Europa – prima parte

Il primo a scrivere dell'unicorno in Occidente fu Ctesia, storico greco e medico del re persiano Artaserse II. Ctesia fu fatto prigioniero di guerra nel 404 a.C. e ritornò dalla Persia verso il 398 a.C. E mentre risiedeva a Cnido scrisse due libri.

Il primo era una storia della Persia in 23 libri, della quale si sono salvati solo frammenti.

Il secondo era un testo sull'India, di cui ci è rimasto solo un riassunto a opera di Fozio, Patriarca di Costantinopoli, di circa 1300 anni dopo.

Il riassunto recita:

In India ci sono alcuni asini selvatici grandi quanto i cavalli, e anche di più grande. I loro corpi sono bianchi, le teste rosso scuro e gli occhi blu. Hanno un corno sulla fronte che misura circa un piede e mezzo in lunghezza. La polvere limata da questo corno viene somministrata in una pozione come protezione contro droghe letali. La base di questo corno, per circa due palmi sopra la fronte, è bianca, mentre la parte superiore è affilata e di un rosso vivido; e il resto è nero. Coloro che bevono da queste corna, trasformate in vasi da bere, non sono soggetti, ad esempio, alle convulsioni o alla santa malattia [epilessia]. In effetti, sono immuni anche ai veleni se, prima o dopo averli ingeriti, bevono vino, acqua o qualsiasi altra cosa, da questi bicchieri.

rimu su una tavoletta assira esposta al British Musem
rimu su una tavoletta assira esposta al British Musem

Da notare che mentre Ctesia ha visitato la Persia e ne ha scritto quindi con cognizione di causa, non ha fatto altrettanto con l'India, e quello che ne ha scritto sono solo racconti di viaggiatori e passaparola di mercanti.

Insomma a Ctesia era giunta voce che ci fosse un animale a quattro zampe con un corno solo. Quale animale fosse è stato oggetto di discussione da parte degli studiosi.

Il primo pensiero va al rinoceronte indiano (Rhinoceros unicornis) che però ha il corno sul naso e non sulla fronte. Inoltre non risulta che il corno del rinoceronte fosse usato in India come farmaco (come invece succedeva in Cina). Non all'epoca di Ctesia, almeno. I primi riferimenti al corno usato come farmaco in India risalgono appena al XVI secolo. Il corno del rinoceronte era invece considerato un medicinale in Estremo Oriente, e pagato a peso d'oro dai vecchi cinesi nella speranza che la sua polvere avesse effetti positivi sulla loro virilità. Sono stati anche trovati corni di rinoceronti, usati come coppe, colorati secondo lo schema descritto da Ctesia.

Quindi forse Ctesia ha confuso India e Cina: capita. 

Altri autori hanno proposto come base per l'unicorno di Ctesia, oltra al rinoceronte indiano, l'antilope tibetana (Pantholops hodgsonii) e l'onagro, oppure lo yak (Bos grunniens) e il kiang (Equus kiang)

Plinio il Vecchio nella sua Storia Naturale (77-78 d.C.), di solito molto attento a distinguere realtà da fantasia, dà per certo l’unicorno nella lontana India.

Gli indiani danno la caccia a una specie di scimmia, che ha il corpo completamente bianco; e anche a un animale molto feroce chiamato monocero, che ha la testa del cervo, le zampe dell'elefante e la coda del cinghiale, mentre il resto del corpo è simile a quello del cavallo; emette un profondo muggito e ha un singolo corno nero, lungo due cubiti, che sporge dal centro della fronte. Si dice che questo animale non possa essere catturato vivo. (libro 8 capitolo 31).

Poche righe sopra scrive anche: In India esistono anche buoi con zoccoli solidi e un singolo corno.

Scrivendo dell'Etiopia: Ci sono anche buoi, come quelli dell'India, alcuni con un corno e altri con tre. (libro  8 capitolo 30)

E nel libro 8, capitolo 106: L'asino indiano è un animale con un solo corno, mentre l'orice è sia con un solo corno che con zoccoli artiodattili. L'asino indiano è l'unico animale con zoccoli perissodattili che ha l’osso pastorale.

Piccola nota di zoologia. Artiodattili sono gli animali ungulati che possiedono un numero pari di dita, mentre i perissodattili ne hanno una o tre.

La Bibbia

Dopo Plinio il Cristianesimo si diffuse nel mondo romano, portando con sé tra le varie cose anche la conferma dell'esistenza dell'unicorno, citato nella Bibbia, nello specifico nel Libro di Giobbe, capitolo 39, versetti 9-12

L’unicorno vorrà forse servirti o passar la notte presso la tua mangiatoia? Legherai l’unicorno con una corda perché faccia il solco? Erpicherà egli le valli dietro a te? Ti fiderai di lui perché la sua forza è grande? Lascerai a lui il tuo lavoro? Conterai su di lui perché ti porti a casa il raccolto e ti ammucchi il grano sull'aia?

(la traduzione è quella della Bibbia Riveduta 2020, con l’attuale bufalo sostituito dall’unicorno).

