Matt Hagen sa cosa significa conquistarsi il successo. È una star di Hollywood, ha ottenuto una candidatura all’Oscar e si è lasciato alle spalle il ghetto di Gotham City per vivere sotto i riflettori. Ma basta una relazione con la moglie di un boss della mala per mandare tutto in frantumi. Il prezzo da pagare è altissimo: il volto sfigurato, la carriera distrutta e i soldi che cominciano a scarseggiare. Dopo una serie di interventi di chirurgia estetica fallimentari, Matt si aggrappa all’ultima possibilità: una cura sperimentale messa a punto dalla dottoressa Caitlyn Corr, basata su nanocellule capaci di riparare qualsiasi danno. Il progetto, però, ha perso i finanziamenti e la terapia non è ancora stata perfezionata. Poco importa: pur di recuperare la propria faccia e la vita che aveva prima, Matt è disposto a rischiare tutto, effetti collaterali compresi.

C’è un’ironia sottile, quasi un gioco di specchi, nel fatto che Clayface approdi proprio oggi nelle sale: tra tutti i nemici di Batman, infatti, è l’unico a essere nato come commento sul cinema stesso, sulla sua industria e sulla sua capacità di creare e distruggere i propri idoli. Nel 1940 Bob Kane e Bill Finger lo immaginano come Basil Karlo, un divo dell’horror ormai messo da parte dagli studios, che decide di indossare la maschera del suo personaggio più celebre per vendicarsi del remake che, rimpiazzandolo, lo ha di fatto cancellato dalla memoria del pubblico. Non possiede alcun potere sovrumano, ma soltanto il trucco di scena e un rancore covato a lungo. Con il passare dei decenni, però, il nome di Clayface passa di mano in mano e, insieme all’identità, cambia anche materia. Nel 1961 l’avventuriero Matt Hagen diventa letteralmente argilla vivente, abbandonando la dimensione del travestimento per quella della metamorfosi fisica. Nel 1978 Len Wein e Marshall Rogers spingono il personaggio ancora più in là, trasformandolo in una tragedia della carne con Preston Payne, uno scienziato condannato a dissolversi lentamente nel suo stesso corpo. Il volto definitivo, quello destinato a imprimersi nell’immaginario di un’intera generazione, arriva tuttavia dall’animazione: in Batman: The Animated Series, Hagen torna a essere un attore, sfigurato e ormai schiavo di una crema miracolosa che gli restituisce la bellezza perduta al prezzo, altissimo, della propria anima.

È proprio da quest’ultima incarnazione che riparte il film. Mike Flanagan, autore della sceneggiatura scritta a quattro mani con Hossein Amini, ha scelto come punto di partenza il doppio episodio Feat of Clay di Batman: The Animated Series, che lui stesso ha definito un’esperienza formativa della propria infanzia. Il progetto ha ottenuto il via libera da James Gunn e Peter Safran, direttori creativi dei DC Studios e del DC Universe. A causa di alcuni rinvii, Flanagan ha però dovuto abbandonare il progetto e James Watkins è subentrato alla regia, mentre la sceneggiatura è stata rivista da Hossein Amini. Che cosa sia rimasto della storia originale in questo Clayface è difficile da capire, anche perché sembra evidente l’esistenza di un doppio binario: da una parte, l’idea di realizzare un film indipendente, un body horror molto distante dal DC Universe; dall’altra, la sensazione che permanga la necessità di inserirlo in un universo condiviso.

Questa schizofrenia sembra stare alla base del progetto anche nella scelta dei temi. Se, infatti, è audace l’idea di utilizzare il body horror in un cinecomic, una scelta del genere dovrebbe essere motivata da temi ben precisi. In realtà, la ricerca della bellezza da parte del protagonista non è affatto narcisistica, ma nasce dal suo bisogno di sopravvivere in un mondo che gli ha tolto tutto. Le sue motivazioni non sono superficiali come quelle della protagonista di The Substance, dal quale Clayface attinge a piene mani sul piano dell’immaginario visivo, ma rispondono a un desiderio di riscatto sociale del tutto giustificabile. Se da un lato il film mostra, in maniera violenta per un pubblico mainstream, che cosa Matt sia disposto a fare pur di tornare com’era, dall’altro le sue motivazioni ruotano attorno a una vendetta tutto sommato legittima, creando uno sfasamento tra la rappresentazione e i temi della storia. La vicenda d’amore, poi, risulta totalmente artificiosa: sembra inserita soltanto per giustificare il cambiamento troppo repentino del protagonista, senza il sostegno di una sceneggiatura capace di renderlo credibile.

Alla fine, Clayface resta un body horror divertente, capace di introdurre una deviazione insolita nel panorama dei cinecomic e di allontanarsi, almeno nelle intenzioni, dal consueto intrattenimento per famiglie. Ma al film manca proprio ciò che dovrebbe dare senso alla sua scelta più audace: una riflessione sul corpo, sull’identità e sul prezzo da pagare per tornare a essere ciò che si era.