La scoperta

Nel 1872 George Smith, addetto alla sezione assira del British Museum di Londra, esaminando alcune tavolette cuneiformi giacenti nei magazzini del museo, trovò un racconto sul diluvio universale singolarmente simile a quello biblico. Il Noè assiro si chiamava Utnapishtim, il monte su cui si era arenata l’Arca era il Nisir e non l’Ararat, tuttavia le similitudini dei due racconti erano stupefacenti, non ultimo l’episodio della colomba. Per la prima volta gli Europei venivano a conoscenza di una letteratura diversa da quelle greca ed ebraica.

Nelle tavolette ritrovate mancava una parte, corrispondente a 17 righe. Il giornale Daily Telegraph sovvenzionò allora una spedizione per cercare la parte mancante, mettendone a capo lo Smith stesso. Incredibilmente, riprendendo gli scavi interrotti 20 anni prima a Kouyunjik, nel palazzo che fu di Assurbanipal, la spedizione rinvenne la tavoletta mancante, che si inserì esattamente nel punto dove c’era la lacuna nel testo del British Museum.

Queste tavolette risalivano all’VIII o VII secolo a.C. E, oltre alla saga contenente il racconto del diluvio, contenevano le imprese di un semidio di nome Gilgamesh. Dopo di allora le scoperte si susseguirono: della stessa saga vennero trovate redazioni babilonesi (1.800 a.C.) e nel 1889, un corpus di 5 poemetti sumerici risalenti al III millennio a.C.

Oggi si ritiene che questa Epopea sia la prima opera di narrativa redatta per iscritto. Di più antiche si trovano solo opere di carattere sapienziale, religioso, morale. Questo, naturalmente, fino a prova contraria.

I poemetti sumerici del III millennio a.C. contenevano gli stessi temi e le stesse vicende raccontate nelle tavolette assire del British Museum. Pertanto vengono oggi considerate le redazioni originali della saga, anche se non costituiscono un corpo unico ma piuttosto una serie di episodi aventi un protagonista che assume ruoli eterogenei. Alcuni sono in versi, altri in prosa.

Nel periodo della prima dinastia di Babilonia (1800-1600 a.C.) i poemetti sumerici vennero riuniti in un corpus unitario, incentrato sulla ricerca del segreto per sfuggire alla morte.

Sfrondandolo dei molti contenuti mitologici presenti nelle stesure sumere e babilonesi gli assiri redassero la versione oggi più nota, che appare come un vero e proprio romanzo di avventure, in versi, di una grande bellezza lirica e con profonde riflessioni filosofiche.

Gli scribi assiri erano molto scupolosi e su ogni tavola annotavano i cosidetti colofoni, contenenti il titolo, il numero d’ordine della tavola, il nome dello scriba ricopiatore, il nome della serie cui appartiene la tavola e, addirittura, i riferimenti all’autore originario se si trattava di una copia di un originale più antico.

Così sappiamo che l’epopea di Gilgamesh si intitolava “Di colui che vede ogni cosa” e che è da attribuirsi a Sinlegiunnini (che significa ‘Dio Luna, accogli la mia supplica’), prete esorcista, consigliere di Gilgamesh, re di Uruk. Una fonte senz’altro di primissima mano.

La popolarità della saga nel mondo antico fu molto vasta, tanto che venne trovata anche al di fuori dell’area mesopotamica, in Anatolia, Siria e Palestina, e in lingue differenti da quelle accadiche, perfino in ittito, che è una lingua indoeuropea e non semitica. Gli elementi trovati a Megiddo, in Palestina, risalgono a prima del X secolo, con grande sconforto di quanti avevano ritenuto la Bibbia essere il più antico libro del mondo. Le quattro tradizioni che costituiscono l'Antico Testamento, cioè i codici Jahvista dei secoli dal X fino al VII a.C., Elohista dell’VIII-VII a.C., Deuteronomista (VII a.C.) e Sacerdotale (VI-V a.C.) sono infatti tutte successive alle redazioni sumere e babilonesi del Gilgamesh.

Sul web una versione del testo del poema di Gilgamesh si trova a questo indirizzo:www.homolaicus.com/storia/antica/gilgamesh/index.htm

mentre una analisi delle relazioni della saga di Gilgamesh con altri poemi dell'area mesopotamica si può trovare a: xoomer.virgilio.it/bxpoma/gilgamesh/epopea.htm

LA SAGA

La formazione della coppia Gilgamesh-Enkidu

Gilgamesh con Enkidu
Gilgamesh con Enkidu
Gilgamesh, figlio del re di Uruk Lugalbanda e dalla dea-giovenca Rimat-Ninsun, è un semidio, ma mortale. Succeduto al padre sul trono tiranneggia talmente i sudditi da indurli a lamentarsi con gli dei. Il dio An, sovrano del firmamento, chiede alla dea Araru di generare un uomo che possa contrastare Gilgamesh. La dea modella un grumo di argilla (non vi ricorda niente questa creazione?) e dà vita a Enkidu, uomo selvaggio che vive con gli animali fino a quando An non lo affida alla prostituta sacra Shamkhat che gli insegna le basi della civiltà. Enkidu comincia a civilizzarsi e aiuta i pastori a tenere lontano dal gregge gli animali selvatici, di cui prima era amico.

Intanto Gilgamesh ha due sogni premonitori. Nel primo gli cade addosso un pezzo del firmamento di An, nel secondo un ascia bipenne. In entrambi i sogni Gilgamesh raccoglie gli oggetti e li depone ai piedi della giovenca-madre che li accoglie come figli. La stessa madre, Rimat-Ninsun, interpreta i sogni:

“… verrà da te un compagno forte… tu lo amerai come una moglie e lo terrai stretto a te; ed egli avrà sempre cura della tua salute”.

I sogni sono una componente importante del poema e ne troveremo ancora. Nella cultura sumera costituivano il rituale della ‘incubazione’, che richiedeva un luogo sacro, un sognatore e un interprete. Chi si addormentava in un luogo sacro a un dio, poteva chiedere ai suoi sacerdoti un responso interpretando i sogni che vi aveva fatto. Simili luoghi erano affollati come le località turistiche odierne.

La prostituta conduce Enkidu a Uruk con il compito di affrontare e uccidere il Re. Informato che Gilgamesh vuole esercitare su una promessa sposa lo jus primae noctis l’ex uomo selvaggio si reca alla casa della ragazza e lo affronta. La lotta è lunga, selvaggia e indecisa. Nessuno riesce a prevalere sull’altro e alla fine nasce una grande amicizia fra i due. Il tema della lotta come catarsi è affrontato anche nella Bibbia: Giacobbe, dopo l’inganno teso al padre Isacco e al fratello Esaù, teme la loro collera e si allontana da casa. Vi ritorna solo dopo un aspro conflitto interiore, simboleggiato dal combattimento con un angelo. La catarsi di Gilgamesh non è esplicitata nel poema, ma è sufficientemente rappresentata dal favore popolare di cui godrà il Re, da quel momento in poi.