Abbiamo qua un errore di traduzione storico. L'originale ebraico parla di un animale definito "re'em", di cui non vengono fornite descrizioni fisiche ma solo che fosse Feroce, veloce e indomabile sotto ogni aspetto.

La traduzione dell'Antico Testamento in greco, la lingua franca del Mediterraneo orientale dopo le conquiste di Alessandro Magno (356-323 a.C.), avvenne intorno al III secolo a.C., durante il regno di Tolomeo II (285-246 a.C.). La leggenda narra che il testo fu tradotto dall'ebraico da 72 saggi riuniti sull'isola di Faro, presso Alessandria, in 72 giorni. Più verosimilmente la traduzione avvenne nell'arco di decenni a opera di vari autori.

I 72 non avevano idea di che animale fosse il re’em, e mancando di riferimenti zoologici si usò il termine greco monokeros (μονόκερως) che poi venne tradotto alla lettera nelle varie lingue: unicornus in Latino, licorne in francese, Einhorn in tedesco, ungorn in gallese, uncorn in bretone, anhorn in antico inglese e ino-rogu in paleoslavo.

Perché i Settanta scelsero l'unicorno? Probabilmente ricordavano storie e leggende riguardo la fierezza di questo animale, storie e leggende nate da Ctesia e confluite in Plinio.

Ma allora il re'em biblico, se non era un unicorno, che bestia era?

Nel XVII secolo si credeva che il re'em fosse l'orice d'Arabia, una antilope presente nei deserti e nelle steppe di quella regione. A sostegno di questa ipotesi c'era il nome arabo dell'animale, rim, e il fatto che veniva descritto con una caratteristica in comune con l'unicorno, ovvero che fosse difficile da catturare.

Questa teoria è stata messa in disparte in tempi più recenti, dalla scoperta in testi assiri di un animale chiamato rimu, questa volta accompagnato da disegni che permisero agli zoologi di identificare l'animale con il Bos Primigenius, detto anche uro (aurochs in inglese). L’animale è ora estinto, ma era presente nei bassorilievi assiro-babilonesi, primo su tutti la Porta di Ishtar, dove appare in rappresentanza del dio Adad (dio delle tempeste e della pioggia), intervallato al drago Mušḫuššu in rappresentanza del dio Marduk.

Di queste rappresentazioni assiro-babilonesi vanno fatte notare due cose. Quando vennero eseguite (600 a.C.) l'uro si era già estinto da almeno un secolo. Gli artisti quindi si sono dovuti basare solamente su altre immagini, cosa che spiegherebbe la maniera approssimata con la quale sono spesso disegnati.

uro rappresentato sulla Porta di Ishtar
uro rappresentato sulla Porta di Ishtar

L'altra cosa è che l'uro è sempre rappresentato di profilo, e l'osservatore distratto potrebbe veramente pensare che la creatura abbia un corno solo.

Più antico è un bassorilievo del IX secolo a.C. ritrovato nel sito archeologico di Tel Halaf, raffigurante un cavallo alato munito di quello che sembra un unico corno ritorto sulla fronte.

La più antica figura di unicorno scoperta in Iran risale alla cultura proto-iraniana di Amlash (IX-VIII secolo a.C.). Questa consiste in una piccola statua in bronzo che rappresenta una capra con un corno frontale. L'unicorno misura quattro centimetri di altezza e sei e mezzo centimetro di lunghezza e faceva parte di alcuni beni funerari.

Ctesia quindi visitando la Persia potrebbe aver visto rappresentazioni dell'uro come monokeros. Aggiungiamoci pure storie sentite e qualche problema di traduzione, e forse non occorrerebbe andare in India per trovare gli unicorni di Ctesia (che, non dimentichiamo, era considerato dagli autori latini successivi "un pessimo linguista, un pessimo naturalista, e un bugiardo").

L'uro è un animale che ha un'antichissima relazione con l'essere umano e da esso discendono tutti i bovini allevati al giorno d'oggi. L'ultimo uro (una femmina) si è estinta nel 1627 nella Foresta di Jaktorów, in Polonia. Il cranio dell'ultimo esemplare noto è stato successivamente saccheggiato dall'esercito svedese durante l'invasione della Polonia (1655–1660) e si trova ora nel Livrustkammaren di Stoccolma.

L'unicorno è rimasto nelle traduzioni della Bibbia fino al 19o secolo, per essere sostituito dall'uro o dal bisonte.

Araldica

Dai tempi più remoti, a partire dalla Tomba Reale di Ur (2600 a.C.), appare il motivo artistico di un leone che attacca un ungulato rappresentato da un solo corno: è il combattimento tra il Leone e l'Unicorno. È un motivo talmente ricorrente che molti studiosi ipotizzano personificasse la vittoria del Sole sulla Luna, mentre altri si sono spinti a dire che rappresenti la vittoria della società patriarcale su quella matriarcale.

