I: ISSO 

Le onde del mare s’infrangono contro il ragazzo che ride.

Il sole dell’alba agghinda la spuma in mille riflessi abbaglianti, che costringono a socchiudere gli occhi. Effimeri gioielli per Teti e le Nereidi, già gonfie dei sacrifici della notte passata e forse, presto, anche del nostro sangue versato in olocausto al giorno che ci aspetta. Il ragazzo, quello che sembra poco più che un bambino, tuttavia, ride. Come ignaro o incosciente del fato che ci attende. Qualcuno tra gli uomini ammicca al suo indirizzo, altri gridano o imprecano, fiaccati e infreddoliti dalle piogge dei giorni precedenti. I cavalli nitriscono. Polvere si solleva ovunque, qui sulla collina, mischiandosi al cuoio e al sudore, al ferro e al bronzo. Le sarisse di corniolo con le loro punte di metallo paiono una foresta scheletrica scossa da venti nervosi. Le trombe scandiscono gli ordini nella confusione generale. Il canto modulato dei rapsodi risuona ovunque, richiamando alla vita i Costrutti al nostro seguito.

Come un gigante appena destato, l’esercito è in movimento.

Una volta oltrepassato il confine con l’Asia, Il Gran Re ci ha sorpresi marciando su Isso da nord, piombando alle nostre spalle, costringendoci a rivarcare le Porte di Siria attraverso il Passo di Beylan, riportandoci di nuovo in Cilicia.

La Colonna di Giona è proprio davanti a noi, a indicarci la via per il nemico. Sul fianco destro si stagliano le montagne della catena dell’Amano, alla sinistra il Mediterraneo.

Da nord, lungo la strada costiera, ci vengono incontro i fuggitivi, coloro che sono rimasti presi tra l’orda di Dario e l’esercito macedone. Pescatori, carpentieri, pastori, ciabattini e agricoltori, qualche mercante troppo tardo nel capire l’aria che tirava. D’altronde, questa guerra è velocità, decisioni repentine e marce forzate. I fuggiaschi passano tra le nostre fila come sabbia tra le dita, i figli stretti al petto, gli sguardi bassi, la schiena china e il piede svelto, nel timore che qualche soldato abbia la tentazione di provare la propria sarissa attraverso uno di loro, per saggiarne la robustezza. Siamo venuti a liberarli dal giogo persiano, ma la guerra è un affare sporco, checché ne dicano i canti degli aedi o le ballate sugli eroi. È sangue, non vino, quel che scorrerà oggi.

Solo il ragazzo pare ignorare questa semplice verità. O non curarsene.

La sua risata echeggia provocante tra le onde, mentre si passa le dita tra i capelli umidi, sciolti sulle spalle, come non avesse un pensiero al mondo.

Lo invidio, per un istante.

Un mendico mi si avvicina. Il soldato al mio fianco allunga la mano all’elsa dello xiphos che porta al fianco, ma con un cenno lo invito a desistere. È solo un vecchio storpio.    

L’uomo si regge su una stampella, avanza saltellando sull’unica gamba che gli rimane, un movimento buffo ma faticoso; l’altra è troncata poco sotto il ginocchio. È piuttosto anziano e mi fissa senza deferenza, un gesto che mi mette di buon umore. Pare a sua volta affascinato dal ragazzo in riva al golfo di Isso, o da quel che rappresenta: l’occhio vibrante e inconsapevole di un ciclone che sta per scatenarsi da qui a poco, travolgendo e masticando tutto ciò che incontrerà sul cammino.

– È pazzo? – chiede il vecchio, indicandolo con un gesto del mento.

Avverto un fioco sorriso incresparmi il volto.

– Forse – rispondo divertito.

Il mendico borbotta qualcosa e sputa, tenendosi ben aggrappato al suo trespolo contorto. Mi manca di poco. Chissà perché, la cosa alimenta il mio ritrovato buon umore. Forse sono anch’io folle come il giovane tra le onde.

Un minaccioso manipolo di Portatori di Scudo scende il declivio della collina, incontro al mare, già in tenuta da battaglia e pronto per la marcia di avvicinamento a Dario.

– Intendete sacrificarlo a Poseidone? – domanda di nuovo il vecchio. Forse non ha perso la sua gamba in battaglia, ma per la troppa curiosità, medito.

Scuoto la testa. – Un carro e quattro cavalli sono già stati offerti alla Notte e agli Dei, lo scorso tramonto. Ora è tutto nelle nostre mani.

Il vecchio si lascia sfuggire un fischio di ammirazione per quel dono sontuoso. Tuttavia pare ancora scettico.

– Ho scorto la polvere sollevata dall’esercito del Gran Re, a nord, lungo la costa – dice, volgendo il capo in quella direzione. A un tratto sembra farsi più piccolo, meno spavaldo, e tutto il mio buon umore svanisce come bruma primaverile sulle montagne della Macedonia. – Un muro grigio che offuscava il sole. Dicono che quattrocentomila uomini lo seguano, che diecimila Immortali gli facciano da corona. A Tarso ha fatto tagliare le mani a tutti i guerrieri che si stavano riprendendo dalle ferite degli ultimi scontri. C’è anche chi sussurra che i suoi Magi siano a conoscenza di canti diversi, sequenze segrete e blasfeme, in grado di riportare in vita i morti. –

Stringo i denti in una smorfia aspra, torno a guardare il ragazzo che sta guadagnando la riva. I Portatori di Scudo sguainano le spade. Il metallo nudo ferisce gli occhi.

– Sei sicuro che un altro sacrificio non sia necessario? – insiste il vecchio con voce rauca. – Molti cadranno, oggi. Se quel ragazzino è folle, se gli Dei l’hanno toccato, forse farà loro piacere riaverlo indietro. Un buffone divertente potrebbe mitigare la sete di sangue mortale.

Mi volgo di nuovo verso il mendico, turbato. Le sue parole hanno lo stesso suono affabile e sinuoso di Dioniso, il giovane e obliquo figlio di Zeus. Lo scruto incerto. Il Dio ama giocare tiri simili, soprattutto in momenti come questo. Tuttavia, l’ignoranza dello storpio mi appare troppo genuina, priva di malizia. Dietro quegli occhi che spiccano attraverso un viso cotto dal sole, scorgo solo un uomo vecchio e spezzato, cui non importa più molto tenere a freno la lingua, quando invece sarebbe saggio farlo.

Trombe e uomini in marcia fanno tremare la terra alle nostre spalle. Al canto marziale dei rapsodi, i Costrutti trascinano le salmerie lungo il sentiero che conduce al passo roccioso della Colonna di Giona.

Il tempo sta per compiersi. È l’ora.

Il ragazzo è in piedi sulla riva, nudo.

Un Ipaspista, un Portatore di Scudo, gli si fa incontro. Gli altri sollevano le spade verso l’alto, inclinando gli aspis in direzione di Apollo. Il sole che si rifrange sugli scudi argentati abbaglia. Alcuni Eteri a cavallo li raggiungono. Dal grosso dell’esercito si levano grida che coprono i comandi delle trombe e i canti sottili dei rapsodi.

Il vecchio mendico stringe gli occhi, perplesso.

No, Dioniso non si cela affatto dietro le forme emaciate di quest’uomo: la sua confusione è troppo genuina. Il sollievo scioglie parte della tensione che provo.

