Introduzione: ode al puro relax

Il fantasy moderno è stato spesso associato ai libri per bambini o per ragazzi, come genere narrativo e non letterario, e ha suscitato commenti negativi, come dimostra, per esempio, il recente articolo Contro il Fantasy, a opera di Edoardo Boncinelli, edito il 25 giugno 2017 sull’inserto letterario La Lettura; il fantasy è descritto come uno strumento di pura evasione, disimpegno e relax, in cui al lettore è richiesta un’attenzione minima, in quanto non prevede alcun tipo di riflessione. La spiegazione del parziale successo del genere nel grande pubblico starebbe dunque proprio nel suo disimpegno, in contrapposizione a una realtà avvertita (sempre dal grande pubblico) come troppo impegnativa.

 

E se qualcuno ci portasse qualcosa da Oltre?

Cambridge Companion to Fantasy Literature
Cambridge Companion to Fantasy Literature

Date queste premesse, risulta quindi alquanto curioso scoprire che, in un altrove non immaginario, il mondo accademico si stia muovendo per analizzare questo genere così poco impegnativo. Iniziamo, per puro dovere cronologico, dall’Oltremanica, con la pubblicazione del Cambridge Companion to Fantasy Literature, un volume che ripercorre la storia del fantasy moderno (dall’inizio dell’Ottocento a oggi — no, il fantasy non è nato durante la Prima Guerra Mondiale). I due curatori del volume, docenti in due università inglesi, in epigrafe al testo indicano come Il Fantasy sia una creazione dell’Illuminismo: curiosa filiazione, per un genere disimpegnato, che trae origine, secondo alcune opinioni, da quel Romanticismo che ha disintegrato e soppiantato l’Illuminismo.

Ma spostiamoci, sempre inseguendo una linea cronologica, Oltralpe: in Francia, è stato organizzato un convegno di tre giorni che ha avuto come nucleo la letteratura fantastica e a cui hanno partecipato docenti di varie università. Il tema del convegno? Trovare un ponte tra l’Antichità classica e le varie forme della letteratura fantastica (http://ceredi.labos.univ-rouen.fr/main/?l-antiquite-greco-latine-aux,187.html).

Ancora una volta, il fantasy si trova (forse suo malgrado?) costretto a stare in compagnia di riflessioni colte. [1] 

Potremmo pensare che l’operazione francese sia un azzardo editoriale. Ma ecco comparire da Oltreoceano un nuovo convegno, accompagnato da un saggio, che riprende l’argomento, attraverso un’analisi storica e comparativa del genere (https://www.pugetsound.edu/onceandfuture/schedule/).

E, ancora una volta, la discussione avviene all’interno del mondo delle università: la lettura del fantastico, del Modern Fantasy nello specifico, e dell’antichità può portare, secondo i curatori della miscellanea prodotta, a un’interpretazione del modo in cui l’antichità è giunta fino a noi.[2]

Non male, per il genere del puro relax.

Se dunque razionalità ed equilibrio del giudizio (sul genere narrativo) possono essere recuperati con un po’ più di cultura, potrebbe essere il caso di indagare cosa ci sia nei mondi dell’Oltre e vedere se possono in qualche modo illuminare la nostra (italica) conoscenza del fantasy moderno. E, considerato che nel fantasy il passaggio di una soglia per entrare nel mondo dell’Oltre è un passaggio abituale, potrebbe essere utile capire se questi oltre contengono informazioni (e cultura) che ci può in qualche modo essere utile.

Oltremanica: uno sguardo sulla storia del genere

Il Companion to Fantasy Literature analizza il genere da un punto di vista storico, a partire dalla sua origine nel XVIII secolo, fino ai giorni nostri, considerando i diversi livelli di lettura dei testi che lo compongono e i diversi sottogeneri che abbraccia.

Ben lontano dall’essere una contrapposizione alle istanze illuministe, il fantasy affonda le proprie radici proprio nel secolo dei Lumi: nel 1712 (ben prima che il Romanticismo fosse prevedibile) compare per la prima volta l’espressione fairy way of writing, che potremmo tradurre in italiano con scrittura sulle fate, in cui lo scrittore intrattiene il lettore basandosi unicamente sulla sua fantasia, senza avere alcun modello da seguire. Non si parla ancora, a questa altezza cronologica, di fantasy o di fantastico in senso stretto: il termine utilizzato dall’autore del saggio in questione è fancy, che sarà poi oggetto di analisi da parte dello scrittore e critico letterario Samuel Taylor Coleridge (qui in Italia conosciuto soprattutto per la sua Ballata del Vecchio Marinaio).