Il combattimento poteva anche non essere violento: c’è un papiro egizio datato 1200 a.C. con una rappresentazione di un leone e un unicorno che giocano a scacchi.

stemma reale del Regno Unito sul cancello di Buckingham Palace, foto di Karoly Lorentey
stemma reale del Regno Unito sul cancello di Buckingham Palace, foto di Karoly Lorentey

Il duo leone e unicorno si trovano nello stemma reale del Regno Unito (il primo rappresenta l’Inghilterra, il secondo la Scozia, uniti nel 1603 con l’ascesa di Giacomi I di Scozia al trono d’Inghilterra); alcuni decenni prima Ermak Timofeevič, il condottiero russo cosacco che conquistò la Siberia per lo Zar Ivan il Terribile, portava con sé tre stendardi rappresentanti una colomba, un leone e un unicorno, questi ultimi due rampanti. Restando sempre in Russia, quando Ivan III sposò nel 1469 Sophia Paleologa, figlia di Tommaso Paleologo, fratello dell’ultimo imperatore di Bisanzio (e diventando erede di quella corona imperiale) ricevette come dono di nozze un trono in avorio. Sul retro dello schienale è incisa l’aquila a due teste imperiale, mentre ai lati ci sono un leone e un unicorno.

India e Medio Oriente

Visto che Ctesia potrebbe aver tratto ispirazione da animali o leggende indiane, facciamo un piccolo excursus in questo paese prima di tornare in Europa.

sigillo di Harappa, dal sito ufficiale https://www.harappa.com/
sigillo di Harappa, dal sito ufficiale https://www.harappa.com/

Sigilli trovati negli scavi di Harappa (Punjab, Pakistan nord-orientale) risalenti al 2600 a.C. rappresentano dei tori o antilopi unicorni. Il toro non sta solo a rappresentare possedimenti materiali quali capi di bestiame, ma secondo il RgVeda il toro va identificato con il Prete che compie i riti sacri. Il corno non è quello di un toro, ma di un'antilope, detto Kaṇḍūyanī, strumento usato dai preti per grattarsi e per altri riti: Kaṇḍūyanī significa letteralmente "strumento per grattarsi", ed è una cosa seria visto che i presti consacrati non potevano toccare in alcun modo se stessi.

Nei Veda si trova scritto di contenitori con manici in corno di unicorno, usati per le purificazioni rituali.

Sigilli con unicorni saranno prodotti fino al 1900 a.C., con la fine della fase cosiddetta "dell'Integrazione" di quella civiltà.

Una storia molto popolare in India, e che si trova anche nei vicini Tibet, Cina e Giappone, è quella di Ekaśṛṅga (Eka =uno e śṛṅga = corno), o Ṛṣyaśṛṅga ("colui che ha il corno di un'antilope"), un eremita, una figura di wild man e incarnazione precedente del Buddha, che viene sedotto da una cortigiana (una principessa o una prostituta a seconda delle versioni) ponendo fine a una lunga siccità. Ekaśṛṅga da asceta è dedito all'accumulo di "tapas", calore ascetico, o energia potenziale psichica. La vergine seduttrice trasforma questo tapas in kama, calore sessuale, che rappresenta la fertilità e la fine della siccità.

Questa storia è simile a quella di Enkidu, l'uomo selvaggio dell'Epopea di Gilgamesh (III millennio a.C.), nato da una gazzella e da un asino selvatico, che viene sedotto e civilizzato da una prostituta mandata da Gilgamesh.

E restando più o meno in zona, nello Zoroastrismo (VI secolo a.C.)  è rilevante la figura dell’Asino con Tre Zampe, che possiede sei occhi, nove paia di testicoli (ogni testicolo grande quanto una casa) e un corno. Il suo corpo è bianco, il suo nutrimento spirituale e la sua urina purifica le acque del Vourukasha, l'Oceano Cosmico. Potrebbe non somigliare all’unicorno come ce lo immaginiamo oggi, ma l’elemento purificatore c’era già.

Nel Bundahishn, raccolta di credenze zoroastriane scritta nel IX sec., leggiamo:

L'unico corno è come d'oro e cavo. Con quel corno sconfiggerà e dissiperà tutta la vile corruzione dovuta agli sforzi delle creature nocive. Questo è il puro corno luminoso dell'unicorno che scaccia oscurità e male, purifica ruscelli e pozze. Quando si ferma nell'oceano, tutta l'acqua del mare si purifica… Se, o asino a tre zampe, non fossi stato creato per l'acqua, tutta l'acqua del mare sarebbe perita.

(traduzione dell'autore dalla traduzione in inglese a opera di Domenico Agostini & Samuel Thrope).

L'asino nell'antichità era considerato come simbolo di regalità (vedi Gesù che entra a Gerusalemme cavalcandone uno) e potenza sessuale (e qua sappiamo tutti qual è la terza gamba), e non per niente l'unicorno viene spesso descritto come "asino selvatico" piuttosto che come cavallo.

scimmia a tre gambe, tratta da Thomson, T.J. (2019) Three-legged locomotion and the constraints on limb number: Why tripeds don’t have a leg to stand on, BioEssays 41
scimmia a tre gambe, tratta da Thomson, T.J. (2019) Three-legged locomotion and the constraints on limb number: Why tripeds don’t have a leg to stand on, BioEssays 41

Allontanandoci un po' simbolicamente, la creatura con tre gambe è il triscele (a volte semplificato con tre spirali), simbolo della Sicilia dove è stato trovato già in epoche preistoriche.

