diversi layout con cui aveva presentato il programma in gara. Quadruplo salchow, triplo axel e combinazione quadruplo toe loop-triplo toe loop, gli ultimi due elementi eseguiti nella seconda metà del programma per renderli più difficili, e questo in uno spettacolo iniziato 48 minuti prima e dopo che aveva già eseguito, fra gli altri, un quadruplo toe loop e un triplo axel nella Piano Collection e una combinazione quadruplo toe loop-euler-triplo salchow al buio, durante l’esibizione delle Elevenplay. Contando anche ciò che aveva fatto dopo la fine della Ballata, quando tramite i suoi movimenti e un occhio di bue rosso aveva disegnato sul ghiaccio la bandiera sotto la quale era stata combattuta la guerra che aveva distrutto il mondo di Nova, Hanyu era rimasto in pista per 19 minuti consecutivi.
Per quanto la narrazione avesse collegato strettamente la Piano Collection e la Ballata, con Hanyu che si era esibito in entrambi i programmi indossando lo stesso costume, la Ballata aveva comunque una sua individualità. Hanyu l’aveva presentata in gara in 16 occasioni, vi aveva stabilito quattro record del mondo e in altre due occasioni non era rimasto molto al di sotto del record da lui detenuto. Era stato uno dei due programmi con cui aveva dimostrato che il codice di punteggi era ormai antiquato, il programma corto che gli era valso il secondo oro olimpico e gli aveva consentito di completare il Super Slam. Difficile, per un appassionato di vecchia data, percepire la Ballata come una continuazione della Piano Collection, anche se era così che veniva presentata nella narrazione. E, a separare i due programmi, c’erano stati quei tre minuti durante i quali si erano esibite le danzatrici, mentre Hanyu si era dedicato alla preparazione tecnica. Al buio, ma visibile da tutti coloro che si trovavano nell’arena. Due programmi collegati, eseguiti uno dopo l’altro, ma pur sempre due programmi diversi.
Nel secondo tempo di Echoes of Life c’era stata un’altra successione di programmi, Eclipse/Blue, con musiche di Nosaj Thing, e Gate of Steiner – Aestethics on Ice, con le musiche composte da Takeshi Abo per la visual novel di fantascienza Steins;Gate. Lo stesso costume indossato in entrambi i programmi, scelta che aveva consentito a Hanyu di allungare il tempo che trascorre sul ghiaccio nelle sue Ice Story. In questo caso erano stati quasi dodici minuti di pattinaggio continuativo. Un passo avanti in un percorso che avrebbe trovato uno straordinario sviluppo in Realive. Sono oltre 23 minuti dall’inizio del secondo tempo fino all’apparire dei titoli di coda, che Hanyu trascorre interamente sul ghiaccio. Quel programma artistico che sognava da anni.
Realive: il secondo tempo
Il nuovo inizio avviene nell’oscurità, con le luci che si accendono solo per un attimo. Hanyu è seduto in centro alla pista, chiuso in se stesso. Ricominciano i giochi grafici con il logo, sul megaschermo ma anche tramite proiezioni sul ghiaccio, quindi il buio e i suoni che evocano uno spazio immenso, un vuoto forse animato dal vento, poi torniamo su Hanyu. Il quale sembra prendere coscienza di sé, si guarda le mani come per accertarsi della consistenza del suo corpo, poi si guarda intorno, quindi si duplica sotto forma di animazione nei megaschermi che lo sovrastano, ma non sono più megaschermi. Il jumbotron a otto facce non è un semplice elemento di sfondo su cui scorrono i video, ma una struttura dalla quale possono essere calati teli che diventano nuovi schermi e che circondano Hanyu, nascondendolo completamente o, come ora, mostrandolo in trasparenza, consentendo la sovrapposizione fra la persona e l’animazione, che lo mostra come un bambino, poco più che un neonato. L’atmosfera evoca una favola, il brano che sentiamo, scopriremo poi, si intitola A Quiet Chaos e fa parte di una lunga suite, dieci pezzi in tutto, appositamente composta da Marihiko Hara per questo spettacolo. Non è la prima volta che Hanyu pattina su un brano composto per lui, anche First Pulse, il brano di Kenji Hiramatsu con cui si apriva Echoes of Life, era un inedito commissionato da Hanyu, ma il fatto che Hara abbia realizzato un’intera suite, di fatto tutto il secondo tempo dello show, dona alla narrazione una sensazione unitaria molto più forte rispetto al passato. Un programma unico.
