Il proemio è la parte iniziale e introduzione di una composizione poetica; nelle opere epiche anticipa contenuto e scopi del testo e la poetica dell'autore; insomma è un riassunto e un microcosmo che riflette l'opera nella sua interezza.
Il proemio più famoso è forse quello dell'Iliade:
Cantami, o Diva, del pelide Achille
l'ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all'Orco
generose travolse alme d'eroi,
e di cani e d'augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l'alto consiglio s'adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de' prodi Atride e il divo Achille.
(tr. Vincenzo Monti)
Sono sette versi dove il narratore invita la Musa a cantare. Il testo tradotto non rende bene l'idea, ma nell'originale greco antico questo proemio ha una struttura circolare: inizia con l'ira (Μῆνιν) e finisce con Achille (Ἀχιλλεύς). Addirittura il primo verso come un frattale rispecchia il proemio, dato che finisce anch'esso con Achille (Ἀχιλῆος).
Secondo la concezione classica, ogni epica era sempre e solo una parte di una narrazione più grande, per cui era necessario indicare subito da quali eventi si prendeva l'inizio.
Musa, quell'uom di multiforme ingegno
dimmi, che molto errò, poich'ebbe a terra
gittate di Ilïòn le sacre torri;
che città vide molte, e delle genti
l'indol conobbe; che sovr'esso il mare
molti dentro del cor sofferse affanni,
mentre a guardar la cara vita intende,
e i suoi compagni a ricondur: ma indarno
ricondur desïava i suoi compagni,
ché delle colpe lor tutti periro.
Stolti! Che osaro vïolare i sacri
al Sole Iperïon candidi buoi
con empio dente, ed irritaro il nume
che del ritorno il dì lor non addusse.
(tr. Ippolito Pindemonte)
Già qui abbiamo una importante differenza rispetto all'Iliade. La Musa non canta ma narra ("raccontami" traduce Rosa Calzecchi Onesti). Cosa vuol dire questo?
Il canto è lineare, la narrazione no. L'Iliade è una narrazione temporalmente lineare di eventi; l'Odissea invece comprende flashback, si inizia quando Odisseo è già da tempo in viaggio per Itaca e si narrano a posteriori le sue avventure.
Per convenzione i primi 10 versi sono considerati il proemio dell'opera, ma questa idea è stata spesso rivalutata. Dopo questi versi continua un "riassunto delle puntate precedenti" che finisce in un'altra invocazione della musa: "E ora, figlia di Zeus, raccontaci la storia partendo da dove preferisci."
Anche qui la traduzione non rende l'idea, visto che nell'originale il proemio inizia con Ἄνδρα, ovvero uomo, ponendo al centro dell'attezione l'uomo Odisseo. Qua i traduttori si sono sbizzarriti, la classicista Emily Wilson (prima donna a tradurre il testo in inglese) ha preferito rendere il polytropos come "complicato", apprezzabile in quanto sembra coprire sia il "multiforme ingegno" di Pindemonte che il "ricco d'astuzie" di Rosa Calzecchi Onesti (per citare le due traduzioni italiane più famose).
Questo era il proemio omerico, che includeva invocazione e spiegazione del tema. Era tanto noto che nel periodo ellenico ci scrivevano anche parodie, come questa:
Raccontami, o Musa, delle cene, grandi in qualità e numero, che Xenocle l'oratore ci servì in Atene
(La Cena Attica di Matrone di Pitane)
L’armi canto e ’l valor del grand’eroe
Che pria da Troia, per destino, ai liti
D’Italia e di Lavinio errando venne;
E quanto errò, quanto sofferse, in quanti
E di terra e di mar perigli incorse,
Come il traea l’insuperabil forza
Del cielo, e di Giunon l’ira tenace;
E con che dura e sanguinosa guerra
Fondò la sua cittade, e gli suoi Dei
Ripose in Lazio: onde cotanto crebbe
Il nome de’ Latini, il regno d’Alba,
E le mura e l’imperio alto di Roma.
Musa, tu che di ciò sai le cagioni,
Tu le mi detta.
(tr. Annibale Caro)
Il "cantami" è sostituito da un "io canto". È il narratore che compone l'opera, mentre la musa viene evocata più che per ispirare il poeta, per ricordargli le origini delle vicende. La musa qui viene ridimensionata rispetto all'autore. La personalità del poeta, assente nell'Iliade, e appena accennata nell'Odissea, qua si prende il suo spazio e rivendica la sua funzione.