Su animali a tre zampe nella mitologia ci sarebbe molto altro da aggiungere, concluderò questa piccola deviazione riportando l'ipotesi secondo la quale il 'camminare con due gambe e una mano' sarebbe stata una fase intermedia nello sviluppo del nostro modo di locomozione bipede. Una postura tripode permetterebbe il trasporto di utensili e fornirebbe una spiegazione plausibile per l'asimmetria morfologica (destrosità o mancina) che è unica degli ominidi. La riporto perché ricorda per associazione di idee l'uomo selvaggio Enkidu, unicorno e associato con gli asini, della storia di Gilgamesh. Che sia il ricordo di uno stadio antichissimo dell'evoluzione umana?

Europa – seconda parte

Ritorniamo alla storia (letteraria e artistica) dell'unicorno in Europa.

Strabone ( 60 a.C. – tra il 21 e il 24 d.C.) nella sua Geografia scrive che nel Caucaso c'erano animali dal corpo di cavallo, la testa di cervo e con un corno solo.

Claudio Eliano (165/170 circa – 235) scrittore romano in lingua greca, nel suo Sulla natura degli animali (una compilazione di nozioni da Plinio e da altri testi perduti) scrive di una bestia che vive in una zona inaccessibile dell'India:

L'Unicorno, che chiamano Cartazonos. Questo animale è grande quanto un cavallo adulto, ha una criniera, pelo fulvo, zampe simili a quelle di un elefante e una coda simile a quella di una capra. È estremamente veloce.

Cartazonos probabilmente deriva dal sanscrito kartajan, Signore del Deserto o della Natura Selvaggia. È facile vedervi un rinoceronte, tanto che "kargadan" è il termine in arabo e in persiano per questa creatura.

Tertulliano (155-230) sosteneva che l’unicorno fosse un simbolo di Cristo, e il corno della croce.

Gaio Giulio Solino (210 circa – dopo il 258) nel suo Collectanea rerum memorabilium (nota come Polyhistor o De mirabilibus mundi) scrive:

Ma il più crudele è l'Unicorno, un mostro che muggisce orribilmente, dal corpo di cavallo, le zampe d'elefante, la coda di maiale e dalla testa di cervo. Il suo corno sporge dal centro della fronte, con una splendida luminosità lunga circa quattro piedi, così affilata che qualunque cosa spinga, la colpisce facilmente. Non viene mai catturato vivo; Può essere ucciso, ma non può essere preso.

A saldare nell'immaginario la sacralità dell'unicorno associandolo alla figura di Cristo fu Sant'Ambrogio (340-397), che nel suo De patriarchis scrive:

La sua bellezza è quella del primogenito di un toro, le sue corna sono quelle di un unicorno, con esse spingerà le nazioni. Sì, un buon toro, come una vittima sacrificale per i crimini del mondo intero, per rendere tutto pacifico. La sua bellezza è sacra, perché tutto ciò che è primogenito è santo, come ho mostrato altrove (…) E la bellezza di Cristo è davvero sacra, perché è scritta in riferimento a Lui come risorto, 'bello sopra i figli degli uomini' perché è il primogenito e ha le corna dell'unicorno. Ma dovremmo chiedere come Mosè, quando parlava di corna, scelse quelle dell'unicorno, poiché l'unicorno stesso non appare tra le generazioni degli animali selvatici, secondo gli esperti. E quindi, dovremmo piuttosto giudicare che la Parola è unica, perché la Parola sostanziale di Dio è una sola Parola, e non molte.

Scrive infatti Isidoro da Siviglia (560-636) nelle sue Etymologiae:

Il rinoceronte prende il nome da una parola greca; in latino significa 'corno sul naso'. Anche questo vale il monoceronte, cioè l'unicorno, perché ha un unico corno lungo quattro piedi al centro della fronte, così affilato e forte da lanciare in aria o trafiggere qualunque cosa attacchi. Spesso combatte con l'elefante e lo getta a terra dopo averlo ferito alla pancia. Ha una tale forza che non può essere catturato da nessun cacciatore, ma, come affermano coloro che hanno scritto sulle nature degli animali, se una ragazza vergine è immobile davanti a un unicorno, mentre la bestia si avvicina, lei potrebbe aprire il grembo e questa poserà la testa lì con tutta la ferocia messa da parte, e così cullata e disarmata, può essere catturata.

unicorno nel Bestiario Rochester, British Library
unicorno nel Bestiario Rochester, British Library

L'idea che l'unicorno fosse attratto dalle vergini appare probabilmente la prima volta in una versione siriana del Physiologus, un testo greco del II o III sec. e tradotto in latino nel IV secolo, base di tutti I bestiari medievali successivi. Ma l’associazione viene cementata con gli autori cristiani, in quanto come Cristo era nato da una vergine così come l'unicorno poteva essere catturato solo da una vergine.

