Dall’8 ottobre nelle sale il film Balcanica, con la regia di Nicola Sorcinelli, alla prima prova con un lungometraggio.
Gli attori sono bravissimi, credibili, eccellenti Ivar Wafaei, Babak Karimi, che interpretano due musicisti afgani, costretti a fuggire dal loro paese, a intraprendere un viaggio (no, non il viaggio di Ulisse, non citiamo a sproposito e in modo indiscriminato Ulisse, solo perché fa figo), terribile, durissimo, al limite della dignità e della sopportazione umana, per onorare quello che credono un impegno di lavoro, un concerto in Italia che dovrà far conoscere la loro banda.
La storia è lenta nel suo mostrarsi, i personaggi si svelano piano, impongono allo spettatore l’attesa, esercitano la pazienza. A volte l’incedere così sospirato spazientisce, ma è la misura di ciò che succede. E se in un’ora e mezzo lo spettatore freme e ipotizza la fuga, figuriamoci cosa può succedere e succede in chi deve attendere un permesso, o il via libera, o lo sgombero di un campo per potersi spostare.
Seguiamo il percorso di Jalil e Nazar, padre e figlio; partecipiamo alla preoccupazione per la salute del padre da parte di un figlio, che tenta in ogni modo, anche a costo dell’imbroglio, di sopravvivere, di fuggire da condizioni di vita inaccettabili nel paese natio, l’Afghanistan, reso invivibile dall’arrivo dei Talebani, che con la loro Sharia (più correttamente sharīʿa), cioè la “retta via” (l’equivalente della Verità per il Cristianesimo e Halakhah per l’Ebraismo), ha limitato la vita di tutti i cittadini, ormai sudditi e succubi. Il problema è che la marcia di avvicinamento all’Europa, all’Italia – come prima spiaggia, poiché anche i più disperati sono consapevoli, che l’Italia può essere solo la prima spiaggia -, è impervia, accidentata, illuminata da violenza a ogni dogana. E mi sovvengono le immagini postate dalla comunità Sant’Egidio e dall’impavida Lorena Fornasir, che, a Trieste, accolgono i ragazzi, anche giovanissimi delle rotte balcaniche, nudi, morsi anche dai cani delle dogane. Sorcinelli ha il merito di mostrare la ricerca di umanità, di solidarietà e di normalità anche in condizioni estreme come quelle di un accampamento, quella ricerca di famiglia anche fra sconosciuti che neanche parlano la stessa lingua, perché alla fine siamo tutti umani e tali dovremmo restare, nonostante il capitalismo armato voglia ridurci a martelli con le gambe (ricordate il video di The Wall?).
Jalil e Nazar incontrano la dottoressa Greta (Matilda De Angelis), combattuta fra il dovere e l’incarico istituzionale e la ragion del cuore che la lega più ad alcuni rifugiati. Chissà perché a volte scocca la scintilla fra le persone e nasce quella comunicazione e quella vicinanza, che permettono di affrontare pericoli, di rischiare la pelle, pur di proteggere chi è meno fortunato. E il mio pensiero, il mio cuore vanno alle mille vittime, in questo momento, meno fortunate di me, vanno ai palestinesi, vittime di un genocidio ignominioso, vanno ai cubani, soffocati da una morsa politica-economica, che rinnega tutta la solidarietà espressa nei periodi difficilissimi del COVID-19, vanno a tutti i popoli oppressi non illuminati dalla retorica di Stato, non finanziati dai giochi di potere.
Il film non è perfetto, la regia neanche, ma con che parametri bisogna valutare un film? Solo con i parametri canonici? O un’opera d’arte ha un valore anche per l’intento che porta avanti? Per me l’arte deve prendere posizione, ha valore, se porta avanti dei principi etici e quindi, pur nella sua imperfezione, consiglio questo film, invitanto chi lo vedrà a individuare tutti gli appigli ideali (non ideologici), che Sorcinelli e gli attori (bravissimi, quelli sì) offrono.

