Il ragazzo afferra un panno dalle braccia del soldato che gli si para di fronte e si asciuga la pelle nuda e gocciolante, si strofina la chioma ribelle con gesti aggraziati, come avesse tutto il tempo del mondo, a disposizione. L’uomo in armi lo sovrasta di un’intera testa, ma lui non ne pare intimidito, anzi, gli stringe il braccio in un gesto cordiale. L’altro sorride, lieto che il ragazzo conosca il suo nome. Si volta e con un cenno chiama a sé un secondo compagno, che cede al ragazzo la panoplia da battaglia: la linothorax, l’armatura sacra, e la lancia, entrambe benedette da Dioniso in persona sulla tomba di Achille; la tunica, il gonnellino a frange di cuoio, i sandali e il mantello macedone.

Il ragazzo se li infila svelto, senza aiuto.

Ogni indumento nasconde il fanciullo che fino a qualche istante fa rideva tra le onde, e fa sorgere l’uomo. È una metamorfosi che lascia ammaliati, storditi. Persino il fragore e la confusione dell’esercito alle mie spalle rimane affascinato da questo spettacolo. Ammutolisce in un ronzio di sussurri, bisbigli, ammirazione e… amore.

Il ragazzo afferra l’ultimo indumento del suo vestiario e lo indossa.

La leontè di Eracle gli cinge il capo, una testa di leone ruggente; zanne che ne incorniciano il viso imberbe, digrignate contro il mondo intero.

Ora il soldato pare più piccolo; il fanciullo, l’uomo che gli sta davanti, un gigante.

Il vecchio accanto a me trattiene il fiato. Mi sfugge un vago sorriso compiaciuto di cui non mi rammarico nemmeno un poco. È un piacere immaginare la sua lingua secca in gola, adesso.

Il ragazzo alza la lancia sacra in direzione dell’esercito in marcia, verso di me.

Il fragore delle grida di risposta è come un tuono, le sarisse ronzano nell’aria tersa simili a sciami di api impazzite, le spade battono contro gli scudi facendo tremare tutta la costa.

Per due volte ancora lo xiston balena contro l’orizzonte, sopra il capo del giovane; l’esercito risponde con ruggente esultanza: una fiera selvaggia che non aspetta altro che di essere spronata all’assalto.

Devo attendere che il frastuono cali d’intensità per rendermi conto che il vecchio non ha ancora perso la voglia di chiacchierare. Sembra più fragile, però, e provo una vaga pena per lui. Il tempo della gloria, se mai gli è stato concesso, è trascorso. È solo uno storpio adesso, che si trascina in attesa della fine. Polvere che presto sarà spazzata dal vento.

– Chi sei tu? – mi chiede. Mi pare di scorgere una certa deferenza nel tono, finalmente.

– Il ragazzo… – continua. La voce gli trema. – Il folle che rideva tra le onde… L’esercito lo acclama… lo ama. Chi è?

Alcuni soldati conducono il mio stallone già adorno della propria gualdrappa, scalpitante.

Salgo e afferro l’elmo che un altro mi porge, la lancia di corniolo e la spada: lo xiston e la makhaira. Stringo le ginocchia contro il fianco della bestia, per tranquillizzarla.

Anche il ragazzo è montato a cavallo del proprio destriero e cavalca lungo la spiaggia, su e giù per la riva, spronando l’esercito in un parossismo di assordante esaltazione.

Non ho idea se il vecchio colga o meno la mia risposta.

Che importa?

Siamo scesi dalle montagne della Macedonia con Filippo, abbiamo sottomesso Sparta e Tebe, pacificato le terre fino al Danubio, costretto Atene a finanziare questa guerra di liberazione per vendicare la Grecia, sconfitto i Satrapi persiani al Granico, tutto solo per trovarci qui, oggi, dinanzi al Re dei Re. E sfidarlo.

– Il mio nome è Efestione – grido, per sovrastare il fragore di quarantamila macedoni in armi.

Dalla riva il ragazzo mi scorge, sorride di nuovo al mio indirizzo, mi fa cenno di raggiungerlo e poi sprona la propria cavalcatura alla testa dell’esercito in marcia.

Sorrido anch’io, non posso trattenermi.

– Il mio nome è Efestione – grido ancora, più forte.

– E quello è il nostro re.

Tutto l’esercito scandisce il suo nome, come se invocasse il Dio della Battaglia per condurlo alla guerra.

Alessandro! Alessandro! Alessandro!

Procediamo al passo, per tenere il ritmo della fanteria oplita in difficoltà su questo terreno sconnesso.

La nostra cavalleria leggera è già corsa in avanscoperta. Vedette veloci che fanno spola avanti e indietro tra noi e il fronte che si avvicina sempre più, recando informazioni importanti. È quasi certo che la battaglia si combatterà in prossimità del fiume Pinaro.

Alessandro cavalca al mio fianco.

Con la leontè a cingergli il capo, pare davvero una belva ansiosa di gettarsi nella mischia. La ricerca della gloria, essere il migliore dei migliori: null’altro conta per il mio Re. Tra i giardini di Pella, nel canto degli aedi, ha nutrito i propri sogni d’adolescente con una fame ardente. Tutti ascoltavamo con divertimento le gesta degli Eroi, persino le dotte dissertazioni di Aristotele sui versi omerici suscitavano qualche interesse in noi che bramavamo null’altro che azione, ma per Alessandro è sempre stato diverso. A differenza di Tolomeo che amava le iperboli, la leggenda, per lui, si è sempre confusa con la verità. Con l’ispirazione.

Si volta e mi scruta, come se avesse colto i miei pensieri distanti. Piega la testa e sorride.

Nel marasma di un esercito in movimento, dove l’eccitazione e la tensione di ogni uomo sono al culmine, la paura tenta i codardi e anche i più saldi digrignano i denti per l’angoscia del fato incerto, Alessandro è invece esattamente dove desidera essere.

Cavalchiamo tra la polvere e il fiume degli uomini in marcia: il Re, i suoi sette Compagni, e l’àghema, la guardia del corpo del sovrano macedone in battaglia, comandata da Clito il Nero, sempre corrucciato in queste occasioni.

Alessandro scruta ogni angolo dell’orizzonte che si para davanti a noi, tra il Mediterraneo a sinistra e la catena dell’Amano, alla nostra destra. Lo conosco: sta valutando ogni dettaglio, ogni possibile strategia che ci conduca alla vittoria, a prevalere sul nemico. Se davvero Dario ha con sé quattrocentomila uomini, una cifra che pare impossibile anche per il Signore dell’Asia, il campo ristretto potrebbe rivelarsi il nostro unico vantaggio.

Quasi mi sfugge una risata. Quarantamila macedoni contro quel numero che anche dimezzato sarebbe comunque esorbitante, senza contare le voci superstiziose sulle arcane conoscenze dei Magi d’Oriente: questa non sarà una battaglia, ma un bagno di sangue e follia.