Samuel Taylor Coleridge
Samuel Taylor Coleridge

Il dibattito sull’uso della fantasia e sulla sua differenza rispetto all’immaginazione, si sviluppa per tutto il diciottesimo secolo, fino all’inizio del diciannovesimo. Le radici del fantasy passano così attraverso il Romanticismo (sui cui effetti culturali e rapporti con l’Illuminismo non ci pronunciamo, ma potremmo suggerire vasta letteratura, per completezza di informazione).

All’interno di questo vario e ampio movimento culturale, che si diffonde prevalentemente nella prima metà dell’Ottocento, l’immaginazione viene vista come una lampada che illumina mondi non visti oltre la realtà percepita.[1]

Walter Scott, il famoso autore di Ivanhoe, osserva già in questo periodo che le invenzioni fantastiche, in un’era sempre più industrializzata e interessata ai fatti concreti, devono essere in qualche modo giustificate per essere accettate come forma di letteratura: per questo motivo, gli elementi fantastici in una storia dovrebbero essere caratterizzati da ragionamento filosofico e virtù morale. [2]

Scott non è l’unico autore influenzato dal Romanticismo a costruire testi di riflessione teorica sulla natura della sua (e altrui) creazione artistica: Edgar Allan Poe, ma anche i più recenti J.R.R. Tolkien, C.S. Lewis e Ursula K. Le Guin hanno tutti composto opere di analisi di indagine e critica letteraria. Non male, per i primordi di un genere basato sul massimo del disimpegno e della deresponsabilizzazione, nel contesto culturale che ha disintegrato la razionalità illuminista.

Il Companion mette anche in relazione la nascita del fantasy con le atmosfere da incubo, le situazioni oniriche e angoscianti e le presenze misteriose del romanzo gotico, altro genere che affonda le sue radici nel diciottesimo secolo: Il Castello di Otranto è pubblicato nella sua prima edizione nel 1764.[3]

Se la definizione di romanzo gotico viene usata per indicare la lontananza dall’Illuminismo di questo genere (i Goti barbari si contrappongono alla classicità romana e quindi ai lumi della ragione), si deve tener anche conto dell’influenza che il nascente genere ha subito da uno dei più importanti trattati del tempo, il saggio Sul Sublime di Edmund Burke, pubblicato nel 1757. Il Gotico mette a disposizione del grande pubblico le idee sul sublime e già alla fine del Settecento alcuni autori cercano di rendere il genere più “rispettabile”, unendo le atmosfere tipiche del romanzo alla filosofia espressa da Burke. È quindi forse opportuno chiedersi se debba essere ritenuto disimpegno il cercare di rendere in una forma piacevole per il pubblico concetti espressi dalla filosofia (il concetto di sublime viene ripreso da autori come Kant e Schopenauer, per fare un paio di nomi).

Si potrebbe poi proseguire la rassegna storica fornita dal volume analizzando le motivazioni dello sviluppo del genere in America tra il 1820 e il 1950, con autori come Poe, H.P. Lovecraft, ma anche London e Twain e opere come Il Mago di Oz, che può essere inteso come opera per ragazzi, ma anche come critica politica e sociale.[4]

Si potrebbero peraltro analizzare le caratteristiche della narrativa per bambini e ragazzi e osservare in che modo temi comuni al genere siano influenzati dalle idee del periodo: per esempio, più di ogni altro elemento fantasy, la distorsione temporale è influenzata dal contemporaneo pensiero scientifico, specialmente dalla teoria della relatività, e lo scopo dei problemi che gli autori di fantasy mettono in campo nella loro esplorazione di diversi periodi storici permette profonde riflessioni filosofiche: la questione della predestinazione e del libero arbitrio, della moltitudine dei possibili mondi paralleli, del tempo che si muove secondo ritmi diversi o anche in diverse direzioni in mondi separati, i meccanismi del dislocamento temporale e i vari paradossi legati al tempo.[5]

Quello che emerge, dunque, è un’interconnessione del genere con avvenimenti storici e fenomeni culturali che lo accompagnano dalle sue origini a oggi, mostrando come alcuni autori e alcune opere siano legati a concetti e movimenti che normalmente non sono considerati di disimpegno e di puro relax. Un esempio tra i tanti presentati nel Companion? La letteratura fantastica e la psicanalisi sono strettamente legate, come dimostra il fatto che Freud si sia, tra le altre cose, ispirato anche alle atmosfere oniriche e da incubo dei racconti di Hoffman (de L’uomo della sabbia in particolare).[6]

 

Oltralpe e Oltreoceano: dai classici alla narrativa fantastica

La critica letteraria inglese, dunque, ci informa sulle origini, forse non così ignobili, del genere. La riflessione portata avanti in Francia e negli Stati Uniti apre invece le porte a un’indagine sul legame tra il mondo classico e la letteratura fantastica, con la prevalente trattazione di tre temi: la ricezione dei classici nei generi del fantastico, l’analisi della presenza del mito nel mondo moderno e i legami del fantasy con le più recenti correnti culturali.