Non è una innovazione introdotta da Virgilio. Esiodo rivendica le sue Teogonie fin dal primo verso, partendo però dalle Muse:
Cominci il canto mio dalle Muse Eliconie, che sopra
l’eccelse d’Elicona santissime vette han soggiorno,
(tr. Ettore Romagnoli)
Apollonio Rodio fa qualcosa di simile nelle sue Argonautiche, invocando però Apollo e non la musa:
Da te, Febo, esordendo, or io le geste
Ricorderò di quegli antiqui eroi,
(tr. Felice Bellotti)
Il proemio dell'Eneide consiste di 7 versi come l'Iliade, e ha anch'esso una struttura frattale che riflette quella dell'opera. Il primo verso "arma virumque cano" rappresenta gli ultimi sei libri dell'Eneide, mentre "Troiae qui primus ab oris" ne anticipa i primi sei. I successivi tre versi riassumono di nuovo la prima parte, da Italiae (destinazione) all'ira di Giunone (causa del pellegrinare). Gli ultimi 3 versi del proemio riassumono la seconda parte dell'Eneide, concludendosi appunto con Roma.
Con l'avvento del Cristianesimo il proemio diventa prologo religioso, con invocazioni a Dio, a Cristo e alla Vergine, oppure ai misteri della fede: Creazione, Redenzione, Passione e Risurrezione.
Si vede bene nell'Aspromonte (XII secolo) come l'autore esplicitamente si rifiuti di richiamare Apollo e le Muse pagane e preferisce Dio:
Io non invoco quel che la victoria
con l’arco riportò del gran Phitone;
s’io non mi curo far hor qui memoria
delle Muse non fia senza ragione,
altro mi muove e di più alta gloria.
Dante non inizia la Divina Commedia con una invocazione, ma chiama in aiuto le Muse (viste qui come personificazione dell'ispirazione di Dio) in più punti della sua opera:
O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate.
(Inf II,7)
Ma qui la morta poesì resurga,
o sante Muse, poi che vostro sono;
e qui Calïopè alquanto surga,
(Pur I,8)
O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l’amato alloro.
Ma siamo in Paradiso e c'è bisogno di un Dio per descrivere quel reame celestiale.
Con il Rinascimento le cose cambiano. L'invocazione religiosa viene pian piano sostituita da invocazioni mitologiche, richiami alle stagioni e commenti morali. Il vero innovatore del proemio è il Boiardo, che inizia il suo Orlando Innamorato con:
Signori e cavallier che ve adunati
Per odir cose dilettose e nove,
Stati attenti e quïeti, et ascoltati
La bella istoria che ’l mio canto muove;
E vedereti i gesti smisurati,
L’alta fatica e le mirabil prove
Che fece il franco Orlando per amore
Nel tempo del re Carlo imperatore.
L'innovazione di Boiardo consiste nel ricreare un rapporto tra narratore e il suo pubblico, qui esplicitamente nominato, che incarna valori cortesi e mette al centro di tutto l'Amore.
Anche l'Ariosto ha scritto un proemio diventato celebre, quello dell'Orlando Furioso:
1
Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l’ire e i giovenil furori
d’Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.
2
Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
cosa non detta in prosa mai, né in rima:
che per amor venne in furore e matto,
d’uom che sì saggio era stimato prima;
se da colei che tal quasi m’ha fatto,
che ‘l poco ingegno ad or ad or mi lima,
me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.
Qui abbiamo di nuovo una struttura quasi frattale del proemio. I primi due versi riassumono ii due temi principali, la Guerra e l'Amore, mentre il resto della prima ottava spiega quale Guerra (quella contro i Mori) e la seconda ottava quale Amore: quello che rese pazzo Orlando.
Ariosto non invoca alcuna Musa, ma la donna amata, Alessandra Benucci, alla quale chiede la restituzione di quel poco di ingegno che gli servirà per completare l'opera.
Il primo verso è preso pari pari dall'incipit della ballata in morte di Guillaume de Machaut del 1377, scritta da Eustache Deschamps Armes, amours, dames, chevalerie, passando per l’incipit dell’Eneide (“Arma virumque cano”) e i versi del Purgatorio di Dante (“Le donne, i cavallier, gli affanni e gli agi”). Contrariamente all'Odissea di Omero, Ariosto inizia con Le Donne, indicando quanto saranno importanti le figure femminili nella sua opera.
