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Il mestiere del traduttore

Il Cerchio di Pietre di Diana Gabaldon (in edizione Tea)
Se tento di migliorare i personaggi amati? Direi di no, perché la professionalità impone un'estrema fedeltà al testo originale (sempre che sia ben scritto, e questi libri lo sono senza dubbio). Io devo ricreare con la massima precisione il personaggio, così come tutto il resto, nella mia lingua, e mi sento assolutamente al di sopra delle parti.
Dunque, il gusto personale non c'entra affatto. Proprio come farebbe un editor, al quale non credo siano richiesti giudizi soggettivi, le volte che mi è capitato di intervenire sul testo è stato perché ho riscontrato vistosi difetti tipo: ripetizioni continue e superflue; sintassi zoppicante; descrizioni talmente farraginose da risultare quasi incomprensibili; buchi o incongruenze nella trama (e almeno in quel caso occorre segnalarlo in redazione, perché si chieda all'autore se può riscrivere il pezzo) ecc.
Torniamo dunque alla frase incriminata, quella dove dichiaro di "aver tradito a tutto spiano" testi originali mal scritti, allo scopo di migliorarli. A questo punto è chiaro che qui si apre tutta un'altra questione, riguardante il campo dell'editing, più che della traduzione. Ammetto che una frase del genere possa suonare fastidiosa, e me ne scuso con i lettori. Tuttavia avrete compreso che dopo anni trascorsi a lavorare sugli scritti altrui, uno se ne accorge, quando ha davanti un testo sciatto. Probabilmente succede perché l'editor della lingua originale era assente, o non ha fatto un buon lavoro. E così i guai ricadono sul traduttore.
Scrittori e traduttori hanno ruoli diversi, ovvio, ed è certamente la parola dell'autore quella da rispettare, però entrambi lavorano sulla medesima materia: la pagina scritta. Non vedo perciò nessuna presunzione nel fatto che un traduttore possa a volte migliorarla, dopo anni di esperienza su testi altrui, bensì solo semplice, appassionato, "mestiere". Al servizio del lettore. Un grande scrittore e studioso come Umberto Eco, nel libro che citerò alla fine, ringrazia pubblicamente i suoi traduttori per avergli segnalato sviste o errori che evidentemente a lui erano sfuggiti.
Se il testo originale non ha bisogno di ulteriore editing, siamo noi i primi a esserne contenti, dato che possiamo limitarci a svolgere il nostro compito. A questo proposito ricopio qui sotto le parole che mi ha scritto una collega, perché mi sembra che confermino quanto volevo dire, mettendo in luce anche un altro aspetto: le differenze di gusto tra i lettori da un paese all'altro. Mi ha dato il permesso di pubblicare uno stralcio della sua e-mail, ma preferisce restare anonima:
[… ] certi libri non si possono proprio tradurre "alla lettera"; bisogna tradire la forma per salvare il contenuto, l'intenzione dell'autore. Non voglio assolutamente essere presuntuosa, ma credo che chi fa il nostro mestiere riesca, dopo un po', a immedesimarsi nell'autore, a entrare nella sua testa e capire dove voleva andare a parare scrivendo una certa cosa. E poi, oggettivamente, ciò che risulta accettabile in un'altra lingua non sempre lo è anche in italiano. Ci sono autori che forse, se scrivessero nella nostra lingua, non verrebbero pubblicati (e allora non si capisce perché vengano tradotti, ma questa è un'altra storia). Credo che i lettori italiani — forse non tutti, ma molti — prestino attenzione anche allo stile, alla "bella scrittura". In certi casi, quindi, è necessario un editing più "spinto". Se non lo facessimo noi traduttori, ci penserebbero i vari revisori. No? Certo che, se potessi scegliere, preferirei lavorare solo su testi che non richiedono questo lavoro aggiuntivo; -)
In conclusione, la mia intervista ha fatto discutere, il che in fondo è positivo, credo. Inoltre ho notato qua e là tra voi il desiderio di saperne di più. Perciò, in attesa delle prossime interviste ad altri traduttori ed esponenti del mondo editoriale su Fantasy Magazine, vorrei consigliare almeno due libri: Dire quasi la stessa cosa di Umberto Eco (ed. Bompiani), un saggio interamente dedicato alla traduzione, impegnativo ma molto interessante, e Il mestiere di riflettere, dove la collega Chiara Manfrinato raccoglie le esperienze di vari traduttori italiani (ed. Azimut libri).
Lascio la parola ai miei colleghi.

