I racconti della luna pallida d’agosto (Ugetsu Monogatari, 1953)

Regia di Kenji Mizoguchi

Soggetto e sceneggiatura di Matsumaro Kawaguchi e Yoshikata Yoda

Basato sui racconti La lubricità del serpente, dello scrittore Akinari Ueda (che ne parla come di “sciocchezzuole che scrissi senza pensare”), e Decorè di Guy De Maupassant.

Interpreti principali Masayuki Mori (il contadino Tobei), Sakae Ozawa (il vasaio Genjuro), Machiko Kyô (la principessa Wakasa, colei che non conosce l’amore).

Per espressa dichiarazione del regista, l’ispirazione iconografica trae spunto dai calendari dipinti dal celebre pittore giapponese Asaji Kobajashi.

Il film vinse il Leone d’argento alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1953 (anno in cui il Leone d’oro non venne assegnato) ex aequo con I vitelloni di Federico Fellini, Sadko di Aleksandr Ptushko e Il piccolo fuggitivo di – o meglio attribuito a – Ray Ashley.

Anche se recenti classifiche statunitensi pongono Ugetsu Monogatari tra i cento film più belli di ogni epoca, si sconsiglia la versione americana, alterata nel montaggio, nei dialoghi e addirittura nei rapporti tra i personaggi (il vasaio e il contadino risultano fratelli e non cognati come dovrebbe essere).

Ottime le versioni inglese, francese e italiana, ma l’opzione migliore sarebbe vedere il film in originale con i sottotitoli: per la comprensione della trama (soprattutto l’episodio del vasaio e della principessa) è necessario poter cogliere le sfumature della colonna sonora, volutamente e sapientemente attutita e suggestiva.

Due degli attori protagonisti erano già noti al pubblico italiano, in particolare a quello della rassegna veneziana: Masayuki Mori e Machiko Kyô (forse l’attrice giapponese più celebre nella storia del cinema) avevano interpretato, due anni prima, Rashomon di Akira Kurosawa nel ruolo dei due coniugi, a fianco di Toshiro Mifune.

Sequenze celebri: L’harakiri, il picnic sulle rive del lago, il ritorno a casa del vasaio Genjuro, il vasaio e suo figlio giocano serenamente accanto alla tomba della moglie e madre, l’inquadratura della valle all’inizio e alla fine del film.

Se è già difficile parlare di un indiscusso capolavoro cinematografico, l’impresa potrebbe diventare impossibile quando il film in questione è, assolutamente inamovibile nella classifica dei dieci film imperdibili, quelli da conoscere a memoria o da portare nell’ipotetico esilio su un’isola deserta: questo è il sentimento, condiviso con altre nove pellicole selezionate nell’arco di una vita, che nutro nei confronti del film del maestro Kenji Mizoguchi pioniere del cinema giapponese, indubbiamente l’autore più influente nella realizzazione delle moderne ghost-story orientali, oggi così popolari, non soltanto nella struttura ma anche nella realizzazione tecnica.

A questo proposito consiglio gli spettatori a porre la massima attenzione alle sequenze in cui appare inquadrata l’acqua, paragonandole a consimili inquadrature più recenti (soprattutto nel campo horror), a dimostrazione che un film come Ugetsu Monogatari è difficile da esorcizzare.

Trama: la trama è apparentemente esile e, se narrata, rischia di apparire banale a quanti non conoscono l’opera: nel Giappone feudale del XVI secolo (probabilmente il contesto storico più amato e visitato dai registi nipponici) due abitanti di un misero villaggio, un contadino e un vasaio, sognano una vita diversa, uno come prode samurai, l’altro come ricco commerciante baciato dalla fortuna e dall’amore.

I loro sogni si realizzeranno, per una serie di avvenimenti fortuiti in un caso e arcani nell’altro, ma presto giungono la disillusione e il rimorso e i due tornano ad affrontare con maggiore consapevolezza e gioia di vivere l’esistenza quotidiana.

Più del soggetto, ciò che conta nel film sono la suggestione delle immagini e dei suoni e la maestria di Mizoguchi nel lasciare allo spettatore qualsiasi interpretazione: nulla, o quasi, viene detto o spiegato, tutto è chiaro man mano che la vicenda si dipana, con quella geniale abilità che soltanto i maestri già attivi all’epoca del cinema muto sapevano mostrare.

Perfino i lentissimi movimenti a 180 gradi della macchina da presa fanno sì che al pubblico non debba sfuggire alcun particolare atto alla comprensione della vicenda.

Nella costante ricerca della perfezione stilistica cara a Mizoguchi, tutto quello che lo spettatore vede e sente è assolutamente funzionale alla storia, ogni gesto, ogni passo, ogni inquadratura, perfino il movimento delle acque nella celebre scena del picnic che l’ignaro vasaio e la principessa consumano sul lago. A proposito di questo episodio – a mio parere il più riuscito dei due che compongono il film, ma è impossibile scegliere, in tanta perfezione -come ho già detto sarebbe utile poter vedere Ugetsu Monogatari in versione originale perché sono proprio i suoni e le voci (che il vasaio, sorpreso e inizialmente spaventato, percepisce attutiti e distorti all’interno del palazzo della principessa Wakasa) a farci comprendere la vera natura del mondo che Genjuro, con la cecità dell’amore, ha deciso di esplorare trascurando qualsiasi segnale di avvertimento.

Quello che maggiormente colpisce nel film è, comunque, il rispetto dell’universo femminile da parte di Mizoguchi, dove è la donna a tenere insieme, con amore e pragmatismo allo stesso tempo, la famiglia: al di là del suo stato, la principessa che irretisce il vasaio non conosce che l’aspetto esteriore ed epidermico dell’amore e il suo sentimento non è né potrà mai essere temprato dal vivere quotidiano.

Ben diversa è la scelta della moglie di Genjuro, per la quale il ritorno dal regno delle ombre sembra una scelta consapevole, dettata dal bisogno della sua guida che la famiglia avrà per sempre.

Ancora più sorprendente può risultare il destino finale del contadino e di sua moglie: quando, cadute le illusioni di gloria, Tobei scopre che la moglie è stata costretta dal bisogno a prostituirsi, sarà lui, pentito e finalmente conscio dei propri errori, a chiederle di riunirsi, piangendo e supplicandone il perdono.

Per quanto riguarda l’epoca descritta non mancano il sarcasmo e una pesante critica al preteso eroismo, lampante nella scena che descrive come, in realtà, con viltà e cinismo, il contadino Tobei riesca a spacciarsi per samurai.

I racconti della luna pallida d’agosto è un’opera che colpisce perfettamente tutti i bersagli prefissi e in particolare riesce a descrivere cosa avviene quando, citando le parole dello scrittore Akinari Ueda, “Il fagiano canta e il drago si appresta a combattere” ovvero, mutuando il poeta romantico inglese Shelley, quando il terrore si stempera nell’incanto della bellezza.