Daniel Kellner è un uomo in fuga. Dopo aver sottratto informazioni riservate a Noah Scanlon, enigmatico amministratore della WARDEX, un’organizzazione parapolitica incaricata di custodire un segreto capace di riscrivere la storia dell’umanità, si ritrova braccato insieme alla sua compagna. Nel frattempo, la meteorologa Margaret Fairchild inizia a manifestare fenomeni inspiegabili: parla lingue sconosciute e, semplicemente incrociando lo sguardo di qualcuno, è in grado di penetrarne i pensieri più profondi. Spinta da una misteriosa connessione con Daniel, la donna intraprende un viaggio che porterà entrambi a confrontarsi con ricordi rimossi e con una verità destinata a cambiare ogni cosa.
Quando la Settima Arte guarda alle stelle, lo fa storicamente attraverso due lenti: l'amichevole visitatore o il predatore spietato. È noto da che parte penda la bilancia di Steven Spielberg. Fatta eccezione per la parentesi orrorifica de La guerra dei mondi (dove gli extraterrestri assumevano i contorni dei predatori visti ne Lo squalo), il regista ha quasi sempre declinato la figura dell'alieno – da E.T. a Incontri ravvicinati del terzo tipo – come vettore di empatia, in netta contrapposizione con visioni più cupe e pessimiste (si pensi a La cosa di John Carpenter). Anche in Disclosure Day, l'extraterrestre diventa il catalizzatore per un'elevazione morale della razza umana, spingendola a riflettere sulla propria natura ponendola in una prospettiva cosmica.
Tuttavia, la pellicola sposta il baricentro su un dilemma etico squisitamente politico: è giusto occultare la verità per tutelare la società dalla paura? In questo scenario, privo di un vero villain, il segreto viene mantenuto in nome di un presunto bene comune. La sceneggiatura firmata da David Koepp tenta di alzare il tiro scomodando persino la religione, domandandosi come reagirebbe la fede di fronte a entità onnipotenti venute dallo spazio. Un quesito affascinante che purtroppo si sgonfia rapidamente: la matrice del film resta saldamente ancorata a un umanesimo scientifico e meccanico, lasciando le pur intriganti ambizioni mistiche del tutto incompiute.
Sul piano narrativo, tuttavia, l’opera mostra alcune fragilità difficili da ignorare. La sceneggiatura inciampa in diversi passaggi, abbandona personaggi lungo il percorso e ricorre a soluzioni poco convincenti che finiscono per indebolire la credibilità dell’intreccio. Alcuni sviluppi appaiono forzati, mentre certi elementi visivi, come gli animali realizzati in CGI, risultano sorprendentemente poco riusciti per una produzione di questo livello. A compensare tali limiti interviene però il talento registico di Spielberg. Anche quando la scrittura perde compattezza, la messa in scena continua a dimostrare perché il cineasta americano sia considerato uno dei grandi maestri del cinema contemporaneo. Gli inseguimenti possiedono un dinamismo impeccabile, mentre la costruzione delle inquadrature rivela ancora una volta quella straordinaria capacità di orchestrare più livelli narrativi all’interno dello stesso fotogramma, trasformando il montaggio in un gesto quasi invisibile e naturale.
Il vero nodo di Disclosure Day emerge però nel suo rapporto con il presente. A differenza delle opere che hanno consacrato Spielberg tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, il film si confronta con un mondo segnato da conflitti permanenti, crisi climatiche e crescente sfiducia collettiva. In un’epoca in cui la violenza e le contraddizioni del sistema sono costantemente sotto gli occhi di tutti, il regista sceglie deliberatamente la strada dell’ottimismo. Una scelta legittima e perfino coraggiosa, ma che finisce per apparire eccessivamente semplificatoria. La convinzione che empatia e comprensione possano rappresentare una soluzione universale si scontra infatti con una realtà molto più complessa, soprattutto perché lo sguardo del film rimane saldamente ancorato a una prospettiva occidentale, lignorando quelle parti del mondo per cui il lusso dell'empatia non è sempre un’opzione realistica.
Ne risulta un’opera ambiziosa e sinceramente animata da nobili intenzioni, capace di regalare momenti di grande cinema ma anche di evidenziare i limiti di una visione che, pur affascinante, sembra appartenere a un tempo diverso dal nostro. Spielberg continua a credere nell’umanità; il problema è che il mondo contemporaneo appare sempre meno disposto a fare altrettanto.



















