Il Far East Film Festival giunge alla sua ottava giornata confermandosi un osservatorio privilegiato sulla complessità del panorama audiovisivo asiatico. Il programma odierno ha delineato un percorso narrativo eterogeneo, capace di spaziare dal rigore formale del cinema d'autore giapponese alle dinamiche di genere del thriller indonesiano, fino alle imponenti ricostruzioni storiche della Corea del Sud.

Tokyo Taxi

Tokyo Taxi, del regista novantaquattrenne Yamada Yoji, è il racconto dell’ultima giornata a Tokyo di un’anziana signora prima di entrare in una casa di riposo. Il suo compagno di viaggio è il tassista Usami Koji, che l’accompagna a visitare diversi quartieri della città mentre Takano Sumire — questo il nome della donna — ricorda un passato difficile, dai bombardamenti di quando era bambina a un marito violento. Tra i due nasce un’immediata simpatia e anche l’uomo si confida, raccontandole di voler iscrivere la talentuosa figlia musicista a un’università che, però, risulta troppo costosa per le sue possibilità.

Remake del film franco-belga Driving Madeleine, Tokyo Taxi ha già nelle sue premesse un finale più che telefonato, basato sull’equazione "anziana signora ricca e uomo gentile con problemi economici". Tuttavia, anche se la storia scorre con prevedibilità, il racconto è sempre delicato e gradevole, accompagnato dalla messa in scena di una Tokyo che non scade mai nel turistico, seppure mostrata nei suoi quartieri più iconici. La vera, delicata bellezza del film risiede nelle strade e nel senso di nostalgia nel lasciare i luoghi amati, ancor più che nel racconto del passato di Sumire, che solo in alcune parti viene mostrato con dei flashback, mentre per il resto viene affidato alla narrazione orale.

Dopamine 

Dopamine di Teddy Soeria Atmadja è la storia della giovane coppia Malik e Alya, sommersi dai debiti. Lui ha perso il lavoro e non riesce a trovare nessun altro impiego; lei è incinta e vorrebbe un po’ di tranquillità. Caso vuole che, in una serata di pioggia, Malik venga soccorso da un misterioso autista che lo riporta a casa. Quando l'uomo sta per andarsene, la macchina non parte, così i due ragazzi gli offrono ospitalità per la notte. Peccato che la mattina successiva lo trovino morto a causa di un’overdose e che nella stanza ci sia una valigia piena di soldi.

Dopamine ha una trama abbastanza convenzionale e dal dilemma piuttosto scontato: cosa faresti se fossi pieno di debiti e ti ritrovassi improvvisamente ricco? Quante probabilità ci sono che quei soldi siano sporchi e che presto qualcuno venga a riprenderseli col sangue? Nonostante l’evidente carenza di mezzi, la pellicola ha un ottimo ritmo e buone scene d'azione che la rendono divertente nonostante la trama nota. Ciò che è meno prevedibile è il finale, che potrebbe variare a seconda del tono del film; nel caso di Dopamine, la narrazione non scivola mai nel dramma, tantomeno in quello esistenziale. Niente morale, insomma, ma non se ne sente la mancanza.

The King's Warden 

The King's Warden di Chang Hang-jun trae ispirazione da una raccolta di registri ufficiali di corte, compilati dai saggi nel corso dei secoli alla fine del regno di ogni sovrano. Bastano brevi passaggi negli annali per dare l’ispirazione agli sceneggiatori coreani nel creare nuove storie drammatiche incentrate su figure storiche note. The King's Warden si ispira alla storia di re Danjong, bandito dalla capitale dallo zio vendicativo che si è eletto nuovo sovrano, e che finisce a vivere in un remoto paesino, ben accolto dagli abitanti che sperano, grazie alla presenza di un nobile, di migliorare le proprie condizioni di vita. Se in un primo momento il giovane re desidera solo la morte, proprio grazie all’amicizia con gli abitanti del villaggio trova la forza per ribellarsi.

Motore del film è senza dubbio Yoo Hai-jin, capace di animare ogni scena con i suoi tempi comici e una particolare emotività davvero impressionante. Per ciò che riguarda la messa in scena, in quanto film storico, The King's Warden mostra un’ottima cura sia per le scenografie che per i costumi, che lo rendono un prodotto di indubbio fascino, pur sorvolando sull’uso (per fortuna raro) di una computer grafica decisamente imbarazzante. La forza del film, e l’enorme successo riscosso in patria dopo un periodo non facile per il cinema coreano, si deve alla commistione tra commedia e dramma, che forse potrebbe sembrare troppo dissonante a un pubblico occidentale, ma che funziona benissimo per quello asiatico. In The King's Warden si ride parecchio, ma allo stesso tempo la storia cerca la lacrima facile, specie in un finale che si lascia andare a un’emotività un po’ troppo roboante.