Mi guardo intorno anch’io, in cerca dei rapsodi che marciano poco distanti, modulando il canto secondo le segrete frequenze della loro casta. Un gruppo di quattro giovani spinge avanti il proprio Costrutto, impegnato nel trascinare un carro carico di lance e sarisse di riserva, buon legno di corniolo della nostra amata terra. Mentre li osservo, ben consapevole che la nostra magia non ha alcuna utilità in battaglia, se non di supporto alle truppe, uno dei giovani avverte il mio sguardo su di sé, si distrae e inciampa, trascinando nella caduta un compagno. Il canto dei rapsodi si frantuma, la sequenza matematica si spezza. Il Costrutto, un grumo di legno, metallo, cuoio e roccia in forma solo vagamente umana, ha un sussulto, trema, si piega su un ginocchio, poi frana a terra, scomponendosi nella miriade di frammenti ora di nuovo inerti che lo compongono. Il capocoro è livido di rabbia, impreca e poi leva la verga contro il rapsodo, che avvampa e spalanca gli occhi.  

È poco più di un fanciullo, forse questa è la sua prima battaglia, ma deve essere dotato di talento se accompagna già un coro dell’esercito. L’inesperienza e la tensione devono avergli giocato un brutto tiro. Per un istante mi dolgo d’aver causato la sua caduta, seppur involontariamente, ma poi scuoto il capo: la battaglia non ha misericordia per alcuno, coraggioso o codardo. La battaglia raramente perdona gli errori. È meglio che il giovane lo impari al più presto, se vuole avere qualche possibilità di sopravvivere al giorno.

Alessandro deve aver seguito la scena, come me. Poche cose sfuggono al suo sguardo d’astore. Con un cenno della mano induce il capocoro a trattenere la verga e frenare la collera.

– Non importa cadere, non sarà questo a ucciderti – dice al giovane, non senza calore nella voce. – Ma ora alzati, riprendi il tuo dovere. Solo tenere il viso nella polvere ti condurrà alla rovina. Il Re di Macedonia ha bisogno anche di te, oggi.

Il ragazzino fissa Alessandro con uno sguardo che esprime un’ammirazione sconfinata. Il sovrano gli ha rivolto la parola, ha esortato il suo aiuto. Con il polso sudicio si asciuga il filo di lacrime che appena un istante prima minacciava di trasformarsi in un pianto vergognoso. Scatta in piedi con una prontezza che strappa una risata a Perdicca, accanto a me. Allunga una mano e aiuta il proprio compagno a rialzarsi a sua volta. Il capocoro ripone la verga nella cintura, intona la prima sequenza musicale. La frequenza segreta che da vita ai Costrutti.

Le voci dei rapsodi si uniscono nel coro magico. Il canto, prima acuto e poi frenetico, fa vibrare i frammenti di cuoio, legno, pietra e metallo sparsi a terra. La materia inanimata ha un brivido, si coagula su se stessa sotto il comando del potere misterioso della matematica filosofica. Un impasto grezzo, ma sempre più chiaro, umanoide, torna a donare forma e vita al Costrutto. Il gigante si rialza crepitando, spargendo schegge di roccia e faville metalliche nell’aria del mattino.

Il canto dei rapsodi diviene più sciolto, sicuro.

Il Costrutto si solleva in tutta la sua imponente altezza, gettando un’ombra di confortevole potenza che arriva quasi a lambirci.

Il capocoro riprende la marcia, il Costrutto afferra il carro e lo trascina lungo il sentiero, grazie alla sua forza considerevole.

Da quando la filosofia matematica ha scoperto le prime segrete frequenze della Musica delle Sfere e Filolao ne ha codificato i canti originali, l’arte dei Costrutti si è diffusa per tutta l’Ecumene. La materia inanimata si è piegata come argilla nelle mani del vasaio, permettendoci di erigere strade, ponti, acquedotti e città quali non se n’erano mai viste prima. Tuttavia i nostri Costrutti sono poco più che macchine possenti, meccanismi animati che permettono di amplificare la forza di animali e braccia umane, e l’arte dei rapsodi necessita di una severa, perfetta disciplina perché la magia delle Sfere si pieghi a comandi che non le sono naturali. L’inciampo di un giovane inesperto, una stonatura nella modulazione della voce, una freccia in battaglia… la minima incertezza può sbriciolare in pochi istanti la magia di un coro che canti all’unisono le astruse frequenze che vincolano la materia alla volontà umana.

Sono giunte strane voci dall’Asia, dal misterioso Oriente che ci accingiamo a sfidare per liberare le città Greche dal giogo persiano e vendicare Filippo, il padre di Alessandro. Anche i nostri nemici hanno i loro sapienti, in grado di indagare la conoscenza arcana sottesa al mondo, l’alito degli Dei che governa il tutto. Le voci parlano di nuove, occulte sequenze. Frequenze più intense, sacrileghe, in grado di impastare la terra, il legno e il metallo con il sangue, la carne e le ossa. Una magia oscura, che danza al ritmo dei canti funebri e tormentati dell’Ade, o qualunque sia l’oltretomba Persiano, dove l’ombra degli uomini vaga incerta e timorosa, tra i lamenti dei perduti. Un potere che dovrebbe essere temuto, anziché evocato.

Questo si dice dei Magi di Dario: che i loro canti possano condurre la morte in battaglia sotto sembianze abominevoli.

I soldati li chiamano Costrutti di Sangue e ne sono terrorizzati, benché nessuno di noi ne abbia mai visto uno. Gli Eteri, i Compagni del Re, ne ridono di fronte agli uomini, come voci di donne o sciocche superstizioni, ma io so che nell’intimità delle loro tende, quando cala la notte e ogni uomo giace solo nel proprio letto, l’angoscia tormenta anche loro. Lo so, perché io stesso sono Compagno del Re, fratello di Alessandro nello spirito.

Clito il Nero mi sprona ad avanzare.

Scuoto la testa, cercando di disperdere questi pensieri funesti e ritrovare la saldezza di cuore necessaria alla battaglia, ma è un duro tentare.

Torno a sbirciare il giovane rapsodo che canta con chiaro talento, come supponevo, tuttavia è davvero ancora un fanciullo. Non riesce a trattenersi dal voltarsi verso di noi, verso il suo Re. Uno sguardo fuggevole di occhi sgranati, rivelatore.

Il suo volto esprime un sentimento di esaltazione, ma anche amore. Non dimenticherà questo giorno per tutta la sua vita, posto che la sua vita duri più di questo giorno.

È questo che fa Alessandro, è così che ci conduce nell’inferno della battaglia, contro schiere soverchianti per numero e potenza. Ci seduce con il suo carisma, con l’amore che il suo entusiasmo genera in noi. Non è l’arte dei Costrutti, ma è pure questo un sortilegio.

Un potere che io stesso, talvolta, trovo più terribile e spaventoso di qualsiasi altra magia governi il mondo e il cielo.

Credo che gli Dei amino la battaglia.

Zeus, Poseidone, Ares, Ade, Efesto, l’incostante Dioniso… me li vedo, là in alto, a godersi lo scontro che si sta per scatenare qui a terra, tra polvere, imprecazioni e sudore, in attesa che il sangue scorra sul serio, anneghi il suolo, il ferro sbrecci la carne, spogli le ossa ritrose lasciandole nude a biancheggiare oscene sul terreno. Un succulento pasto per gabbiani e cani randagi.

Vi è un’energia rappresa nell’aria che aspetta solo di essere liberata, di crepitare come folgore sul campo di battaglia. I corpi degli uomini non sono che orci di terracotta, fragili contenitori di quell’inebriante ambrosia di cui gli Dei sono assetati.

