Introduzione: un'ecologia senza Darwin

Quando J.R.R. Tolkien scrisse Il Signore degli Anelli, non stava componendo un trattato di biologia. Eppure la Terra di Mezzo è attraversata da una visione coerente e profondissima del rapporto tra il vivente e il mondo che lo ospita. Quella visione, però, non ha nulla a che fare con Darwin, con Lotka-Volterra o con l'ecologia scientifica del Novecento. È qualcosa di più antico e di più teologico: una natura che reagisce eticamente, che si corrode per il male e risana per il bene, governata da un ordine cosmico anziché da cicli probabilistici.

È possibile proporre una lettura dell'ecologia tolkieniana come sistema simbolico e morale, distinguendola sistematicamente dall'ecologia reale, non allo scopo sminuire la finzione narrativa, ma per capirne la logica profonda e la straordinaria coerenza interna.

La subcreazione: oltre la sospensione dell'incredulità

Prima di entrare nel merito dell'ecologia tolkieniana, è necessario capire come essa funziona narrativamente, perché la domanda non è soltanto cosa Tolkien abbia costruito, ma come abbia fatto sì che il lettore lo abitasse davvero. E qui occorre fare i conti con una delle idee più originali che Tolkien abbia elaborato come teorico della letteratura: la distinzione tra sospensione dell'incredulità e Credenza Secondaria, come descritta in Sulle Fiabe, saggio pubblicato nel volume Albero e Foglia.

Albero e Foglia
Albero e Foglia

La tradizione critica, da Coleridge in poi, aveva identificato nel patto narrativo del fantastico una sospensione volontaria dell'incredulità: il lettore accetta di mettere tra parentesi il proprio scetticismo e di fingere che il mondo immaginario sia reale. Tolkien rifiuta questa formula. Non perché sia sbagliata, ma perché è insufficiente, e in un certo senso controproducente. Un esercizio di volontà, per quanto benevolo, lascia il lettore al di fuori: egli guarda il mondo secondario dall'esterno, consapevole del proprio atto di concessione.

Il professore di Oxford è categorico in proposito. Nel momento in cui sorge l'incredulità, l'incantesimo è rotto; l'arte non è riuscita. Ci si ritrova fuori, nel Mondo Primario, e si guarda dall'esterno il piccolo, abortito, Mondo Secondario. L'obiettivo dello scrittore non è ottenere una concessione razionale dal lettore, ma produrre qualcosa di più profondo e meno cosciente: la condizione incantata che Tolkien chiama Credenza Secondaria.

Per raggiungere questo stato, non bastano buone invenzioni. Occorre la subcreazione: un insieme coerente di tecniche che trascinano il lettore nel Mondo Secondario senza che egli se ne accorga. Tolkien inizia dalle invenzioni linguistiche, i nomi degli Elfi, le radici del quenya e del sindarin, la prosodia delle iscrizioni, e le connette a invenzioni geografiche, storiche, genealogiche, cosmologiche. Ogni dettaglio risponde a una logica interna che il lettore percepisce come necessaria, non arbitraria. La Terra di Mezzo non sembra inventata: sembra scoperta.

Questa premessa è essenziale per capire l'ecologia tolkieniana. Se Tolkien avesse semplicemente inserito alberi parlanti e draghi distruttori in una cornice naturalistica convenzionale, il lettore li avrebbe accettati come convenzione narrativa,  e sarebbero rimaste convenzioni. Invece, perché gli Ent abbiano il loro peso, perché la Desolazione di Smaug sia davvero desolante, perché la corruzione di Mordor sia fisicamente opprimente, occorre che il lettore abbia già creduto, nel senso pieno del termine, al mondo in cui questi fenomeni accadono. L'ecologia morale funziona solo dentro la Credenza Secondaria.

La natura personificata

Il primo e più radicale scarto rispetto all'ecologia scientifica è la personificazione. Nella Terra di Mezzo, gli alberi e le entità, hanno coscienza, memoria e alleanze politiche. La Vecchia Foresta non è un sistema di relazioni biotiche e abiotiche: è un'entità ostile agli Hobbit, capace di intenzionalità e rancore. Fangorn è rifugio e baluardo, non semplicemente una riserva forestale.