Possiamo ancora parlare di programma a questo punto? Hanyu è un atleta, non ha smesso di esserlo solo perché ha lasciato le gare. Per lui il cambiamento era necessario per fare qualcosa di più, per andare oltre. Cosa distingue lo sport dall’arte? La capacità di comunicare? L’intenzionalità? La profondità? Il mezzo espressivo? Il pattinaggio artistico non è solo l’esecuzione di determinati elementi tecnici più o meno legati alla musica scelta dall’atleta. La Ballata n. 1, Seimei, Hope and Legacy, Ten to chi to, Introduzione e rondò capriccioso erano stati programmi di gara ma con tutti loro Hanyu era riuscito a proporre almeno un’interpretazione perfetta, sovrapponendo lo sport all’arte. Un’espressione della creatività e dell’abilità umane volte non solo a ottenere un risultato – e questo è sport – ma a muovere le emozioni degli spettatori – e questo è arte. Lo era all’epoca, lo è ancora di più ora, quando i programmi fanno parte di qualcosa di più vasto, quando non esiste più la distinzione fra un programma e l’altro, fra l’interprete e l’ambiente in cui si sta muovendo, con tutte le sue specificità.
Diventa difficile allora analizzare il tutto, raccontare i gesti, i suoni, i ritmi, le luci, i video, qualcosa che ha un effetto perché viene performato davanti agli occhi dello spettatore, in quel momento, con quella modalità. Qualcosa che per lo spettatore è un’esperienza di soglia, che trasforma.
Il costume di Hanyu è semplice, una lunga tunica bianca sopra a pantaloni bianchi morbidi, il tutto coperto da un altro abito nero, di un tessuto leggero, trasparente e con lunghi spacchi, nulla a che vedere con i costumi elaborati della prima metà dello spettacolo. Hanyu potrebbe essere un viandante, che si alza e si muove, dapprima in modo rigido, a scatti, poi sempre più velocemente, accompagnato dal bambino che, pur restando un bambino, cresce. Alla fine si ferma sotto una sfera, forse un pianeta desolato – ormai la gabbia che lo imprigionava è sparita – ferito da profonde crepe. Dal pianeta cade su di lui una goccia color magenta, e il viaggio del viandante inizia. Sono trascorso oltre cinque minuti dall’inizio del secondo tempo, il brano appena terminato, A Quiet Chaos, nome noto solo grazie al materiale distribuito alla stampa, sfuma in Before the WHITE. La luce passa al giallo e al blu, i colori primari, i movimenti sono morbidi, sfumano l’uno nell’altro. Una trottola è riconoscibile, ma come definire qualcosa che inizia come una trottola bassa, porta Hanyu a sedersi sul ghiaccio e prosegue con movimenti eseguiti da quella posizione? E mentre lui esplora il mondo in cui si trova, il bambino, che all’inizio era solo una silhouette, acquista una sua fisionomia, e cammina a sua volta in un paesaggio desolato. Lo spazio si espande nelle proiezioni luminose sul ghiaccio e sugli spettatori, perché l’interdisciplinarità dell’arte performativa è immersione in una realtà diversa.
Hanyu si muove su una linea di luce, mezza pista illuminata, mezza pista al buio, esita sul cammino, sull’andare avanti o sul tornare indietro, viene raggiunto da un’ombra proiettata sul ghiaccio, la silhouette del suo io bambino, e la loro sovrapposizione coincide con l’inversione di luce e oscurità. Il viandante prosegue ancora un po’, quindi si china a raccogliere qualcosa e la lancia in aria, provocando un mutare delle luci e della musica. Inizia Magenta Paradox. Hanyu gioca con i colori. In passato aveva usato i colori per spiegare i diversi modi in cui ciascuna persona percepisce le cose, o per il loro valore simbolico. Ora sfrutta le loro proprietà attraverso le luci, per le quali sceglie i colori primari. Dalla sintesi additiva dei tre colori primari percepiamo il bianco, da quella sottrattiva, il nero, e Hanyu, che in alcuni momenti si è mosso in una realtà in bianco e nero, si sofferma su un colore che non fa parte dello spettro ottico ma che deriva da una mescolanza di luce rossa e blu. È una luce magenta, che illumina il viandante mentre si muove fra cinque quadrati di differenti dimensioni. Il timbro musicale varia da un quadrato all’altro, così come le proiezioni sul ghiaccio e lo stile della danza, come se il viandante stesse compiendo un percorso di scoperta attraverso realtà differenti. Dopo essere uscito dall’ultimo quadrato il pattinatore Hanyu propone un paio di moves in the field, una hydroblade, anche se ne sporca volutamente l’uscita con un rotolamento laterale, e una ina bauer, ma sono solo istanti fusi in un fluire di movimenti più ampio che si interrompe temporaneamente solo quando lui si stende sul ghiaccio.