1
Canto l’arme pietose e ’l capitano
che ’l gran sepolcro liberò di Cristo:
molto egli oprò co ’l senno e con la mano,
molto soffrí nel glorioso acquisto:
e in van l’Inferno vi s’oppose, e in vano
s’armò d’Asia e di Libia il popol misto;
il Ciel gli diè favore, e sotto a i santi
segni ridusse i suoi compagni erranti.
2
O Musa, tu che di caduchi allori
non circondi la fronte in Elicona,
ma su nel cielo in fra i beati cori
hai di stelle immortali aurea corona,
tu spira al petto mio celesti ardori,
tu rischiara il mio canto, e tu perdona
s’intesso fregi al ver, s’adorno in parte
d’altri diletti, che de’ tuoi, le carte.
Il buon Tasso qua invoca la Musa, ma ci tiene molto a sottolineare che non è quella che risiede sull'Eliconia della mitologia greca ma una musa celeste che risiede nel Paradiso cristiano. Precisazione necessaria vista l'intenzione di raccontare della crociata di Goffredo di Buglione.
Finiamo questo excursus tra ii proemi con un esempio molto recente, ovvero il Kalevala, scritto nel 1800 da Elias Lönnrot basandosi sulla tradizione orale finlandese. Non c'è Musa, quello che guiderà il canto del poeta è un impulso e una spinta interiore dell'autore, quella di cantare l'antico canto popolare della sua nazione, e per fare ciò chiede aiuto non a potenze divine ma ai suoi fratelli connazionali.
L’animo mio aspira,
la mia mente medita
d’incominciare a cantare,
d’iniziare ad intonare,
dipanare un poema della stirpe,
recitare un carme della razza.
Le parole si sciolgono in bocca,
i discorsi precipitano,
irrompono sulla mia lingua,
mi s’infrangono tra identi.
Fratello caro, mio sodale,
bel compagno degl’anni verdi!
Orsù comincia a cantare con me,
Prima di concludere però torniano un momento sull'incipit dell'Iliade.
Il narratore chiede alla Musa un canto con almeno tre elementi specifici, chiaramente definiti:
-
La storia dell'Ira di Achille causata da Agamennone
-
Corpi di eroi dati in pasto a cani e uccelli
-
Di come tutto rientri nei Piani di Zeus
Come pochi hanno notato (e.g. Satterfield* e Wolfe) la Musa disobbedisce alla richiesta del narratore. Sorpresi? Vediamo un po':
Iliade ci racconta dell'Ira di Achille, sì, ma anche della morte di Patroclo e della sfida tra Achille ed Ettore. Della morte di quest'ultimo eroe, della dissacrazione del suo cadavere e della pietà che prende Achille quando incontra il padre del nemico. La Musa avrebbe potuto terminare l'opera al Canto XIX con Achille che si riappacifica con Agamennone e, furioso, cerca di vendicare la morte del compagno uccidendo Ettore. E invece ha aggiunto altri 5 canti.
(nel caso ve lo stiate chiedendo no, l'Iliade non definisce mai "ira" la furia di Achille verso Ettore.)
Nessun eroe viene dato in pasto a cani e uccelli. Questo è però quello che Achille vuole fare al cadavere di Ettore, anzi dice che lo mangerebbe lui stesso. Ma non lo fa, come abbiamo visto sopra. Achille incontra in sogno l'anima di Patroclo che lo prega di svolgere i riti funerari per dare pace alla sua anima, cosa che gli fa cambiare atteggiamento verso il cadavere di Ettore.
Zeus non è coinvolto nell'ira di Achille, la cui "causa prima" divina è invece il dio Apollo. Zeus interviene solo molto dopo.
E quindi? Molto probabilmente il proemio dell'Iliade è stato pensato per un testo più breve che non includeva gli ultimi 5 o 6 canti, aggiunti in seguito. Ma c'è sempre un'altra interpretazione: il narratore voleva una storia di ira, disumanizzazione dei nemici, sotto la volontà di un Dio Padre Supremo imperscrutabile.
Questo quello che voleva il narratore, ma la Musa invece gli ha dato qualcosa d'altro, qualcosa con divinità che umanamente litigano tra loro ed eroi che finiscono per rispettare i loro nemici. Insomma, gli ha dato quell'umanità che magari il narratore non voleva ma di cui lui aveva bisogno (e noi con lui).
*The Beginning of the Iliad: The ‘Contradictions’ of the Proem and the Burial of Hektor di Brian Satterfiel














