La giornata del 29 aprile al Far East Film Festival si è rivelata un viaggio intenso attraverso le diverse anime del cinema asiatico contemporaneo. Dalle riflessioni esistenziali e sociali del cinema d'autore giapponese, alle narrazioni più smaccatamente emotive, fino al ritorno dei grandi miti dell'action di Hong Kong, il programma ha offerto uno spaccato eterogeneo sulla ricerca di identità e sul peso delle responsabilità familiari. Tre pellicole, in particolare, hanno segnato la visione di questa giornata, ognuna a suo modo capace di interrogare lo spettatore sul confine tra desiderio individuale e aspettative della società.
Tiger (di Anshul Chauhan)
Tiger, scritto e diretto da Anshul Chauhan, racconta la storia di Taiga, un giovane massaggiatore gay che vive a Tokyo, diviso tra il desiderio di libertà sessuale e il bisogno di rientrare nelle convenzioni sociali. Dopo aver lasciato il paesino d'origine, Taiga vi fa ritorno a causa della malattia del padre — il quale non sa nulla della sua vita privata — richiamato dalla sorella affinché la aiuti a gestire il genitore. La donna, sposata e con una bambina con cui Taiga ha un bellissimo rapporto, mantiene il segreto del fratello, ma è decisa a ereditare la casa di famiglia che verrà data solo a chi possiede una "famiglia regolare". La prospettiva di una vita normale pone Taiga di fronte a un lacerante quesito esistenziale che non ha una soluzione facile: libertà estrema o accettazione sociale?
Tiger è un racconto per nulla superficiale su una lotta interiore dal valore universale, non necessariamente legata solo al mondo LGBTQ+. La ricerca di una libertà assoluta, che presenta sempre un conto da pagare, è un argomento trasversale che nella pellicola di Chauhan è rappresentato dal desiderio del protagonista di diventare un divo del porno. D’altra parte, la rinuncia al "mondo normalizzato" non è vissuta come una mera imposizione sociale, ma come un sacrificio reale, simboleggiato dall’affetto per la nipotina e dal desiderio di paternità, in una presa di coscienza secondo cui la felicità non può mai essere totale e che ogni felicità ha un prezzo caro da pagare.
90 Meters (di Nakagawa Shun)
90 Meters di Nakagawa Shun racconta invece la storia di Tasuku, uno studente all’ultimo anno delle superiori che deve prendersi cura della madre malata di SLA. A causa di questa condizione, il ragazzo ha dovuto rinunciare a tutto: dalla sua passione per il basket all’idea di poter frequentare l’università. Tutto cambia quando l’assistente sociale che segue la famiglia riesce a far ottenere alla donna un’assistenza ventiquattr'ore su ventiquattro. Tasuku riesce così a riallacciare i rapporti con una compagna di classe e con il club di basket, intravedendo la possibilità di una vita normale; tuttavia, l’idea di allontanarsi da casa per costruirsi un futuro implica una scelta dolorosissima.
Più che approfondire la storia di una malattia terribile e delle conseguenze devastanti che questa ha non solo sul malato, ma anche sui suoi familiari, 90 Meters si rivela una "macchina da lacrime". I particolari più sgradevoli rimangono sullo sfondo: quelli psicologici sono appena accennati e quelli fisici mai visibili, finendo per rappresentare una condizione quasi patinata. La sofferenza di Tasuku e la sua trasformazione forzata da figlio a figura accudente sono relegate quasi esclusivamente all'impossibilità di giocare a basket o frequentare i vecchi amici, trattando solo superficialmente il dramma della solitudine e dell’impotenza, che viene per lo più raccontato e mai mostrato davvero.
The Shadow's Edge (di Larry Yang)
The Shadow's Edge di Larry Yang è il classico film d’azione con Jackie Chan nella parte dell’eroe. Una banda di supercriminali, guidata da un misterioso uomo che si fa chiamare "Ombra", mette a segno rapine spettacolari che mescolano attacchi hacker e fughe rocambolesche, con lanci in paracadute dai grattacieli e incredibili capacità di camuffamento. Proprio grazie a questa abilità, i sistemi di riconoscimento facciale delle AI risultano inefficaci; per questo viene richiamato in servizio l'ex poliziotto Wong Tak Chung, abilissimo nelle vecchie tecniche di pedinamento sul campo. A lui si affianca la giovane agente He Qiuguo, che sogna di mettersi in luce tra colleghi che sembrano non apprezzarla, ma che condivide anche un passato con Chung.
Ci sono attori che definiscono un film, e questo è senza dubbio il caso di Jackie Chan che, all’età di settantadue anni, prosegue la sua carriera di action man nel ruolo dell'eroe senza macchia. Quello che ci si può aspettare da una pellicola che lo vede protagonista è una buona dose di spettacolarità, con combattimenti che rappresentano l’aspetto più interessante dell’opera. Da questo punto di vista, The Shadow's Edge non tradisce le aspettative, specialmente nella prima mezz'ora dedicata alla rapina, perdendo però ritmo in seguito a causa di spiegazioni arzigogolate e inutili sulle motivazioni dei cattivi. C’è poi la scelta di affiancare a Chan un antagonista del calibro di Tony Leung Ka-Fai, di qualche anno più giovane e per questo credibile nella sfida. Tuttavia, nonostante l'ottima prova degli attori secondari, lo scontro a suon di pugni finisce per essere quello tra due anziani che, pur dotati di un carisma indubbio, risultano necessariamente meno spettacolari rispetto ai fasti di altri film del genere.