Che i classici siano legati ai generi del fantastico è evidente fin dalla loro origine: Frankenstein di Mary Shelley, che da alcuni è indicato come l’origine della fantascienza, si apre con un’epigrafe che ricorda il titano Prometeo; Il Castello di Otranto di Horace Walpole riporta, nella sua seconda edizione, una citazione dall’Ars Poetica del poeta latino Orazio, in cui l’autore recepisce la critica, già antica, per ciò che proviene dall’immaginario.[7]

Lavinia
Lavinia

Temi antichi sono ripresi e diffusi nel fantasy a diversi livelli, più o meno colti, in testi letterari, film, serie televisive, fumetti e cartoni animati. L’esempio più evidente è quello della riscrittura di testi antichi, come l’Iliade e l’Eneide, dichiaratamente riprese ne La Torcia di Marion Zimmer Bradley e in Lavinia di Ursula K. Le Guin, con l’intento di riproporre l’opera antica ma attraverso un punto di vista più moderno, che, per esempio, giustifica l’utilizzo di un personaggio minore della storia originale come portatore di punto di vista, per venire maggiormente incontro al gusto contemporaneo per l’introspezione psicologica dei personaggi.[8]

In altre occasioni si trovano solo accenni a temi antichi: per fare solo uno tra i moltissimi esempi possibili, si può pensare all’incontro con le anime dei morti, nelle forme della discesa negli Inferi (la catabasi), raccontata anticamente, per esempio, da Virgilio (per non parlare di Dante) e ripresa da Philip Pullman nella serie Queste Oscure Materie, ma anche da Tolkien, in varie forme, all’interno del Signore degli Anelli: una prima volta nel momento in cui Gandalf compie una sorta di discesa nel mondo dei morti quando affronta il Balrog e una seconda nell’attraversamento del regno di Mordor da parte di Frodo.

Un’altra forma antica di incontro con le anime dei morti, la nekuia, è attestata in varie forme nell’antichità, dall’evocazione dei morti nel poeta latino Lucano, che nella sua Guerra Civile mette in scena un rituale di negromanzia, fino all’episodio dell’evocazione dello spirito del profeta Samuele a opera della maga di Endor nella Bibbia (ma una nekuia è anche raccontata nell’Odissea): anche questa tipologia di incontro con il mondo dei morti è attestato nel panorama fantastico, per esempio nell’incontro di Aragorn con le anime fedifraghe alla Rocca di Erech nel Signore degli Anelli.[9]

Viggo Mortensen in Il signore degli anelli
Viggo Mortensen in Il signore degli anelli

Quello che si può osservare, in generale, nei testi fantastici, è la presenza di elementi antichi sotto forme molto diverse, a volte più sfumate, al punto che i lettori meno familiari con l’antichità non si rendono conto del riferimento: pensiamo al caso di Gandalf che cade assieme al Balrog a Moria, un momento drammatico, che segna un passaggio importante per il personaggio. Alcuni lettori possono cogliere il riferimento a un rito di passaggio, legato al mondo dei morti, ma anche chi non ha il sospetto che ci sia altro se non la storia di Gandalf che cade e rinasce gode comunque nel leggere un momento appassionante della storia. Il riferimento colto ha al massimo l’effetto di incuriosire il lettore colto, senza disturbare tutti gli altri.

Può naturalmente nascere il sospetto che in alcuni autori il riferimento al mondo classico sia puramente casuale, o che derivi da una conoscenza non tanto dell’antichità quanto da una conoscenza diffusa di alcuni elementi che, dall’antichità, si sono poi modificati nel tempo: d’altra parte, lo scopo degli studi recenti è proprio l’analisi delle modalità in cui la ricezione dei classici ha luogo e quindi l’obiettivo principale dei convegni e dei saggi citati è esattamente riconoscere le diverse modalità in cui l’antico entra nel fantasy.