Dunque, eccoci: pronti a dare spettacolo per il piacere dell’Olimpo e per le divinità che governano l’Asia. Il teatro del nostro fato è quasi approntato.

Pare notte, benché sia appena primo pomeriggio in quest’inverno cilicio. Ma il cielo s’è annuvolato e, davanti a noi, la polvere che solleva l’orda di Dario è un muro scuro che il sole fatica a penetrare. Ora che lo scorgo con i miei occhi, è molto peggio di quel che immaginavo e temevo. Il numero soverchia, atterrisce. Il metallo di armi e armature manda lampi freddi come le acque dello Stige. Dal mare sale una brezza aspra che increspa le onde e fa rabbrividire, nonostante la concitazione del momento. La montagna è un sudario scuro steso alla nostra destra, in attesa di accoglierci cadaveri.

Le schiere si preparano a disporsi sul campo, guidate dagli squilli delle trombe e dagli ordini convulsi dei messaggeri a cavallo. I canti dei rapsodi e dei Magi risuonano come lugubri lamenti lungo i quattordici stadi del fronte. E poi vi è il brusio, il basso ringhio di paura e collera che risale dalla gola dei due eserciti, un suono straniante, mostruoso, che fa accapponare la pelle se solo si compie l’errore di prestarvi troppa attenzione.

La falange macedone ha occupato il centro della stretta piana, una foresta ronzante di sarisse alta dodici cubiti, schierata lungo solo otto file di uomini per riuscire a coprire tutto lo spazio tra la montagna e il mare; un azzardo, ma anche l’unico modo per impedire a Dario di aggirarci troppo facilmente sui fianchi. I Portatori di Scudo la proteggono sulla destra. Ceno, Melangro, Tolomeo, Aminta e Cratero hanno già preso il comando di questi uomini che sono l’incudine su cui s’abbatterà il ferro persiano. Lungo la spiaggia, Sitalce guida i mercenari greci a piedi e a cavallo, affiancato dal contingente degli arcieri cretesi. Tutta l’ala sinistra risponde al comando di Parmenione. Il vecchio generale di Filippo è un monolite di muscoli e nervi scolpiti nella selce e nel cuoio.

È probabile che la cavalleria catafratta di Dario cerchi di sfondare da quella parte. Ed è proprio lì che Alessandro la vuole, lontano dalla sua destra, tanto che, visto dal campo avversario, il fianco sinistro del nostro esercito deve appare più debole e sguarnito. La guerra non è solo coraggio o sangue freddo, ma anche astuzia. E Alessandro è nato per la battaglia. Ha gettato un’esca che il Gran Re non può rifiutarsi di cogliere.

Non invidio Parmenione, ma se c’è qualcuno che può sperare di resistere all’urto dei persiani per il tempo necessario, questi è solo il baluardo di Macedonia. Il vecchio, coriaceo compagno di Filippo.

Tuttavia Alessandro non è uno sciocco, al tavolo della guerra pondera ogni mossa con accortezza. Ogni minima concessione al nemico è qualcosa da volgere triplicata a proprio vantaggio. Una volta che la falange sia in movimento, e la polvere alzata da venticinquemila fanti in marcia crei una confusa cortina di polvere e legno, riparata dagli occhi del nemico la cavalleria Tessala ha l’ordine di spostarsi a dare man forte al vecchio generale.

Il fianco destro, invece, è quello del Re. È da lì che guiderà la carica degli Eteri, il maglio forgiato da Filippo e reso travolgente da Alessandro.

Lo sto guardando, ora, mentre si appresta a esortare l’esercito per l’ultima volta.

Si è svestito della leontè per indossare l’elmo da battaglia di Teofilo. Guidati dal canto conciliante dei rapsodi, una coppia di Costrutti gli conduce Bucefalo. Chi altri avrebbe il coraggio di avvicinarsi tanto al destriero del Re, se non creature asservite alla magia? Il Mangiatore di Uomini scalpita e sbuffa, scuote il capo come se anelasse la battaglia per dare sfogo alla propria furia trattenuta. Il suo manto nero è un grumo di notte che tumultua nel buio, sotto il quale si agitano le Erinni, imprigionate da Dioniso in persona. Il ragazzo Re si avvicina all’animale, allunga una mano e Bucefalo strofina contro il palmo aperto il capo enorme quanto la testa di un bue. Domato ancora una volta.

Il respiro rappreso di quarantamila macedoni esala in quell’istante.

Con un balzo Alessandro monta Bucefalo. Le Erinni nitriscono la loro ira selvaggia.

Urla di giubilo si spandono per tutto il fronte. Un brivido mi scuote.

Un ragazzo ci guiderà alla battaglia. Un ragazzo che fino a poche ore fa si bagnava nel Mediterraneo ridendo e scherzando con le onde.

Mi scopro a tremare ma, qualunque cosa sia, non si tratta di paura.

L’esercito scandisce il nome del ragazzo.

– ALESSANDRO! ALESSANDRO! ALESSANDRO!

La mia voce si unisce a quell’invocazione con un trasporto che è esaltazione.

Bucefalo s’impenna, Alessandro alza un braccio, a salutare gli uomini. Sorride, e in quel modo pare ancora più giovane.

L’esercito lo acclama, i soldati battono i piedi in terra, le spade sugli scudi, il tallone di ferro delle sarisse contro il suolo duro. Darebbero la vita per lui, ora.

Ed è proprio questo che Alessandro sta per chieder loro.

Allunga una mano, frena Bucefalo, ansioso di cavalcare nel vento e nel sangue. Reclama silenzio.

L’esercito obbedisce.

Una pace strana e ovattata riempie il campo, solo qualche istante prima sovrastato da un clamore assordante. Mi chiedo che pensi Dario, oltre il fiume che ci divide. Mi chiedo come il Gran Re interpreti questa folle estasi di guerra e d’amore. Se davvero gli Dei ci stanno guardando, credo che anche sulla cima dell’Olimpo qualcuno stia trattenendo il fiato, in questo istante.

Alessandro chiama per nome i comandanti delle formazioni, ricorda ai soldati le loro imprese individuali, le glorie passate e quelle che li aspettano, oggi, se saranno saldi, risoluti. Indomiti. Se seguiranno il loro Re nel sangue. La Grecia dev’essere liberata dal giogo persiano, Filippo vendicato.

Questo è il giorno.

Questo è il giorno.

L’esercito non può più contenersi. Nonostante l’orda di Dario ci sovrasti dieci volte per numero, giunge da ogni lato lo stesso, impossibile grido.

– Non aspettare più a lungo! Caricare il nemico!

A cavallo, Alessandro sorride di nuovo, ma questa volta è diverso.

Il fanciullo è scomparso, divorato dall’ombra che avvolge l’uomo. Dal manto nero di Bucefalo gli spiriti delle Erinni si sollevano in volute vorticose, strusciandosi avide contro il Re, strofinando la loro pelle nuda e ardente su di lui, baciandolo con lascivia, sussurrandogli chissà quali promesse all’orecchio.

Il sorriso di Alessandro è l’unica luce in tutto quel nero che avvampa.

Ma si tratta di una luce affilata, pronta a tagliare ogni nodo gordiano con la propria spada, senza alcuna remora o misericordia. Implacabile. Ansiosa di scagliare la lancia d’Achille contro il carro di Dario e reclamare per sé la Gloria degli Eroi.