Anche se qualcuno ha suggerito che la figura della vergine nella simbologia dell'unicorno discenda dalla dea della caccia Artemide, connettendo questo animale anche alla Luna, come abbiamo già visto accadere parlando dell’antica Ur.

L'unicorno appare nei secoli successivi in arazzi e incisioni e miniature, associato al Paradiso Terrestre e alla Madonna. Appare nei Bestiari medievali, talvolta identificato con il rinoceronte e talvolta come creatura separata.

San Bernardo da Chiaravalle (il santo, non il cane) nel suo Apologia all’abate Guglielmo del 1125 si scaglia contro le creature immaginarie delle decorazioni delle chiese (e immagino dei bestiari medievali):

Del resto, che cosa fa nei chiostri, dove i frati stanno leggendo l’Officio, quella ridicola mostruosità, quella specie di strana formosità deforme e deformità formosa? Che cosa vi stanno a fare le immonde scimmie? O i feroci leoni? O i mostruosi centauri? O i semiuomini? O le maculate tigri? O i soldati nella pugna? O i cacciatori con le tube? Si possono vedere molti corpi sotto un’unica testa e viceversa molte teste sopra un unico corpo. Da una parte si scorge un quadrupede con coda di serpente, dall’altra un pesce con testa di quadrupede. Lì una bestia ha l’aspetto del cavallo e trascina posteriormente una mezza capra, qui un animale cornuto ha il posteriore di cavallo. Insomma appare dappertutto una così grande e così strana varietà di forme eterogenee, che si prova più gusto a leggere i marmi che i codici e a occupare l’intiera giornata ammirando a una a una queste immagini che meditando la legge di Dio. O Signore, se non ci vergogniamo di queste bamboccerie, perché almeno non ci rincresce delle spese? (traduzione di Umberto Eco, Arte e Bellezza nell’Estetica Medievale)

Per fortuna San Bernardo non è stato ascoltato e l'unicorno (un animale cornuto che ha il posteriore di cavallo) è rimasto nell'immaginario europeo, grazie anche al suo essere erroneamente citato nella Bibbia.

Santa Ildegarda (1098–1179), mistica, guaritrice, linguista, poetessa, artista, musicista, teologa e predicatrice, nel suo Physica scrive degli unicorni, riportando concetti già noti e aggiungendone di nuovi: gli unicorno sono puri perché mangiano piante "pulite" che trovano solo nel Paradiso Terrestre ed evitano qualsiasi tipo di carne e gli esseri umani; Ildegarda ci informa quelle del fegato e della pelle di questa creatura, suggerendo di realizzare cinture in pelle di unicorno per proteggersi dalle malattie. Curiosamente non dice niente sul corno, riportando solo che ci si può riflettere sopra.

Questa del riflesso dell'unicorno in Ildegarda potrebbe essere un'eco della storia di Sinbad il marinaio ne Le Mille e Una Notte (X sec.), dove viene descritto il rinoceronte, karkadann, come un grande animale con un corno al centro della testa lungo circa dieci cubiti, nel quale si può distinguere la forma di un uomo. Cosa che va in parallelo con i resoconti degli autori persiani secondo i quali la figura umana può essere ottenuta solo sezionando il corno del rinoceronte.

Non è stata la prima a scatenare la fantasia su questo animale. Alcuni secoli prima Cosma Indicopleuste nella sua Topografia Cristiana (550 A.D.) scrive che quando è cacciato l'unicorno si lancia giù dai precipizi cadendo sul suo corno che assorbe l'urto permettendo alla creatura di fuggire indenne.

Marco Polo (1254-1324) nei suoi viaggi in Cina scrisse di aver incontrato un unicorno (molto probabilmente un rinoceronte):

È sono [Gli unicorni] di pelo di bufali, e piedi come leofanti. Nel mezzo della fronte hanno un corno nero e grosso: e dicovi che non fanno male con quel corno, ma con la lingua, che l’hanno ispinosa tutta quanta di spine molte grandi.

Lo capo hanno come cinghiaro [cinghiale], la testa porta tutavia [sempre] inchinata verso la terra; e istà molto volentieri tra i buoi: ella è molto laida bestia a vedere. Non è come si dice qua ch’ella si lasci prendere alla pulcella ma è il contrario.

Arriviamo nel 1300 dove l'unicorno appare in rappresentazioni dell'Annunciazione, dell'Hortus Conclusus (l’archetipo del giardino chiuso dove separarsi dal mondo), e in scene di caccia.

La Caccia all'Unicorno è un ciclo di arazzi composto tra il 1495 e il 1505, di autore o origini ignote, appartenenti alla famiglia La Rochefoucauld da secoli. Il ciclo narra la caccia alla creatura soprannaturale da parte di un gruppo di nobili.

