In un mondo della moda e del giornalismo mutato negli ultimi vent'anni, Andy torna da Runway dopo un licenziamento dalla sua vecchia rivista, narrando in parte come il giornalismo ragionato e serio non paghi più. Licenziata per tagli editoriali in un quotidiano in crisi, rientra negli uffici lussuosi nonostante Miranda, ritrovando un capo ancora più sprezzante che arguto, ma che riconquista con la sua lealtà incrollabile.
Il Diavolo Veste Prada 2, sequel del cult del 2006, riporta Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci nei panni di Miranda Priestly, Andy Sachs, Emily Charlton e Nigel Kipling. Diretto da David Frankel e scritto da Aline Brosh McKenna, il film mescola commedia brillante a dramma professionale, tra New York, Milano e l'Italia, con location come la Galleria Vittorio Emanuele e l'Accademia di Brera, denunciando il declino del cartaceo iniziato con l'iPhone post-primo film, che porta a compromessi estremi per sopravvivere.
Andy incarna il ritorno all'inferno glamour per necessità, evidenziando come testate prestigiose implodano sotto pressioni digitali, eppure prevale una nostalgia per i "bei vecchi tempi" di faranoici rimborsi spese, viaggi in business e limousine, ritratti come lusso irraggiungibile. Ostentando scene opulente, gala nei musei, sfilate milanesi con Pucci e Dolce&Gabbana, celebra un'era d'oro editoriale lontana dalla realtà odierna, dove giornalisti sottopagati reggono un settore in crisi sulle fragili spalle, mentre Miranda lotta per preservare l'eredità di Runway contro l'oblio digitale. È un affronto, una festa fuori tempo massimo per un mondo svanito che ignora le precarietà contemporanee dei precari del giornalismo.
Le scenografie, curate da Jess Gonchor, elevano il tutto a un tripudio visivo celebrando l'opulenza ma denunciandone l'artificiosità anacronistica: ricreano un Runway 2.0 tra uffici minimalisti high-tech con dettagli barocchi come la scrivania di Miranda illuminata da cristalli Swarovski, mentre la Galleria Vittorio Emanuele II e l'Accademia di Brera pulsano di luci soffuse e arredi vintage che evocano un'Italia da cartolina, amplificando la nostalgia elitaria. Il trucco e parrucco, fedeli alla parrucca originale di Meryl diradata per una Miranda settantaseienne, catturano l'invecchiamento regale con ciglia folte, rossetti bold e rughe studiate che rendono il suo volto icona di potere fragile; Anne Hathaway sfoggia un Andy matura con make-up naturale impeccabile, Emily Blunt osa contouring aggressivi per un'aria da "icona spietata" da Dior, con dettagli assurdi come tacchi killer che causano "alluci valghi" reali, simbolo di un lusso masochista romanticizzato senza ironia.
L'apice della pacchianeria è la cena di gala al Cenacolo Vinciano, un affronto kitsch che trasforma l'affresco di Leonardo in sfondo per un banchetto fashion con tavoli di cristallo davanti all'Ultima Cena: Miranda in abito Pucci scarlatto brinda tra calici di Dom Pérignon mentre modelli in Dolce&Gabbana sfilano tra tra i flash, ignorando il rispetto per il patrimonio UNESCO. Questa celebrazione anacronistica, con scenografie da sogno, trucco magistrale e kitsch deliberato, rende il film un guilty pleasure visivo, ma un pugno nello stomaco per chi vive il declino reale dei media.















