Dalla vetrina di un negozio di robot da compagnia, Klara osserva il mondo con curiosità e meraviglia. È un modello ormai obsoleto e le possibilità di essere acquistata sono poche, ma conserva una fede incrollabile nel sole, che considera una divinità benevola, capace di esaudire i suoi desideri. Quando Josie entra nel negozio e sceglie proprio lei, Klara è convinta che il miracolo sia avvenuto grazie alle sue preghiere. Nella nuova casa, però, l'integrazione non è semplice, soprattutto per via di Chrissie, la madre di Josie, che guarda con diffidenza le eccentricità di quel robot ormai superato. Il vero problema emerge quando Klara scopre che la sua amica umana è gravemente malata. Dopo essere stata sottoposta a un potenziamento che l'ha resa superintelligente, Josie si è ammalata e Klara, incapace di comprendere fino in fondo la complessità della situazione, si affida ancora una volta al sole, nella speranza che possa salvarla.

Taika Waititi adatta Klara e il sole, romanzo del premio Nobel Kazuo Ishiguro, scegliendo una strada che, secondo chi conosce il libro, ne banalizza i temi. La questione, tuttavia, non riguarda soltanto la fedeltà al testo originale, ma soprattutto il modo in cui il film decide di affrontare le sue potenzialità narrative. Il rapporto tra intelligenza artificiale e umanità è uno dei territori più esplorati dalla fantascienza, da Blade Runner a Ghost in the Shell, opere che hanno interrogato il confine tra biologico e artificiale, identità e coscienza, discriminazione e disuguaglianza. Temi che oggi, con l'ingresso dell'intelligenza artificiale nella vita quotidiana, hanno acquistato un'urgenza ancora maggiore. Waititi, invece, sceglie di affrontarli attraverso il filtro di una favola dai toni leggeri, in linea con una poetica che non rinuncia all'ironia nemmeno quando si confronta con argomenti drammatici. Lo dimostra anche Jojo Rabbit, tratto da un romanzo decisamente meno incline alla comicità. Il problema, però, non è la scelta di alleggerire la materia, quanto ciò che finisce per andare perduto lungo il percorso.

Klara e il sole è prima di tutto una favola alla Pinocchio, che racconta la storia della protagonista, intenta a guardare il mondo con gli occhi ingenui di un robot. Quell’ingenuità avrebbe potuto trasformarsi per Klara in un’arma pericolosa, come accade al piccolo protagonista di A.I. – Intelligenza artificiale o, ancora, in Blade Runner, dove la divisione tra umani e androidi viene utilizzata come metafora per raccontare il razzismo, il divario tra classi sociali e così via. Tutto ciò manca nel film di Waititi, che accenna appena a queste tematiche, creando nello spettatore un’aspettativa che deriva più da ciò che il cinema ha raccontato in passato su questi argomenti che da una vera e propria mancanza del film.

La favola di Klara e il sole sembra avere tra le mani tanti temi cruciali per la modernità, ma non dimostra interesse ad approfondirne nessuno. Klara, che Jenna Ortega caratterizza perfettamente, sia attraverso la presenza scenica sia con una fisicità da «bambola» più che da androide, dà la misura di ciò che il film vuole raccontare attraverso un punto di vista, quello della protagonista, estremamente circoscritto. Non a caso, Klara deve continuamente calibrare la propria percezione del mondo che la circonda per riuscire a muoversi al suo interno. Certo, in questo modo l’emotività lascia spazio alla leggerezza, ma non si può dire che l’operazione non sia consapevole. Piaccia o meno, lo stile di Taika Waititi consiste nel guardare il mondo da una prospettiva molto precisa, che lascia fuori campo anche porzioni della realtà particolarmente significative con il rischio è che la sua apparente semplicità finisca per somigliare più a una rinuncia che a una scelta narrativa.