L'attore nezolandese Sam Neill è morto a 78 anni, dopo aver convissuto con un linfoma angioimmunoblastico a cellule T, una rara forma di linfoma non-Hodgkin che aveva reso pubblica nel 2023 e che, secondo notizie più recenti, sembrava essere entrata in remissione grazie a terapie avanzate.
Sam Neill se n’è andato, e provare a mettere ordine nella sua filmografia è quasi un controsenso: la sua carriera è stata un percorso volutamente irregolare, un continuo spostarsi tra generi e registri, come se l’attore neozelandese cercasse, film dopo film, nuovi modi di abitare lo schermo. Qui non possiamo non ricordarlo istintivamente con il cappello, il fazzoletto rosso e lo sguardo diffidente del paleontologo Alan Grant in Jurassic Park, perché lì Steven Spielberg lo ha messo al centro di una delle esperienze cinematografiche più formative per l’immaginario della fine dello scorso secolo: un uomo di scienza che deve riconfigurarsi di fronte all’impossibile, circondato da dinosauri resuscitati e da bambini che lo costringono a ripensare se stesso. Ruolo in in cui è tornato, per un ultimo giro di valzer, in Jurassic World – Il dominio, a passare idealmente il testimone alle nuove generazioni.
Ma per Sam Neill il contatto con il fantastico non si esaurisce lì, né si limita alle coordinate rassicuranti del blockbuster; al contrario, si insinua in traiettorie molto più oscure, disturbanti, spesso borderline rispetto ai canoni del grande pubblico.
È difficile, parlando di lui, non passare per Event Horizon – Punto di non ritorno, dove abbandona le vesti del protagonista empatico per incarnare l’ingegnere William Weir, creatore di una nave che ha letteralmente guardato nell’abisso. Qui il corpo di Neill si fa strumento di un horror cosmico: il suo sguardo si svuota, la postura si irrigidisce, la sua presenza in scena diventa progressivamente una minaccia più grande dell’astronave stessa. Se in Jurassic Park il personaggio è il nostro tramite in un parco a tema diventato incubo, in Event Horizon lui è l’incubo, la promessa di un aldilà spaziale in cui la ragione cede definitivamente il passo alla dannazione. È un ruolo che ha contribuito a trasformare un film inizialmente accolto con freddezza in un cult assoluto per gli appassionati di fantascienza e horror, anche perché Neill sembra divertirsi a scardinare l’immagine rassicurante costruita solo pochi anni prima.
Questo gioco di smontaggio e ricomposizione della propria “maschera” è evidente anche ne Il seme della follia di John Carpenter, dove interpreta John Trent, investigatore assicurativo scettico gettato in un universo che si sfilaccia. In questo film-fiume di meta-narrazione e omaggi lovecraftiani, Neill parte come sguardo cinico e distaccato nei confronti della follia altrui, per poi scivolare, sequenza dopo sequenza, in una spirale di paranoia in cui non è più chiaro se sia la realtà a incrinarsi o il suo stesso cervello. Il momento in cui, in sala cinematografica, ride istericamente nel buio, guardando se stesso sullo schermo, è uno dei gesti recitativi che definiscono una carriera: Neill sembra consapevole del gioco, consapevole della finzione, e allo stesso tempo totalmente catturato dalla trappola narrativa. È un attore che accetta di farsi “rompere” dal film, di farsi veicolo del collasso dei confini tra dentro e fuori lo schermo.
Non c’è però solo il Neill del genere cupo. Il fantasy televisivo di fine anni Novanta lo consacra anche come figura archetipica di un’altra tradizione, quella arturiana, con Merlin, dove interpreta un mago meno ieratico del consueto, più malinconico e consumato dal tempo. Da lì in poi il fantasy continuerà a richiamarlo, fino alle apparizioni metalinguistiche nei film di Thor diretti da Taika Waititi, in cui interpreta un attore incaricato di mettere in scena in forma farsesca la tragedia di Asgard.
Se ci si sposta verso la fantascienza più esplicitamente allegorica, troviamo Neill anche in Daybreakers, dove interpreta una figura di potere in un mondo dominato dai vampiri e dalla logica dello sfruttamento sistemico. Ancora una volta la sua recitazione evita l’enfasi e preferisce la sottrazione, facendo apparire la mostruosità come un fatto amministrativo, quasi una routine del potere.
Accanto a questi ruoli più apertamente fantastici, vale la pena ricordare anche la sua presenza discreta ma essenziale in un bel film di spionaggio: in Caccia a Ottobre Rosso, adattamento clancyano a forte impronta techno‑thriller, Neill affianca Sean Connery a bordo del sottomarino sovietico del titolo, incarnando un ufficiale che porta sullo schermo un misto di lealtà, malinconia e consapevolezza del proprio destino.
È un personaggio secondario, ma costruito con quella misura che gli consente di non rubare la scena al protagonista e, allo stesso tempo, di dare un volto umano al contesto militare, contribuendo a definire il tono emotivo del film e a ricordare come Neill sapesse rendere memorabili anche i ruoli laterali.
Al di fuori del fantastico, però, emergono altre prove che raccontano la sua sensibilità attoriale. In Lezioni di piano di Jane Campion interpreta Alisdair Stewart, ruolo anche in questo caso collaterale, ma determinante per la vicenda e la costruzione del mondo narrativo di un film che conquistò la Palma d’Oro a Cannes e numerose candidature agli Oscar. Qui Neill rinuncia a qualsiasi compiacimento e costruisce un personaggio rigido, frustrato, incapace di comprendere il desiderio e l’autonomia della donna che vorrebbe possedere, trovando una misura dolorosamente umana anche dentro una figura respingente.
Questo movimento continuo tra generi e registri si ritrova in tutta la sua carriera, tra cinema, televisione e produzioni internazionali, con oltre cinque decenni di lavoro e più di 140 ruoli accreditati. È come se, per Sam Neill, il compito dell’attore fosse sempre quello di cercare il punto di frattura dentro personaggi apparentemente solidi: il paleontologo che diventa figura paterna, l’ingegnere che si consegna all’inferno, il mago che assiste al tramonto del proprio mondo, il marito che non riesce a dominare la vita che credeva di possedere.
Di fronte alla sua morte, non c’è un’unica immagine definitiva che possa riassumerlo. Per chi legge FantasyMagazine, forse il modo più naturale di ricordarlo è proprio questo: come un interprete capace di attraversare fantascienza, horror, fantasy e cinema d’autore senza mai dare l’impressione di appartenere a un solo territorio, ma lasciando in ciascuno una presenza precisa, inquieta e inconfondibile.