Una passione gelida e rovente, che consuma. Un potere temerario da controllare.

Il sorriso di Alessandro mette i brividi, adesso.

– Compagni! – lo odo reclamare. – A me!

Clito il Nero scatta in avanti, ed io lo seguo dopo solo un istante di esitazione. La cavalleria degli Eteri è in marcia, e con essa l’esercito.

L’alalalalai dei Macedoni riecheggia stridulo per tutta la piana, dal mare alle montagne.

È tempo di battaglia.

La terra, il mare e il cielo hanno perso ogni colore.

Solo il sangue è un vivo rosso che ubriaca.

Carichiamo affondando la lancia contro gli arcieri in fuga, carne da macello per la cavalleria pesante degli Eteri. È un duro lavoro di gambe e di braccia. Ci apriamo varchi tra le loro fila come gli artigli di un leone di montagna sulla schiena nuda di un uomo inerme. Un massacro rivoltante, se la nausea non fosse soffocata dalla frenesia della battaglia. Gli arcieri cadono a manciate e stessa sorte tocca alla fanteria leggera che li accompagna, fienagione per le ricche messi della guerra.

Il rosso copre ogni cosa.

Tracima dalla carne a terra, imbeve il suolo e decora in ghirigori astrusi le fragili armature dei nemici. Gli zoccoli dei cavalli affondano nel fango che si crea, dipinge di scarlatto le loro zampe, imbeve le gualdrappe rendendole pesanti, viscose. Nitriti, grida e urla strazianti confondono ogni cosa. Un persiano alla mia destra chiede misericordia, ma Bucefalo scatta in avanti, mordendogli il braccio, strappandolo via dal gomito che sprizza un getto generoso di sangue scuro. Il Mangiatore di Uomini calpesta l’uomo sotto gli zoccoli enormi, schiantandone le ossa, ponendo fine alle sue sofferenze. Ecco l’unica pietà di cui sia capace. Le Erinni esultano. Le loro risate feriscono le orecchie.

Alessandro solleva la lancia, mi rivolge un freddo cenno d’intesa: qui abbiamo finito, queste truppe sono allo sbaraglio. Agriani e arcieri, appoggiati dalla cavalleria dei Peoni e dei Prodromoi, danno la caccia ai persiani in fuga, in cerca di un vano riparo lungo le pendici delle montagne. Nient’altro che selvaggina in preda al panico.

La falange è in marcia, le sarisse si abbassano davanti ad essa. Un muro impenetrabile di picche, che persino l’Asia teme. L’alalalalai risuona acuto sul campo: il grido di una donna intenta a partorire cuspidi di metallo lunghe un piede in faccia al Gran Re, come un’oscena, fatale cortigiana a gambe spalancate. Tuttavia, negli strepiti degli opliti, né io, né Perdicca al mio fianco, riusciamo a ignorare quella sottile increspatura generata da un timore arcano. La falange grida così forte nel tentativo di sovrastare o confondere il canto dei Magi di Dario, la misteriosa magia dei Costrutti di Sangue cui nessuno di noi ha mai ancora saggiato il lugubre potere.

Quando la terra trema, comprendiamo che sul versante opposto, lungo la spiaggia, si è alzata la marea della cavalleria pesante persiana. Superato di slancio il Pinaro, l’onda catafratta si abbatte su Parmenione e i Tessali. Anche se la polvere rende tutto confuso, immagino il vecchio guerriero bestemmiare gli Dei e minacciare gli uomini che cedano anche solo di un passo la posizione.

Sullo scoglio di Alessandro il Mediterraneo s’infrange rosso.

Il groviglio dei corpi, delle lance, le scimitarre e i destrieri scalcianti, i caduti e coloro che ancora lottano, dev’essere un amalgama inestricabile. Il ferro e la carne celebrano nozze mortali, le grida degli sposi sono laceranti. A centinaia cadono tra i persiani, e ancora ne giungono, tale è il numero che Dario può sacrificare con tanta generosità e indifferenza. Eppure Parmenione regge, resiste, sbraita, arretra e contrattacca, nonostante anche le sue forze si assottiglino.

Rosso.

Tutto è rosso.

Si avanza.

Gli opliti affrontano le scoscese rive dal fiume che divide i due eserciti, cercando di tenere il passo della nostra destra in movimento. Tuttavia la falange non è fatta per il terreno impervio, ma per le ampie pianure greche. A complicare le cose, gli ostacoli e le palizzate che i Costrutti di Dario hanno innalzato lungo la riva del Pinaro. Il fronte delle sarisse si spezza, traballa e disallinea. Gli uomini incespicano, imprecano, scivolano per il fondo fangoso e l’agitazione della battaglia.

Alessandro scruta i suoi Eteri: siamo troppo avanti. Troppo avanti. Clito il Nero è più corrucciato che mai, Perdicca mastica maledizioni.

Tra i varchi della falange, i mercenari greci al soldo di Dario s’incuneano con prontezza. Gli Immortali avanzano.

I Portatori di Scudo si gettano nella mischia che si combatte furiosa lungo gli argini.

Sollevare la spada, spingere la lancia, affondare il metallo tra il bronzo e la carne, spezzare l’osso. E, se si è ancora in piedi, di nuovo e poi ancora. Sì, è un duro mestiere quello delle armi. Solo per chi cade vi è riposo, o la lenta, straziante agonia delle ferite peggiori. Quelli che restano a terra, tra il fango, il sudore e i propri escrementi, e non hanno la forza di rialzarsi, gridano comprimendosi le viscere che la carne sbrecciata non riesce più a trattenere. Alcuni vengono calpestati dai loro stessi compagni, altri finiti dalle seconde linee all’attacco. I dimenticati affievoliscono in quel lugubre lamento cui, dopo un po’, nessuno finisce più per badare.

– Tolomeo è caduto! – grida Perdicca.

Alessandro si volta. I suoi occhi lampeggiano freddi nel giorno che si spegne.

– Tolomeo è caduto. Là! Là! – ripete Perdicca, indicando un punto nel vortice della mischia sul fiume.

La falange regge a stento; gli Ipaspisti con i loro grandi scudi, ne coprono il fianco, attaccano repentini e poi tornano ad arretrare accanto al frammentato bastione di sarisse.

Tutto è appeso a un filo.

– A me! – comanda Alessandro. Bucefalo scarta, scatta al galoppo, le Erinni tornano a strepitare la loro ingorda fame di sangue.

Cavalchiamo, ed io ritorno con la memoria a quando da ragazzini scrutavamo il cielo di Pella ammirando il volo delle gru. L’ipnotica danza dello stormo lungo le correnti aeree, sopra le nostre teste, impegnato in spericolate esibizioni, ci lasciava ammaliati. Un cuneo leggiadro e magnifico, fatto per fendere l’orizzonte e lo stupore.

La cavalleria degli Eteri alla carica ha la stessa grazia, ma la potenza di un maglio che batte sull’incudine del fabbro. Alessandro è quel cuneo cui i nostri occhi rimangono incollati, con la cieca fiducia delle gru in chi guida lo stormo.

Piombiamo sul fianco dei mercenari greci con un urto che scaglia gli uomini a piedi lontano, a spezzarsi sulle rocce degli argini, sul fondo scabroso del Pinaro o contro le punte delle sarisse ancora tese verso il nemico. Affondiamo nel cuore della formazione avversaria, scompaginata e sorpresa, come una lancia nella carne indifesa.