Gli Ent, Pastori degli Alberi, rappresentano la manifestazione più esplicita di questa ecologia personificata. Creati da Yavanna per proteggere le piante dai Nani, dagli Orchi e dagli Uomini, incarnano una funzione di custodia attiva e consapevole. Il loro ruolo è eliminare gli infestanti, contenere gli alberi maligni, difendere da asce e fuoco.

Gli Ent in Il Signore degli Anelli: le due torri - Di catturato personalmente da Phyrexian, senza apportare alcuna modifica. - DVD originale, Copyrighted, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=2135112
Gli Ent in Il Signore degli Anelli: le due torri - Di catturato personalmente da Phyrexian, senza apportare alcuna modifica. - DVD originale, Copyrighted, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=2135112

Tutto ciò che nelle foreste reali accade attraverso reti fungine impersonali, decomposizione, competizione per la luce, nella Terra di Mezzo è mediato da una volontà linguistica e morale.

Anche Lothlórien, la foresta degli Elfi, non è il prodotto di una successione ecologica naturale: è co-creata da Galadriel, una foresta che esiste perché qualcuno la ama e la vuole. Il che non la rende meno reale, nel sistema tolkieniano. La rende più reale.

Male industriale e bene organico

Il secondo grande asse è la contrapposizione tra industrialismo e natura. Tolkien organizza il suo mondo attorno a due poli morali che coincidono con due modelli di relazione con l'ambiente: il male meccanico (Isengard che deforesta, Mordor che inquina, Smaug che sterilizza) e il bene organico (la Contea agricola, gli Elfi conservazionisti, Rohan e i suoi cavalli liberi).

L'impatto di Saruman su Isengard è descritto come rovina irreversibile: non una perturbazione con successione secondaria, come accade nelle foreste reali dopo una deforestazione, ma una corruzione morale che pietrifica la natura. Allo stesso modo, la Desolazione di Smaug attorno alla Montagna Solitaria, terra nuda, acque avvelenate, fauna assente per centosettantuno anni, non conosce processi di rigenerazione spontanea. La resilienza degli ecosistemi, centrale nell'ecologia reale, è qui sostituita dall'intervento narrativo: i luoghi guariscono solo quando qualcuno di buono agisce.

Smaug in Lo Hobbit: la desolazione di Smaug
Smaug in Lo Hobbit: la desolazione di Smaug

Smaug merita un'attenzione particolare. Il drago distrugge ecosistemi su scala regionale attraverso fuoco e avidità: la sua pancia cosparsa d'oro funziona quasi come un sigillo tossico, e il suo alito corrode ogni cosa. A differenza di un'eruzione vulcanica, che nel mondo reale sterilizza nel breve periodo ma arricchisce il suolo nel lungo, l'impatto di Smaug è presentato come una bomba nucleare ecologica: irreversibile moralmente, restaurabile solo dall'intervento eroico di Bard e Thranduil.

L'equilibrio morale contro Lotka, Volterra

Il nodo più interessante dell'ecologia tolkieniana è la negazione delle dinamiche preda-predatore. Le equazioni di Lotka-Volterra descrivono cicli oscillatori in cui prede e predatori si inseguono in equilibri dinamici, né buoni né cattivi: semplicemente matematici. Tolkien sostituisce questo modello con un equilibrio divino ed etico.

Nella Terra di Mezzo, i predatori non sono neutri. Le Aquile di Manwë sono predatori apicali aerei, ma il loro ruolo narrativo non è trofico: intervengono negli squilibri cosmici, salvano Gandalf da Orthanc, trasportano Frodo e Sam da Monte Fato.

Gwaihir e Landroval nel film Il Signore degli Anelli - Il ritorno del re - Di catturato personalmente da Phyrexian, senza apportare alcuna modifica. - DVD originale, Copyrighted, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=2222544
Gwaihir e Landroval nel film Il Signore degli Anelli - Il ritorno del re - Di catturato personalmente da Phyrexian, senza apportare alcuna modifica. - DVD originale, Copyrighted, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=2222544

Sono strumenti divini, non anelli della catena alimentare. I Mannari, al contrario, sono lupi demoniaci, predatori corrotti, fauna selvaggia pervertita dall'industrialismo. La predazione è perversione, non ciclo neutro.