I titoli attribuiti dal Metropolitan Museum of Art ai sei arazzi sono:

I cacciatori entrano nel bosco/L'inizio della caccia

L'Unicorno Purifica l'Acqua/L'unicorno alla fontana

L'Unicorno attraversa un ruscello/L'unicorno tenta di scappare

L'Unicorno si Difende

L'Unicorno si arrende a una fanciulla (due frammenti)

I cacciatori tornano al castello/L'unicorno viene ucciso"

L'Unicorno riposa in un giardino/L'unicorno in cattività

La Caccia all'Unicorno: "I cacciatori entrano nel bosco"
La Caccia all'Unicorno: "I cacciatori entrano nel bosco"

Dove si racconta una storia (quasi) completa: il gruppo di cacciatori tentano invano di catturare un unicorno, ma fallendo ricorrono all'attrazione che questo animale ha per le vergini; una volta catturato viene ucciso e il suo corno portato a una coppia di nobili. Nonostante la tragica fine nell'ultimo arazzo l'unicorno è vivo ma rinchiuso in un recinto e incatenato a un albero.

Ma questa è solo una interpretazione. L'inizio della caccia e L'unicorno in cattività hanno uno stile diverso dagli altri arazzi e potrebbero non appartenere al ciclo, o essere stati fatti da qualche altra bottega.

Jean Duvet in una sua incisione L'unicorno che purifica l'acqua con il suo corno (1550) richiama questo elemento della mitologia della creatura, che come abbiamo visto risale all'antico zoroastrismo (anche se in questa mitologia la bestia non usava proprio il corno). Se accettiamo l'associazione corno = simbolo fallico varrebbe la pena ricordare qui il cornicello, talismano portafortuna e porta virilità a forma di corno di antilope e di colore rosso. Nel neolitico si appendevano corna di tori agli ingressi delle abitazioni; dopo millenni appendiamo invece i cornicelli agli specchietti retrovisori delle automobili.

La Dame à la licorne è un'altra serie di arazzi, più o meno contemporanea a quella della Caccia, realizzata nelle fiandre. In ogni arazzo appare, su un'isola in mezzo ai fiori, la dama vestita elegante assieme a un unicorno e a un leone con le insegne di tre semilune; cinque arazzi rappresentano ii cinque sensi mentre il sesto (l'unico con una scritta: "À mon seul désir") si suppone che rappresenti l'amore. Questi arazzi hanno passato secoli a prendere la polvere fino a quando nel 1800 non sono stati salvati, restaurati ed esposti in un museo.

La Dame à la licorne
La Dame à la licorne

Curiosamente altre rappresentazioni dei cinque sensi contemporanee a questi arazzi aggiungono sempre una sesta figura chiamata talvolta Liberum arbitriumÀ mon seul désir, ovvero a mio solo desiderio (amoroso e/o spirituale). Insomma questo arazzo potrebbe interpretarsi come una esposizione dei cinque sensi corporei con la conclusione che è lo spirito che comanda.

Il Concilio di Trento (1545–1563), come parte della Controriforma, emanò decreti contro "immagini superstiziose o indecorose", con l'obiettivo di eliminare simboli non biblici o considerati licenziosi, e l'unicorno come simbolo iniziò a cadere in disuso. Tra i primi a recepire le direttive del Concilio e alla loro luce riesaminare l'arte cristiana fu Molanus, che nel suo De Picturis et Imaginibus Sacris, si scagliò contro nudi, immagini indecenti ma anche raffigurazioni specifiche quali San Cristoforo come gigante che porta Cristo, San Giorgio e il Drago, la Sacra Parentela (la “famiglia estesa” di Gesù), la caccia all'unicorno nell'Hortus Conclusus e molte altre rappresentazioni ritenute non verificabili da fonti affidabili.

Quello che non poterono fare Plinio o San Bernardo lo fece Molanus, 2000 anni dopo Ctesia.

L'unicorno sparì dal simbolismo cattolico, ma venne comunque usato per indicare altro: piaceri terreni, erotismo, ma anche l'altra faccia della medaglia: innocenza, modestia e castità.

Sempre credendo che l'unicorno esistesse veramente, tanto che continuavano a circolare corni spacciati per appartenenti a questa creatura.

Sappiamo che il primo rinoceronte ad arrivare in Europa (almeno dalla fine dell’Impero Romano d’Occidente) fu un dono del sultano Muzafar II del Gujarat al Re Manuele I di Lisbona, nel 1515. Un disegno della creatura fu usato come base da Albrecht Dürer per la sua celebre litografia Il Rinoceronte; visto che il corno del rinoceronte non saliva a spirale come ci si immaginava facesse quello degli unicorni, Dürer aggiunse un secondo corno, a spirale, sul dorso della creatura. Questa immagine del rinoceronte finì nello stemma della Devota Società dei Farmacisti di Londra del 1617, assieme ad Apollo e a due "veri" unicorni.

Il corno

Di fatto in Europa giravano supposti corni di unicorno, usati in farmacia, che in realtà erano molto probabilmente corni di narvalo (monodon monoceros), commerciati dai pescatori del nord a prezzi che andavano anche a dieci volte il loro peso in oro. Spesso nel XVI secolo si trovano immagini di unicorni come creature marine, visto che nei secoli l'esistenza del narvalo filtrò verso sud come animale marino a sé stante. Corni di unicorno circolarono in Europa come fonte di medicinale, o anche solo come oggetto status symbol da Wunderkammer.