Gli opliti esultano, riprendono coraggio e contrattaccano. I Portatori di Scudo fanno strage di chi si volta e offre la schiena alla lama dello xiphos.

Rosso.

Non vedo altro che rosso vibrante contro il cielo grigio, la terra opaca e la corrente scura del fiume in cui i corpi dei caduti hanno creato nuovi, orribili guadi, ponti di cadaveri e armature infrante.

E Parmenione, a dispetto di tutto, sull’ala sinistra ancora resiste.

Qualcuno, nella mischia, afferra il mio braccio.

Scatto ad alzare la lancia. Colpire, uccidere senza pensare. Ogni esitazione può essere fatale in questo caos. La stretta di Clito mi trattiene in tempo. È il Re che cerca di attirare la mia attenzione.

Alessandro sorride.

Tutto è rovina e il mio sovrano sorride.

Un fanciullo che gioca tra le onde di un mare rosso sangue.

Scuoto il capo, non riesco a pensare con lucidità.

– Dario – dice. In qualche modo le sue parole si fanno strada tra il fragore della battaglia. La stretta sul mio braccio è quella dolorosa di un falcone da caccia ansioso di spiccare il volo.

– Dario. Lo voglio. Adesso.

Annuisco. Che altro potrei fare? È il mio Re, ma anche se non lo fosse, rimarrebbe comunque l’amico, il fratello, quella parte della mia anima che anela sogni grandiosi per sentirsi viva. Com’è possibile non amare Alessandro per questo, per ciò che ispira la sua brama di grandezza e gloria? Tuttavia, che sorta di terribile potere è l’amore?

Contemplo la calca dei corpi che si battono sbranandosi a vicenda, le ferite sbrecciate, la rabbia e la paura dei contendenti, il massacro che si consuma tutt’intorno a noi in un furioso carosello di morte. I cadaveri spezzati contro le palizzate di difesa, i cavalli agonizzanti e folli di dolore, i feriti travolti da chi combatte per la propria vita e lasciati a marcire nel fango. Sterili semi di carne, ossa e occhi spalancati verso il nulla, piantati in un arido terreno incolto.

Dei, spero che lo spettacolo sia di vostro gradimento!

– Dario! – grida di nuovo Alessandro, scuotendomi dal mio turbamento.

Questa volta non si rivolge a me, ma a tutta la cavalleria degli Eteri.

Solleva la Lancia di Achille in modo che tutti lo vedano, che tutti lo seguano. Grida di entusiasmo si sollevano dai Compagni del Re, mentre ancora affondano le picche di corniolo nei corpi dei mercenari greci in rotta. Grido anch’io. Grido forte, con entusiasmo.

– A me! – ruggisce Alessandro. – A me!

Bucefalo balza in avanti, travolgendo chiunque gli si pari di fronte. Un nero grumo di potenza e collera, cavalcato da un fanciullo che sogna d’essere un Eroe. Il migliore tra i migliori.

Cinquemila Eteri si lanciano dietro il Re, al galoppo, come un sol uomo.

La terra trema.

Uno stormo di gru si leva in volo, sopra il campo di battaglia.

Nel vento e nella polvere del caos attraverso cui cavalchiamo, lo stormo si trasforma in una lancia scagliata dalla mano di un Dio spietato.

I ranghi sono spezzati.

L’urto degli Eteri contro il fianco dei mercenari di Dario ne ha scatenato la rotta, che si è infranta sulle riserve ancora vergini di battaglia, mandandole nel panico. Parmenione regge ancora e la cavalleria Tessala ha addirittura contrattaccato i catafratti persiani, appesantiti dall’armatura e logorati dai loro vani attacchi. Ora tutto è caos.

La battaglia si decide adesso.

Cavalchiamo in un cuneo compatto. Alessandro ci guida e tutti i nostri occhi sono su di lui.

Siamo freccia, spada, lancia.

Siamo morte che scuote la terra.

Nel sangue e nella carne ci apriamo la strada attraverso le file persiane. Il carro reale di Dario è da qualche parte, proprio davanti a noi.

Tra la polvere, si apre uno spiraglio.

– Laggiù! Laggiù! – grida Filota al mio fianco. Il figlio di Parmenione cavalca con l’entusiasmo del cacciatore.

Alessandro lo ode. Senza interrompere la nostra corsa vira a sinistra, dove il braccio teso di Filota indica la nostra preda. Un movimento fluido, maestoso, una perfezione che galvanizza chi lo compie e terrorizza invece il nemico. In questi momenti non siamo più semplici esseri umani, ma Centauri, figli di Chirone e Folo.

Ed eccolo, il carro di Dario!

Il Gran Re pare sconvolto nello scorgerci, la paura lo sommerge.

Le sue guardie del corpo si avventano su di noi, gli Eteri caricano, si scatena una nuova battaglia. Una morsa di carne che però non riesce a trattenere Alessandro, Clito il Nero, me stesso e pochi altri Compagni, lanciati verso il Signore dell’Asia in fuga.

Alessandro alza il braccio, caricando la Lancia d’Achille.

Anche se stiamo vincendo, non possiamo permetterci che Dario si ritiri nel cuore dei suoi territori: il ventre sterminato dell’impero persiano può garantirgli altri uomini, nuovi eserciti, ancora più enormi di quello che ci ha scagliato addosso oggi.

Tutto può concludersi ora. Deve compiersi ora.

Questa è l’occasione di Alessandro.

Bucefalo balza in avanti, il braccio del Re di Macedonia si tende. Per un istante tutto appare immobile, fatale.

Poi si leva il canto dei Magi.

Ci sono dei corpi a terra: morti e feriti, uomini e cavalli.

Lance spezzate, spade infrante, armature abbandonate, scudi, ruote di carro, finimenti, proietti da fromboliere, salmerie e tutte quelle cose che rimangono sul campo quando la marea della battaglia è prossima a ritirarsi. Angoscianti relitti di rovina e distruzione.

Il cielo di sopra è nero, la notte incombe, le nuvole strangolano i cadaveri delle stelle in una cortina opaca. Grida di gabbiani lacerano l’aria, ma la stridula melodia dei cori orientali è più intensa, agghiacciante.

I resti dei caduti, gli oggetti abbandonati, i feriti, non hanno altra scelta che obbedire al tenebroso canto dei Magi.

Carne e ossa, metallo, cuoio, legno e pietra si coagulano davanti ai nostri occhi sbarrati. Il sangue e la terra sono un ottimo impasto. I cavalli nitriscono spaventati, le Erinni ridono, ma persino la loro allegria pare falsa, forzata. Sento la pelle accapponarsi, un brivido gelido percorrermi.

Un abominio prende forma davanti a noi.

I cadaveri non fanno resistenza, ma coloro che ancora non hanno varcato i confini dell’Ade strillano come ragazzine per il terrore. I loro visi si schiacciano contro il ventre squarciato d’un cavallo, le gambe si spezzano masticate dalla roccia e dal metallo, le membra si deformano contro la figura umanoide che sta prendendo vita dalla morte.

