Mariano De Santis è il presidente della Repubblica Italiana a fine mandato. Tra sei mesi potrà tornare a casa, ma prima di andare in pensione ha alcune questioni da risolvere, tra cui l’approvazione della legge sull’eutanasia, che però esita a firmare. Da giurista e cattolico, è fermamente convinto che la tattica migliore sia quella di prendersi tempo, anche se questo vuol dire abbracciare la posizione democristiana di non prendere mai una vera e propria decisione. Stesso dicasi per le due richieste di grazia che gli vengono sottoposte: quella di Isa Rocca, che ha assassinato il marito nel sonno dopo essere stata a lungo seviziata, e quella di Cristiano Arpa, che ha strangolato la moglie malata di Alzheimer. Ma De Santis è anche tormentato dal passato e dall’amore per la moglie Aurora, morta da otto anni, che lo aveva tradito con qualcuno di cui non conosce ancora l’identità.

Oltre a un riconoscibilissimo stile tecnico che contraddistingue tutto il suo lavoro, da L’uomo in più a oggi, Paolo Sorrentino ha mostrato in questi anni un duplice modo di fare cinema: quello dei suoi primi lavori, fino a Il Divo e in parte anche in È stata la mano di Dio, in cui la storia narrata ha una certa importanza, e quello dove sono le immagini e le atmosfere ad avere un maggior peso. In questo ultimo filone rientra, ad esempio, Parthenope, nel quale, più che seguire la storia della protagonista, è il mondo, mai chiaro e definito ma fatto di colori e sensazioni forti, a essere esibito. È abbastanza evidente che il cinema di Sorrentino si sia mosso in questa direzione, procedendo a una disgregazione delle storie attraverso l’uso di numerosissime macro sequenze quasi autonome, usate non per ricostruire un quadro completo, ma per frammentare. Questo modo di procedere porta con sé anche uno spiazzamento dello spettatore, sottoposto in continuazione a passaggi bruschi tra momenti che si legano in modo spesso dissonante con ciò che è accaduto un attimo prima o un attimo dopo. Questo tipo di cinema, da un punto di vista di fruizione, può risultare faticoso, poiché, così svuotato di senso, è difficile attribuirgli una motivazione di fondo che non sia solo uno sterile autocompiacimento barocco.

La grazia si pone al confine tra queste due poetiche di Sorrentino, usando certamente il frammento narrativo, con scene che passano dal comico (si ride davvero) al drammatico e al grottesco, ma con uno spessore narrativo che riesce ad essere un fil rouge abbastanza convincente. La storia di Mariano De Santis, detto “Cemento armato”, riesce comunque a legare, in modo il più delle volte riuscito, momenti che poco avrebbero a che fare tra loro: dall’astronauta che piange in orbita al papa di colore che viaggia in scooter, agli ergastolani che aspettano la grazia. Se spesso queste dissonanze creano per molti un manierismo fastidioso, nel caso di La grazia il dare una profondità psicologica al personaggio di Toni Servillo sospende in parte il giudizio. De Santis è l’uomo da seguire all’interno di un labirinto sia visivo, fatto di stanze nel Quirinale in cui passeggia, sia emotivo e morale, con l’amore della moglie ma anche l’odio per il tradimento, il seguire pedissecuamente la legge ma anche l’empatia verso il condannato. Uno smarrimento, quello del protagonista, che dà senso allo stile sorrentiniano, capace però solo in parte di restare nei binari della coerenza e che spesso sbanda verso un piacere tout court dell’effetto sorprendente. Certamente c’è tutta la consapevolezza autoriale nel proporre questo tipo di cinema, ma non è detto che il risultato convinca appieno.