Ricordiamo un corno, che si narra fosse il regalo da parte del Re di Persia Aronne a Carlomagno, esposto poi per secoli nella cattedrale di Saint Denis a Parigi, dove venne spostato da un altare a un sotterraneo dove veniva conservato con una estremità sempre immersa in un catino d'acqua; acqua che veniva usata per cure miracolose. Questo corno sparì saccheggiato durante la Rivoluzione.

Il corno poteva identificare e neutralizzare i veleni (probae o épreuves), tanto che si realizzarono bacinelle in oro munite di una catena alla quale era attaccato un frammento di corno. Si narra che anche l'inquisitore Torquemada (1420–1498) ne possedesse una, temendo di venir avvelenato.

Mahmud al-Kashgari nel suo Dıwan Lugan al-Turk (del 1075) descrive un coltello con il manico in corno di unicorno, che reagiva quando la lama veniva usata su del cibo avvelenato.

Albrecht Dürer, "Il Rinoceronte"
Albrecht Dürer, "Il Rinoceronte"

Ho trovato un solo riferimento a proprietà magiche dello zoccolo dell'unicorno, William Williams nel suo Occult Physick del 1660 scrive che lo zoccolo di questa creatura è migliore del corno in quanto a capacità di proteggere dai malanni; qua Williams probabilmente si confonde con lo zoccolo dell'alce (ungula alcis) che veniva usato come amuleto protettivo.

Nel 1663 durante gli scavi in una miniera di gesso presso Quedlinberg (Germania del Nord) vennero ritrovati delle ossa appartenenti a un non identificato animale. Gottfried Wilhelm von Leibniz (1646–1716), il famoso matematico e filosofo, propose nel suo Protogea una costruzione dell'animale, dandogli la forma di un unicorno. Delle ossa si è persa traccia, ma si suppone che provenissero da due creature diverse, un rinoceronte lanoso e un mammut, con la zanna di quest'ultimo reinterpretata come corno di un animale a quattro zampe. Non fu l'unico ritrovamento del genere, tanto che venne coniato il termine Unicornu Fossilis per indicare simili ossa.

A un certo punto si sentì la necessità di metter ordine tra i ritrovamenti, che ormai includevano fossili di animali estinti, corni di rinoceronte o di narvalo. Nacque la classificazione di Unicornum Verum, Unicornum Falsum, a cui si aggiunse quella di Unicornum Marinum, anche se nessuno era d'accordo su cosa dovessero includere. Per fare chiarezza  Johann Heinrich Zedler (1706–51) nella sua monumentale  Grande e Completa Enciclopedia delle Scienze e delle Arti propose la classificazione secondo  Unicornu Verum, Unicornu Veri Marini, Unicornu Mineralis, Unicornu Animalis, Unicornu Solaris, Unicornu Fossilis, Unicornu Fossilis Albissimus e Unicornu Marinus.

Ancora nel 1863 il Reverendo W. Haughton nel suo articolo On the Unicorn of the ancients riportava testimonianze di persone che nel 1800 sostenevano di aver visto l'unicorno, e di altri che partivano alla sua ricerca, ultimo tra i quali (all'epoca) William Balfour Baikie, esploratore e naturalista scozzese, che sarebbe andato a cercarlo in Nigeria. Baikie avrebbe trovato testimoni che gli confermavano l'esistenza di un animale con un corno che non fosse un rinoceronte. Questo animale appariva nelle leggende africane sotto vari nomi a seconda della lingua parlata: Búndiá-ru o Kamárami, Maríri, Yílifú o Dákarkúlewal, Kárafitu, Pānlíli, Agába, Iwú e Tenések.

Haughton non è stato il primo a mettere l'unicorno in Africa. Come abbiamo visto Plinio il Vecchio l’aveva messo anche in Etiopia.

Padre Jeronimo Lobo (1586-1678) nel suo Viaggio in Abissinia riporta che Nella provincia di Agaus è stato visto l'unicorno, quella bestia di cui si parla tanto e di cui si sa così poco: la prodigiosa rapidità con cui questa creatura corre da un bosco all'altro non mi ha dato occasione di esaminarla bene, eppure l'ho vista così vicina da poterne dare una qualche descrizione. La forma è la stessa di quella di un bellissimo cavallo, esatto e ben proporzionato, di colore baio, con una coda nera, che in alcune province è lunga, in altre molto corta: alcuni hanno lunghe criniere che pendono a terra. Sono così timorosi che non si nutrono mai, ma sono circondati da altre bestie che li difendono. Cervi e altri animali indifesi spesso si radunano intorno all'elefante, che, accontentandosi di radici e foglie, preserva quelle bestie che si mettono come se stessero sotto la sua protezione, dalla rabbia e dalla ferocia di altri che li vorrebbero divorare.

John Barrow (1764 – 1848) nel suo Viaggi in Sud Africa riporta la figura di una testa di unicorno che vide disegnata sulle pareti di una caverna nelle terre dei boscimani, e in base alla quale sostiene di non avere dubbi sull'esistenza di un tale animale.