Il legno e le ossa esplodono, il metallo si piega con lamento, il Costrutto di Sangue albeggia su di noi. Un colosso aberrante da cui emergono deformi teste equine, mani, volti cadaverici e i visi folli di chi non riesce ancora a morire e continua a gridare la sua folle pena a nessuno. Viscere e umori grondano dal corpo della creatura, gocciolando a terra. Sangue nero trapela da ogni giuntura e maldestro incastro.

Tutti gli orribili occhi che costellano il Costrutto ci fissano implacabili.

La frenesia del canto, alle sue spalle, ci investe lugubre e lancinante.

Dei! Dei! Dei! Che osceno abominio è mai questo?

La cavalcatura di Filota s’imbizzarrisce per l’orrore, incespica e cade, trascinando con sé il figlio di Parmenione. Con un cigolio e un crepitare di roccia e legno, il Costrutto di Sangue si avventa sul nostro compagno.

Il braccio armato di Alessandro è ancora teso verso Dario in fuga, l’occasione si consuma in fretta, come un fuoco spazzato dai venti. Non c’è tempo per tutto. In verità, non v’è tempo quasi per nulla.

Scorgo Alessandro esitare, combattuto tra l’assestare il colpo decisivo e sacrificare Filota, o frapporsi tra questi e la furia del Costrutto, permettendo al Signore dell’Asia di afferrare quella salvezza che rimetterà tutto in discussione. Una breve, fuggevole incertezza, di cui forse io stesso m’inganno.

L’ombra del mostro ci avviluppa, cala sul Compagno del Re, che tende le braccia in una vana, futile difesa, dettata solo dalla paura. Il braccio di Alessandro scatta, la Lancia sacra di Achille fende il campo. La scelta è fatta. Chi può dire cosa sia costata?

La punta di ferro si conficca nel ventre del colosso, tra le costole biancheggianti di un torso umano, penetrando a fondo, sbilanciando la creatura, che frana su un fianco. Schegge di legno e pietra ci investono. Filota scivola via rotolando, tra la polvere e il sangue che imbeve ogni tratto del campo di battaglia. Clito il Nero raggiunge Alessandro, lo affianca, pianta il proprio xiston nel rozzo palmo del Costrutto di Sangue, inchiodandolo a terra. Perdicca brandisce la makhaira e la vibra sull’arto teso, nel tentativo di svellerlo dal resto del mostro. Scatto a dargli man forte, senza pensare, per non correre il rischio di rimanere paralizzato dall’orrore.

I Magi cantano più veloci, repentine frequenze segrete che sibilano come soffiare di serpe, un fischio acuto e doloroso per spirito e carne.

Il Costrutto si leva di nuovo, strappandosi via l’arto dal braccio con scintille bronzee e secchi grumi di sangue rappreso, liberandosi dal vincolo della lancia di Clito con un crepitante ruggito terroso.

– I Magi! – grida Alessandro, spronando Bucefalo contro la creatura. – Sterminate i Magi! Zittite il coro! Fatene strage!

Gli Eteri rimasti scattano in avanti con un sollievo che tradisce la volontà di allontanarsi da quella blasfema malia il più in fretta possibile. L’àghema, lo squadrone reale, si stringe invece attorno ad Alessandro. Ombre nere, viscose, emergono dal Costrutto; viticci spettrali il cui tocco provoca piaghe e ustioni sulla pelle. La notte incede, se questa è notte e non qualcosa di molto peggio. Solo il sangue avvampa sempre più rosso, nitido e tagliente contro gli occhi.

Il Costrutto si avventa su una delle guardie reali, afferrando l’uomo e schiacciandolo a terra, frantumandone il cranio contro la pietra con un rumore rivoltante di ossa che si spezzano e materia che tracima. Alessandro strattona la lancia di Achille, la estrae e la conficca di nuovo tra la carne, la pietra e il cuoio del gigante. Il viso deforme di un morente erompe da quell’ammasso blasfemo e cerca di morderlo. Forse lo spinge il dolore, forse la follia. Calo la mia makhaira in un arco scomposto e decapito l’oscena escrescenza, che ricade inerte a terra, rotolando chissà dove. Le Erinni avvampano dal manto di Bucefalo, sfrigolando contro le ombre sempre più dense del Costrutto.

Clito e Alessandro colpiscono e affondano le loro lame in quell’impasto delirante di corpi, arti e materia un tempo inanimata. Uno zoccolo che sporge dall’avambraccio del Costrutto scivola lungo la coscia di Alessandro, provocandogli una brutta ferita da cui sgorga sangue copioso. Il mio Re digrigna i denti ma non arretra, la battaglia nutre solo la sua ira. Achille è l’unico stampo su cui misuri se stesso.

Filota ha recuperato una lancia e corre a darci man forte. In sei impaliamo il Costrutto da quattro diverse direzioni, ma il canto dei Magi è forte e implacabile. Il legno di corniolo trema tra le nostre mani, minacciando di spaccarsi in mille frammenti da un istante all’altro. Non possiamo resistere a lungo.

Un viso straziato, ma ancora vivo, mi fissa attraverso quella massa ripugnante.

– Uccidimi… – prega.

Io non riesco a fare nulla, troppo impegnato a reggere lo xiston con entrambe le mani. Troppo occupato a pregare Dei muti sulla cima di un Olimpo lontanissimo.

– Uccidimi… – biascica di nuovo il morituro, con le ultime forze che gli rimangono. Poi l’implorazione si spezza in un lamento che diviene ben presto un ululato straziante. Orribile.

– Ucci-dimiiiiiiiii

Sto per cedere, lo sento. L’orrore sta per sommergermi. Tutto questo è troppo.

Getto un ultimo sguardo al mio Re, all’amico, all’amante.

Alessandro è una maschera di cupo furore e determinazione. È il più piccolo, tra di noi che lottiamo al suo fianco, il più giovane. Un ragazzo deciso a piegare qualunque fato ai propri sogni e alla gloria. Non cederà: fosse l’unico a rimanere in piedi, ad affrontare il Costrutto, lotterà per vincere.

Mi restituisce uno sguardo che dice proprio questo.

Fronte aggrottata, denti digrignati, una gamba ferita da cui sgorga sangue scuro che imbeve il suolo e rende scivoloso l’appoggio… ma nessuna intenzione di cedere terreno.

Vincere. Null’altro conta.

Una sferzata di determinazione mi attraversa.

È il mio Re. Ha bisogno di me.

Non mi sento molto più forte o impavido di un piccolo, ingenuo rapsodo dell’esercito, ma se Alessandro resiste, non lascerò il suo fianco.

Grido forte, impreco gli Dei, e poi torno a puntellarmi con tutto il peso contro l’asta della mia sarissa da Etero. Clito il Nero si unisce al mio grido, e così Perdicca.

Gridiamo tutti.

– Per il Re! Per Alessandro!

La tenebra che fa da manto al Costrutto si scuote, arretra e incupisce. Dalle tutte le sue bocche si leva un ringhio da cui trapela collera ma anche un sottile, limpido timore.

E poi gli Eteri forzano il muro degli Immortali persiani e piombano sui Magi indifesi.

La carneficina che ne segue ribolle di un rancore intinto nell’odio e nella paura. Nessuna pietà è concessa, nessuna resa. Il canto maledetto annega nel proprio sangue, tra vane preghiere scandite in lingue sconosciute e incomprensibili.