Le lettere di Tolkien confermano questa visione. Nella Lettera 339 del 1972, lo scrittore dichiara esplicitamente: in tutta la sua opera egli prende le parti degli alberi contro i loro nemici. Lothlórien è splendida perché lì gli alberi sono amati; Fangorn è minacciata da un nemico amante delle macchine. La Lettera 75 ribadisce il suo innamoramento per le piante e gli alberi, e la difficoltà a sopportare il loro maltrattamento umano quanto altri trovano insopportabile la cattiva trattazione degli animali. Natura da proteggere, armonia da custodire.

La fauna simbolica: Olifanti, Nazgûl, bestie alate

Anche gli animali fantastici della Terra di Mezzo obbediscono a questa logica. Gli Olifanti (Mûmakl) di Harad sono elefanti giganteschi, alti oltre venti metri, usati come torri viventi nella battaglia del Pelennor. Non hanno il ruolo ecologico positivo degli elefanti reali, specie chiave che modella le savane radendo arbusti, fertilizzando il suolo, disperdendo semi. Gli Olifanti devastano, calpestano, accelerano l'erosione. Sono fauna esotica pervertita, simbolo dell'imperialismo sudista corrotto da Sauron. Sam, che recita una poesia infantile sugli Olifanti come animali meravigliosi e nobili, coglie la distanza tra la creatura originaria e il suo uso bellico, tra natura originalmente buona e strumentalizzazione del male.

Un Nazgûl nel film "Il signore degli anelli" di Ralph Bakshi 
Un Nazgûl nel film "Il signore degli anelli" di Ralph Bakshi 

I Nazgûl, gli Spettri dell’Anello operano in modo ancora più sottile. Il loro terrore non si manifesta con uccisioni dirette, ma con quello che il testo chiama l'Odore della Paura: stormi di uccelli abbandonano Colle del Vento, i cavalli impazziscono, i cani ululano. Creano zone morte comportamentali, svuotando gli habitat senza catena trofica. Un predatore invasivo reale altera gli equilibri per competizione territoriale; i Nazgûl li alterano per corruzione spirituale, persistente e soprannaturale. Il cavallo elfico Asfaloth di Glorfindel resiste solo in virtù del sangue elfico che scorre nelle sue vene, non per adattamento evolutivo, ma per genealogia morale.

Tom Bombadil: l'enclave edenica

Forse nessun personaggio incarna meglio la negazione tolkieniana del darwinismo conflittuale quanto Tom Bombadil. Enigmatico, immune all'Anello, padrone della Foresta Vecchia attraverso canti e gioia pura, Bombadil non compete, non predica, non domina. Addormenta il Vecchio Uomo Salice, albero cannibale che tenta di inghiottire gli Hobbit, con una canzone. Scaccia lo Spettro dei Tumuli con la stessa leggerezza.

Rory Kinnear è Tom Bombadil in Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere.
Rory Kinnear è Tom Bombadil in Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere.

Tolkien stesso lo definisce, nella Lettera 153, come una sorta di scienza naturale pura: un essere che relaziona le cose senza dominarle, che conosce senza possedere. Il suo angolo di mondo è un'enclave edenica, un ecosistema prima della caduta, dove l'equilibrio non è matematico ma gioioso. L'Anello non lo tenta perché il potere, per lui, è semplicemente irrilevante, una categoria che la sua forma d'essere non contempla.

In questa luce, Bombadil non è un'anomalia narrativa, come i critici spesso lo trattano, ma il punto di riferimento normativo dell'intera cosmologia ecologica tolkieniana: la natura com'era prima che il male la perturbasse, e com'è ancora, resistente e irriducibile, in qualche anfratto dimenticato del mondo.