Il cast di Game of Thrones
Il cast di Game of Thrones

La ripresa del modello antico, inoltre, non è l’unico elemento che costituisce le opere analizzate, in cui sono presenti diversi tipi di influenze: se consideriamo il caso de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R. R. Martin, o la sua trasposizione televisiva, Il Trono di Spade (Game of Thrones in lingua originale), possiamo analizzare fino a che punto l’autore abbia perseguito l’intento di creare una forma epica, utilizzando materiale storico al confine tra il Medioevo e l’età Moderna, utilizzando però elementi classicheggianti.[10]

Oltremare gioca la carta Aristotele

Ora, se ammettiamo che almeno alcuni tra gli autori di fantasy abbiano inserito volutamente richiami colti nelle loro opere (Tolkien parla precisamente di una ripresa del mito di Atlantide per la caduta di Numenor nel Silmarillion), diventa quindi necessario chiedersi perché un genere che mette in campo autori dotati di un solido background culturale (Tolkien, Lewis, ma anche, in tempi più recenti, l’antropologo Steven Erikson) sia associato all’assenza di cultura. Le voci che provengono da oltre le barriere culturali dell’Italia stanno, in questo momento, dicendo che il mondo accademico sta, negli ultimi anni, guardando alle componenti culturali del fantastico con interesse. Se fino a pochi anni fa anche all’estero il genere era visto con diffidenza, sembra ora che si stiano facendo dei passi in avanti verso un suo approfondimento. Il primo passo da affrontare è capire i motivi profondi di questa diffidenza.

Aristotele
Aristotele

Un’ipotesi, affascinante, per quanto, appunto, ipotetica, arriva da un articolo comparso all’inizio dell’anno negli USA: analizzando le somiglianze tra l’heroic, o high fantasy, e il genere epico, uno studioso americano ha messo in luce gli elementi di “epica aristotelica” presenti nel genere contemporaneo (specialmente nel Trono di Spade), giungendo alla conclusione che gli elementi sono sufficientemente numerosi da giustificare il sospetto che ci sia una ripresa voluta di alcune caratteristiche dell’epica, come la maggiore importanza dell’intreccio rispetto ad altre componenti della storia, tra cui lo stile e la presenza di personaggi eroici.[11]

Secondo Aristotele, il poeta epico deve ridurre al minimo l’uso di artifici retorici, perché è necessario lasciare spazio allo sviluppo di situazioni e personaggi,[12]  in un argomento ripreso già da C.S. Lewis, autore delle Cronache di Narnia.

Sorge quindi spontaneo chiedersi perché l’high fantasy, che in qualche modo è legato all’epica classica, sia così lontano da essa in termini di ricezione da parte della critica letteraria moderna. Se da un lato il problema è già antico (il poeta ellenistico Callimaco, per esempio, rimprovera alla poesia epica e omerica in particolare la sua lunghezza e grossolanità espressiva), dall’altro si può notare come il gusto rappresentato dai generi fantastici (anche per la volontaria o meno ripresa dell’estetica di Aristotele) sia in completo disaccordo con il gusto del Modernismo: Il Modernismo offriva una nuova estetica, che rigettava l’estetica letteraria aristotelica e, con essa, quella dell’high fantasy. Emerse così una gerarchia binaria, spesso chiamata Grande Divisione, una barriera presumibilmente necessaria e insormontabile che separa l’arte “alta” dalla cultura popolare. Nelle sue varie formulazioni, l’estetica conseguente alla Grande Divisione nega all’high fantasy un posto nel proprio canone. […] La stessa accessibilità del fantasy lo rende kitsch.[13]

Spider-Man: Homecoming
Spider-Man: Homecoming

È la stessa essenza del fantasy come genere di intrattenimento che lo esclude dall’apprezzamento della critica del Novecento, proprio per il suo utilizzo di una narrazione strutturata attraverso elementi ripetuti e formule e per la sua predilezione del contenuto rispetto alla forma:[14] il Modernismo, che divide in maniera netta la letteratura seria dalla narrativa “di piacere”, se può accettare l’esistenza del fantastico, non  ammette però nel canone letterario il genere fantastico.[15]

Forse, il motivo per cui qualcuno inizia, all’estero, a interessarsi al fantasy e alle sue modalità di espressione, sta nel fatto che il Modernismo cede lentamente il passo al Postmoderno, che  ha iniziato a sfidare la Grande Divisione,[16] come testimonia proprio il lento ma continuo sviluppo di un lavoro accademico sul fantasy e sulla letteratura cosiddetta popolare, quella che potremmo riassumere con l’etichetta di “generi narrativi”.[17] Il Modernismo propone una modalità di composizione del testo opposta rispetto alla narrativa del fantastico: tuttavia, i recenti convegni dimostrano che è possibile mediare tra impegno e non impegno nella composizione letteraria.