Il Costrutto è percorso da un brivido. Ferite si aprono lungo tutto quel corpo informe, lasciandone sprizzare sangue nero, umori e un fango nauseante. La creatura si sbriciola sotto la nostra spinta, davanti ai nostri occhi spalancati, increduli d’essere ancora in piedi, in questo giorno di tremenda follia. Il legno, la carne, la pietra e il metallo tornano a essere quello che erano: brandelli di una battaglia consumata, resti immobili che presto il mare e il tempo reclameranno per l’oblio.

Cado in ginocchio.

Perdicca fa altrettanto. Clito il Nero è già sul proprio Re, dando ordini secchi e perentori che qualcuno si procuri un pezzo di stoffa, un laccio di cuoio con cui arrestare l’emorragia alla coscia.

Alessandro non vi bada.

Non si cura nemmeno dei resti sacrileghi del Costrutto sparsi ovunque.

Il suo sguardo corrucciato è fisso a nord, tra i valichi della catena dell’Amano dove ha trovato scampo Dario, ancora Re di Persia e dell’Asia.

La mano che stringe la Lancia d’Achille sbianca nella stretta.

Anche se questa battaglia cui i numeri dell’avversario ci condannavano è vinta, la guerra continua.

Cavalieri al galoppo sciamano alla nostra destra e alla nostra sinistra, alla caccia di chi fugge troppo tardi dal campo. I più cadranno ora, soli, spalle al nemico.

L’ultimo sangue è sempre il più generoso.

Una brezza gelida si leva dal mare. Le nuvole si diradano, lasciando intravedere qualche stella lassù in alto. Anche la loro luce è fredda, priva di alcun calore.

Dal campo si levano i lamenti di chi non è più in grado di rialzarsi, coloro che verranno finiti più tardi dai lancieri o dai saccheggiatori di cadaveri. Paiono centinaia, migliaia.

Coloro che giacciono già morti sulla piana di Isso sono ancora più numerosi.

È notte.

Attendo nella tenda da campo, stemperando la tensione del giorno, la stanchezza che affligge i muscoli e l’orrore di cui sono stato testimone. Ho la certezza che quest’ultima emozione tornerà con insistenza a tormentarmi nei sogni, una volta che il sonno avrà avuto la meglio sul resto.

Il tesoro di Dario pare ammonti a duemilaseicento talenti e cinquecento libbre d’argento non coniate. Una cifra favolosa, in grado di ripagare il soldo all’esercito fin qui contratto e altri sei mesi di salario.

Persino la madre, le mogli e i figli di Dario sono caduti nelle nostre mani, a causa della fuga precipitosa. A dispetto dei suggerimenti dei suoi consiglieri, Alessandro ha garantito loro lo stato regale. La guerra che conduce è contro il Signore dell’Asia, ha dichiarato, non alla sua famiglia. Parole che non fanno che accrescere la sua fama, nutrire una leggenda di cui già si mormora tra i soldati.

Nonostante la ferita alla coscia, dopo il nostro vano ritorno dall’inseguimento di Dario e della sua retroguardia, è passato a visitare i feriti, riservando parole di encomio per coloro che oggi si sono distinti sul campo, premiando i valorosi e additandoli come esempio, onorando ciascuno per i propri meriti. Anche tra i veterani di Filippo, guerrieri temprati dal ferro di tante battaglie, oggi ho scorto occhi lucidi, sorrisi di vero affetto. Questa è la magia di Alessandro.

Non posso fare a meno di chiedermi se sarà sufficiente contro il potere dei Magi, il nefasto canto del sangue con cui i seguaci di Dario hanno dimostrato di poter asservire conoscenze occulte così orribili…

Non ho risposte a questa domanda, solo un vago turbamento, oscure inquietudini che impediscono alla mia anima di trovare pace. Perché anche l’amore che suscita Alessandro incute soggezione. La falange lo seguirebbe fin nell’Ade, se lui gliel’ordinasse, e i suoi Eteri, io stesso, guiderebbero la carica al suo fianco. Che potere è mai questo?

Passi e voci, fuori dalla tenda. Frasi di saluto e commiato.

Un lembo si scosta.

Alessandro fa il suo ingresso tra lo spoglio arredo da campo che così tanto contrasta con la tenda reale di Dario. Zoppica, ma sorride.

– Efestione – dice, e ogni mio timore si dilegua al suono della sua voce.

Allunga una mano, ed io gliela stringo. Restituisce il gesto con forza, continuando a fissarmi con i suoi luminosi occhi d’aquila. Il viso è livido e stanco, ma un entusiasmo infantile trapela dai suoi lineamenti provati.

– Parmenione l’ha recuperato per me – dice mostrandomi lo scrigno tempestato di preziosi.

Mi fa sedere sul bordo di uno dei due giacigli che occupano lo spazio austero. Da un modesto baule di legno estrae un involto di pelle, usurato dal tempo. Con impazienza ne slega i lacci di cuoio, ne libera il contenuto. Quante volte gli ho visto compiere questi stessi gesti, con la medesima, identica precipitazione? Sorrido, vagamente commosso per nemmeno io so cosa.

Alessandro estrae dalla protezione una copia dell’Iliade di Omero, annotata da Aristotele in persona. Credo ormai la conosca a memoria, come e quanto il più appassionato degli aedi. Anche questa volta non si trattiene dal leggerne alcuni brani con gli occhi, bisbigliando appena tra le labbra.

– I Compagni discutevano su quale fosse l’utilizzo migliore per un simile tesoro – dice il mio Re. Pare divertito.

– Perdicca e Tolomeo litigherebbero tra loro anche per decidere il colore della neve – confermo, e la battuta strappa una risata ad Alessandro.

– Hai ragione – ammette, ma si vede che non ha occhi che per gli antichi versi dell’aedo cieco.

Con soggezione e una certa riluttanza ripone il testo e afferra lo scrigno di Dario. La luce delle torce nella tenda rifulge e si rifrange sulla faccia dura di ogni pietra preziosa, quasi abbagliando la vista. Con delicatezza vi depone la copia dell’Iliade all’interno. Le misure, lo spazio, paiono realizzati su misura. Un dettaglio che lo delizia.

– Un tesoro tanto prezioso – dice – merita un contenitore che ne sia almeno all’altezza.

Annuisco, senza dire nulla.

Il mio re è stanco. Lo guardo adagiarsi sul giaciglio abbracciando il proprio tesoro, chiudere gli occhi, addormentarsi in fretta, proprio come un bambino al termine d’un giorno spossante.

Con cautela lo rimbocco con un caldo vello di montone. Le notti cominciano a farsi fredde, l’inverno avanza.

Lo osservo dormire, chiedendomi con angoscia quale dei due si desterà domattina?

Il fanciullo che stamattina rideva divertito dalla spuma delle onde o il guerriero che ci spronerà tutti verso l’orlo dell’abisso? Quell’Oceano Estremo e terribile che pare il solo limite alle ambizioni di Alessandro…

Scuoto il capo.

Da qualche parte, tra i fuochi dell’accampamento, si leva dolce il canto di un giovane rapsodo.

Alessandro Nero - I canti di Efestione

Davide Camparsi, Alessandro Nero - I canti di Efestione , illustrazioni: Davide Camparsi, Delos Digital, Odissea Digital Fantasy 23, isbn: 9788825407082, ebook formato kindle (su Amazon.it) o epub (sugli altri store) con social drm (watermark) dove disponibile , Euro 4,99 iva inclusa

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