1900 e inizio 2000

Nel 1906 furono esposte allo zoo di Londra due capre "unicorne", dono del Re del Nepal al Principe del Galles. Queste due creature suscitarono numerose controversie fino a quando nel 1911 Maharajah Chandra Jang, primo ministro del Nepal, confermò che erano due capre normali che, poveracce, avevano subito una manipolazione.

Nel 1930 il dottor Franklin Dove dell'Università del Maine riuscì a far crescere un solo corno a un toro, che grazie a questa sua particolarità divenne imbattibile nei combattimenti contro i suoi simili a due corna. In breve il toro unicorno divenne il maschio dominante del gregge. Dove fece questo per dirimere un antico dilemma, ovvero se le corna in simili animali nascessero dall'osso del cranio o da tessuto esterno che andava poi a fondersi con il resto del cranio. Dove dimostrò corretta la seconda ipotesi.

Leoni e unicorni, da seri simboli araldici iniziarono a popolare i libri per bambini tra la fine del 1800 e l'inizio del 1900. All'inizio a imitazione degli stemmi araldici, ma resi "simpatici" e "infantili". Così appaiono in Fantasia di Walt Disney del 1940: piccoli e carini.

Nella seconda metà del 1900 gli unicorni si secolarizzarono passando dal simbolismo religioso a diventare creature dell'immaginario fantasy e della controcultura hippie: uno dei maggiori punti di incontro per i beatnik a San Francisco era una caffetteria chiamata Blue Unicorn, aperta nel 1965 al 1927 Hayes Street. Proprio per definire la clientela di questo locale il giornalista Michael Fallon userà per prima volta il termine “hippie” nel suo articolo del 5 settembre dello stesso anno A New Haven for Beatniks.

The Last Unicorn di Peter S. Beagle
The Last Unicorn di Peter S. Beagle

Nel 1968 esce The Last Unicorn di Peter S. Beagle ispirato agli arazzi dell’unicorno, che narra le avventure di un’esemplare femmina di questa creatura leggendaria, ultima della sua specie. Il romanzo è considerato uno dei migliori fantasy del secolo

Cose strane accaddero invece negli anni '80. Tale Timothy Zell brevetta una tecnica per far crescere, chirurgicamente, un solo corno nelle capre, ispirato dagli arazzi della Caccia all’Unicorno. Con questa sua tecnica crea nove unicorni caprini; cambia il proprio nome in Oberon Zell-Ravenheart e assieme a sua moglie Morning Glory (sic) iniziano a fare tour delle Fiere Rinascimentali statunitensi, vestiti come stregoni e ricreando le scene degli arazzi. E nel tempo libero scrivendo libri di magia. È colpa di questa ecclettica coppia di sciroppati se l’unicorno diventa una creatura da discount fantasy.

Più di recente c'è stato un piccolo ritorno alla figura dell'unicorno. Il cantante hip hop Gucci Mane ha pubblicato un video nel 2007 dove appare un unicorno gonfiabile, bianco con criniera e coda arcobaleno. Nel 2017 Primark, una catena di negozi di abbigliamento del Regno Unito, inaugura una linea dedicata unicamente agli unicorni e Starbucks per una settimana applica ai suoi bicchieri l'immagine dell'unicorno arcobaleno.

Della pubblicità dove un unicorno defeca gelato arcobaleno preferisco tacere.

Nel linguaggio moderno "unicorno" è passato a significare (di volta in volta e di contesto in contesto) il terzo (bisessuale) di un threesome o nel mondo delle startup una compagnia dal valore superiore al miliardo di dollari: insomma qualcosa di raro e difficile da trovare.

Concludiamo questo articolo riportando un dialogo tratto da Il Nome della Rosa di Umberto Eco:

Ma cosa serve a voi l'unicorno se il vostro intelletto non vi crede?

Serve come mi è servita la traccia dei piedi di Venanzio sulla neve, trascinato al tino dei maiali. L'unicorno dei libri è come una impronta. Se vi è l'impronta deve esserci stato qualcosa di cui è impronta.

Ma diverso dall'impronta, mi dite.

Certo. Non sempre un'impronta ha la stessa forma del corpo che l'ha impressa e non sempre nasce dalla pressione di un corpo. Talora riproduce l'impressione che un corpo ha lasciato nella nostra mente, è impronta di una idea. L'idea è segno delle cose, e l'immagine è segno dell'idea, segno di un segno. Ma dall'immagine ricostruisco, se non il corpo, l'idea che altri ne aveva.

E questo vi basta?

No, perché la vera scienza non deve accontentarsi delle idee, che sono appunto segni, ma deve ritrovare le cose nella loro verità singolare. E dunque mi piacerebbe risalire da questa impronta di una impronta all'unicorno individuo che sta all'inizio della catena. Così come mi piacerebbe risalire dai segni vaghi lasciati dall'assassino di Venanzio (segni che potrebbero rimandare a molti) a un individuo unico, l'assassino stesso. Ma non sempre è possibile in breve tempo, e senza la mediazione di altri segni.

(tranne dove diversamente indicato, le traduzioni sono dell'autore)