Sta riposando? La narrazione è portata avanti dall’animazione, il brano si chiama Realive interlude, e il bambino dai capelli blu, che si alza mentre Hanyu resta disteso, e che fino a questo momento era andato davanti da solo, incontra una figura misteriosa che sembra un cristallo. Di cosa si tratta? Nelle dichiarazioni rilasciate al termine dello spettacolo, Hanyu rimarrà volutamente nel vago, spiegando che è qualcosa di prezioso, di importante, ma senza dare una precisa interpretazione. Una scelta che ha sempre fatto: lui si esibisce, ma ciascuno spettatore decide quale valore dare a ciò a cui sta assistendo. Il bambino e Kaku, forse la personificazione dei suoi sogni, forse qualcos’altro, iniziano il loro cammino insieme. La luce magenta che li avvolge vira al giallo, e Hanyu, circondato da tanti raggi di luci gialle, si alza per Tiny Yellow e un programma morbido, delicato. Che, a un certo punto, sfuma nel blu, l’ultimo dei colori primari. Hanyu oltrepassa un torii, l’ingresso di un tempio, entra in uno spazio sacro, e viene temporaneamente nascosto al nostro sguardo da teli calati dall’alto. Kaku e il bambino proseguono il loro cammino sott’acqua, lungo uno stretto sentiero o su alti gradini, in Awakening.
Hanyu torna visibile per Still in Motion. Al suo fianco diversi lunghi nastri che scendono dall’alto, e che lui allarga portandone le estremità al di fuori della pista e costruendo una struttura leggera, simile a una rete, o a una ragnatela, nella quale inizia a muoversi in modo frenetico, incalzante, così come incalzanti sono la musica e i movimenti delle luci su megaschermo. Il viandante è spinto dal vento, compie acrobazie, come mosso da una forza più grande di lui, fino a quando non si ritrova di nuovo al centro, immobile, i teli spariti, e il bambino pone le sue mani su Kaku. Il megaschermo si spegne, Hanyu viene ricoperto da fiocchi di neve che scendono leggeri sulla pista.
Cosa è successo? Mentre Hanyu propone l’ultima performance, Chroma, Kaku va in frantumi, e il tentativo del viandante di raccoglierne i frammenti non porta a nulla. I colori, che avevano accompagnato l’inizio del programma, lasciano spazio a un desolato spazio blu, vuoto, poi appaiono alcune luci bianche che sembrano spingere indietro Hanyu fino a quando lui, al centro di un abbagliante rettangolo bianco, cade all’indietro. I titoli di coda scorrono su Hiss Coda. È solo a questo punto, quando l’elenco dei nomi è finito, che compaiono gli unici sottotitoli del secondo tempo dello spettacolo.
Darkness.
Falling.
Rivediamo il pianeta desolato ferito da profonde crepe. Kaku era nello spazio quando si è disgregato. Il bambino precipita verso il pianeta, entra nella più grande delle spaccature, vi passa attraverso. Il bambino precipita. Hanyu precipita, le due immagini si alternano. Il mondo collassa. Il mondo inizia. Cosa sta succedendo? Abbiamo le parole, ma non bastano. Abbiamo le immagini, ma non bastano. I suoni e i colori spariscono, rimangono il bianco e una lieve traccia di dolore nel cuore. E un museo di fronte al viaggiatore. È l’annuncio della quarta Ice Story, WHITE.
Hanyu torna in pista, l’unico rientro in questo secondo tempo, dopo essere uscito dal momento della caduta, visto che tutte le altre volte che la storia era stata portata avanti dall’animazione lui era rimasto sul ghiaccio, a volte visibile, a volte celato ai nostri occhi ma comunque presente. È il momento dei saluti, la menzione dei molti colori presenti nel mondo e dell’importanza dell’individualità, quindi parte l’ultimo brano, il Curtain Call, e anche questo è danza. La storia è finita, ma non è finita davvero. Non con la quarta Ice Story che ci sarà in un imprecisato futuro, non con gli interrogativi che questa storia lascia dentro. Hanyu si inchina, tocca il ghiaccio e se ne va. Non solo un atleta, ma un artista completo. Un’esperienza di soglia, che non è ancora finita.