I vantaggi di un viaggio nell’Oltre

L’apertura ai suggerimenti provenienti da saggi e convegni esteri può dunque permetterci di combattere un pregiudizio su un genere che dura ormai da molti anni: un pregiudizio non legato solo all’Italia, ma anche ad altre nazioni. Tuttavia, se adesso all’estero il mondo accademico si sta muovendo nella direzione di una riscoperta della portata della letteratura del fantastico, sembra che in Italia questo dibattito sia ancora privo di una voce. Eppure, quelle che appaiono essere le radici del genere sono ben presenti nel canone delle opere letterarie che definiscono una parte del nostro curriculum scolastico: il fantasy trae spunto dal mito e dall’epica. Noi accettiamo questi ultimi come fari della cultura, elemento indispensabile per la maturazione di una coscienza letteraria; ma allo stesso tempo neghiamo a opere che si rifanno alla stessa estetica che ne è alla base una qualsiasi dignità culturale, invitando chi le legge a tornare alla cultura.

Il messaggio che ci giunge dall’estero in questo momento però va in una direzione opposta: la narrativa può portare prodotti culturali e è carica di una riflessione, in particolare sull’uso del mito e sulla figura dell’eroe.

Forse, dovremmo semplicemente, come i semplici protagonisti dei libri fantasy, oltrepassare la barriera del Mondo Ordinario, entrare nel Mondo Straordinario, cercare una conoscenza che esiste nell’Oltre per portarla con noi nel Mondo Ordinario. Se riescono a farlo, in puro relax e disimpegno, i personaggi dei libri fantasy, forse, aprendoci alla cultura dell’Oltre, potremmo riuscire a farlo anche noi.

[1] Gary K. Wolfe, Fantasy from Dryden to Dunsany, in The Cambridge Companion to Fantasy Literature, a cura di Edward James e Farah Mendlesohn, p. 8.

[2]              Walter Scott, Novels of Ernest Theodore Hoffmann, in The Miscellaneous Prose Works of Sir Walter Scott, Bart, Volume 18, p. 292. Il saggio è particolarmente rilevante perché la sua traduzione francese dà origine all’espressione genere fantastico.

[3]              Adam Roberts, Gothic and horror fiction, in The Cambridge Companion to Fantasy Literature, a cura di Edward James e Farah Mendlesohn, pp. 21-35.

[4]              Paul Kincaid, American Fantasy 1820-1950, The Cambridge Companion, op. cit, pp. 36-49.

[5]              Maria Nikolajeva, The development of children’s fantasy, in The Cambridge Companion, op. cit., p. 53.

[6]              Andrew M. Butler, Psychoanalysis, in The Cambridge Companion, op. cit., pp. 91-101.

[7]              Sul valore di queste epigrafi come legame tra i due generi e i modelli classici, si rimanda a: Brett M. Rogers, Benjamin Eldon Stevens, Classical Traditions in Modern Fantasy, Oxford University Press, 2017, pp.1-7; Brett M. Rogers, Benjamin Eldon Stevens, Classical Traditions in Science Fiction, Oxford University Press, 2015, pp. 1-8.

[8]              In particolare si rimanda a Sandra Provini, L’épopée au féminin. De l’Énéide de Virgile à Lavinia d’Ursula Le Guin, in Mélanie Bost-Fiévet, Sandra Provini (a cura di) L’Antiquité dans l’imaginaire contemporain: fantasy, science-fiction, fantastique, Paris, Classiques Garnier, 2014, pp. 81-100.

[9]              L’argomento è presentato in forma ampia, precisa e documentata in: Annette Simonis, Voyages Mythiques et passages aux Enfers dans la littérature fantastique contemporaine: Le Signeur des Anneaux et À la croisée des mondes, in Mélanie Bost-Fiévet, Sandra Provini op. cit., pp. 241-252.

[10]            Sulle modalità in cui una parte del fantasy recupera le caratteristiche dell’epica, si veda soprattutto: Jesse Weiner, Classical Epic and the Poetics of Modern Fantasy, in Brett M. Rogers, Benjamin Eldon Stevens, Classical Tradition In Modern Fantasy, op. cit., pp. 25-46.

[11]            Aristotele, Poetica, 1450a.

[12]            Aristotele, Poetica, 1460a.

[13]            J. Weiner,  op. cit., p. 41.

[14]            J. Weiner,  op. cit., p. 42.

[15]            Theodor W. Adorno, Minima Moralia: Reflections from a Damaged Life, London, 1974, pp.122-123.

[16]            J. Weiner,  op. cit., p. 44.

[17]            Sull’uso dell’espressione “generi narrativi”, si veda Brian Attebery, Strategies of Fantasy, Bloomington e Indianapolis, 1992, pp. IX-X.