La teologia della custodia

L'ecologia tolkieniana è, in ultima analisi, teologica. Il mondo, Arda, è stato creato da Ilúvatar come musica originariamente armoniosa, e il male di Morgoth prima, di Sauron poi, è la dissonanza che corrompe questa partitura. L'equilibrio ecologico non è dinamico e statistico come nell'ecologia reale: è divino, ed è la condizione originaria a cui la natura tende a tornare quando liberata dal male.

Il signore degli anelli: Gli anelli del potere
Il signore degli anelli: Gli anelli del potere

Questo implica una visione del rapporto uomo-natura che Tolkien riconosce esplicitamente come alternativa alla modernità industriale. Non si tratta di conservazionismo scientifico, né di ecologismo politico nel senso contemporaneo. È qualcosa di più vicino alla custodia cristiana medievale: la natura come dono creato, l'uomo come custode responsabile, il dominio come corruzione e non come diritto.

Gli Hobbit della Contea, contadini, giardinieri, amanti dei loro angoli di terra, sono il modello positivo. Sam Gamgee che porta nella tasca un po' di terra di Lothlórien e la sparge sui campi devastati della Contea è il gesto più tolkienianamente ecologico dell'intera saga: non un atto di biologia, ma di pietà verso il vivente.

Conclusione: subcreazione come atto ecologico

Siamo ora in grado di rispondere alla domanda implicita con cui abbiamo aperto: perché l'ecologia tolkieniana funziona, pur essendo così radicalmente diversa da quella scientifica? La risposta non è semplicemente che il lettore sospende l'incredulità e accetta le regole del gioco. È qualcosa di più: la subcreazione ha già fatto il suo lavoro prima che si arrivi agli Ent, ai draghi, agli ecosistemi corrotti. Il lettore che incontra la Desolazione di Smaug o la lenta marcia di Fangorn su Isengard non è uno spettatore benevolo che finge di credere, è un abitante della Terra di Mezzo che ha già accettato le leggi di quel mondo come necessarie.

Questo è il punto cruciale. Le invenzioni linguistiche di Tolkien, i nomi, le etimologie, la grammatica del quenya, non sono ornamento erudito. Sono il primo strato della Credenza Secondaria: producono nel lettore la sensazione che quel mondo abbia una storia propria, indipendente dall'autore. E su quella sensazione si innesta tutto il resto, compresa l'ecologia morale. Una natura che reagisce eticamente, che si corrompe per il male e risana per il bene, è accettabile, credibile nel senso tolkieniano del termine, solo perché il lettore si trova già dentro un Mondo Secondario le cui leggi ha smesso di giudicare dall'esterno.

C'è poi una seconda implicazione, più sottile. La subcreazione non è soltanto una tecnica narrativa: per Tolkien è un atto teologico. L'uomo, creato a immagine di Dio creatore, partecipa della sua creatività costruendo Mondi Secondari. E il Mondo Secondario più riuscito non è quello più fantasioso, ma quello più coerente, quello in cui ogni dettaglio risponde a una logica interna, come accade nella Creazione primaria. L'ecologia morale della Terra di Mezzo è dunque, in senso profondo, un atto di subcreazione che imita la struttura della Creazione: un mondo in cui la natura è ordinata, orientata al bene, capace di guarire.

Guida ai luoghi della Terra di Mezzo. Copertina di John Howe
Guida ai luoghi della Terra di Mezzo. Copertina di John Howe

Questa visione ha limitazioni evidenti dal punto di vista scientifico, nega i cicli trofici, ignora la resilienza autonoma degli ecosistemi, attribuisce intenzionalità a processi impersonali. Ma ha una coerenza interna straordinaria, e una forza affettiva che l'ecologia scientifica, pur più precisa, raramente riesce a eguagliare. Tolkien non descrive la natura: la racconta. E il racconto, quando è riuscito, non lascia il lettore fuori, lo porta dentro, in una condizione incantata da cui è difficile uscire del tutto. 

In un'epoca in cui la crisi ecologica sembra richiedere soprattutto dati e politiche, forse vale la pena chiedersi se la letteratura tolkieniana non offra ancora qualcosa che la scienza da sola non può dare: non informazioni sulla natura, ma Credenza Secondaria nella natura. Una ragione per amarla che non sia razionale, ma incantata, e quindi, forse, più resistente.