BASTIAN, CUORE DI METALLO


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Harryapezzi25
Hobbit
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MessaggioInviato: Mar 16 Ott 2012 12:55 pm    Oggetto: BASTIAN, CUORE DI METALLO   

Salve ragazzi. Spero di non aver ignorato qualche regola particolare, oltre a quelle lette nella sezione. Spero anche che non sia eccessivamente lungo, è esattamente cinque cartelle. In tal caso mi scuso vivamente in anticipo.

BASTIAN, CUORE DI METALLO

Stavo seppellendo il cadavere di mio fratello. Era molto più pesante di me. Non bastavano tutte le lacrime e il singhiozzo e la rabbia e il dolore, ci si metteva pure il suo peso a complicare quella notte. Dovetti scavare io la fossa e poi trascinarlo dentro tenendolo per le caviglie.
Mio padre non avrebbe più visto né me né lui. Mentre ributtavo la terra nella fossa mi chiedevo se sarebbe diventato pazzo col passare del tempo. O magari avrebbe aspettato per sempre il nostro ritorno. Quanto a me, cos’ero diventato? Chi era Sebastian?
Non capiremo mai quanto la vita possa far schifo, quanto si possa accanire su un povero essere, perché c’è sempre qualcuno che sta peggio di noi, là fuori. A quei tempi mi consideravo il più sfortunato del paese. Ero malato, dalla nascita. Avevo un’insufficienza cardiaca, non potevo fare sport, fumare, mangiare fritti, neppure stressarmi. Non mi era permesso giocare nella neve da bambino, non potevo andare a nuoto al liceo. Non avevo amici, perché quelli te li fai se fai le cose da giovani, come spassartela di notte dietro alla birra e alle ragazze. Non avevo passatempi perché ero troppo occupato a detestare il mondo. Se non sei come tutti gli altri sei fuori. E io lo ero da sempre. Mio fratello, invece, ci stava dentro completamente, con un’abilità che non sarebbe mai stata mia. Era bello, carismatico, in gamba con le tipe e prendeva pure ottimi voti.
Sembrava un insopportabile modello da seguire, di quelli dei college americani, acclamati da tutti. Io portavo gli occhiali tondi, lui il giubbotto di pelle e i capelli sistemati. Io mi perdevo davanti al PC e non parlavo con nessuno, lui faceva il rappresentante scolastico. E la cosa più odiosa era che gli volevo bene, lo amavo profondamente, perché era l’unico che non mi trattava come un malato. Lui tra tutti i parenti, l’unico al mondo che mi parlava senza fronzoli, senza la paura che gli potessi svenire addosso. E aveva sempre fatto l’impossibile per rendermi felice senza che ai miei occhi risultasse un’elemosina. Mi portava in giro, al cinema, a mangiare porcherie di nascosto dicendomi fregatene dei malori, la vita è una sola. Mi diceva che lui c’era per tutto. Chiacchieravamo perfino del sesso, delle tipe che si portava, e mi prestava i suoi giornaletti.
Era perfetto, non sapevo come ci riuscisse. Lo adoravo e invidiavo, e l’invidia di un fratello porta inevitabilmente al rancore. E il rancore allo scontro. Ma mai gli avrei fatto del male. Anzi, lo avrei difeso di fronte alla malattia e alla morte se avessi potuto. Per Leon tutto.
Un giorno convinsi mia madre a lasciarmi andare in gita. Una scampagnata in un bosco, con la scuola. Il problema è che non avendo amici rimanevo in disparte, indietro. E quando mi venne l’affanno mi fermai un momento, tra gli alberi e i cespugli, e tutto quel verde mi diede alla testa, quel maledetto polline dei pini mi mozzò il fiato. Non riuscivo a respirare, sentivo il battito che si affaticava, fui colto da un attacco di panico. Le crisi mi buttavano sempre faccia a terra, e lì rimasi agonizzante, a chiedere aiuto senza voce. E la cosa deprimente fu che nessuno si accorse che mancavo.
Avevo paura, lì sdraiato, e mi faceva male il petto e la spalla. Sapevo che potevo morire, ma quello a cui pensavo mentre piangevo era che mi trovavo da solo e nessuno mi vedeva, nessuno pensava a me, nessuno si ricordava che esistevo, e non c’era mio fratello a raccogliermi com’era capitato tante volte.
Mi risvegliai con le gambe accavallate su un lato e i polmoni gelati. Faceva freddo perché era notte, e avevo degli insetti che mi camminavano sulla fronte e uno infilato nella narice. Tremavo e non sapevo dov’ero. Quando alzai la testa mi stordì un acuto ticchettio, come se mi avessero ficcato un orologio nel cervello. Era dentro le orecchie, mi venne un male insopportabile e sentii umido lungo il collo. Ebbi paura di sanguinare, e così chiamai aiuto. Stavolta mi sentivo la voce, mi rialzai a fatica e camminai alla cieca tra le frasche.
Non c’era nessuno, ovviamente. Continuai a vagare e a piagnucolare sentendomi solo al mondo, ma ero disidratato e mi bruciavano gli occhi e la gola. Ogni tanto tornava quel ticchettio e così sbandavo.
Attorno a me c’erano le mie più grandi fobie. Il buio e la solitudine. Mi afferrò di nuovo il panico, ma pure una grossa mano, per il colletto. Mi tirò via violentemente, mi girai e qualcuno mi tappò la bocca e mi strinse la gola con una forza sovrumana. Mi trascinò tra gli alberi come fossi cacciagione, non si accorgeva che mi graffiavo mani e viso e mi stava spezzando un braccio. Ricordo che avevo così paura che in quel momento desiderai solo di trovarmi nel mio letto, con la dolce consapevolezza che la mia famiglia era oltre la porta di camera.
Mi disse di stare buono e zitto, e mentre mi trascinava mi toccava il petto e la schiena con delle mani bollenti. Pensai volesse violentarmi, se ne sentono tante al Tg. Mi buttò a terra, mi alzò la maglietta e mi toccò tutto, mi annusò la pancia dicendomi che puzzavo ancora di normale. Lo pregai di lasciarmi. Era enorme e spaventoso, aveva una barba grossa, da straccione, e sapeva di alcol.
Lo scongiurai più volte e lui mi sputò addosso, irritato dal mio lamentarmi. Mi disse di aspettare là e sparì nel buio. Ovviamente mi tirai su e scappai nella direzione opposta. Ma più mi allontanavo, più quell’orologio mi scoppiava nel cervello. Mi toccai le orecchie per tapparle, ma sanguinavano. Mi venne la nausea per tutto quanto, barcollai, cercai di andare ancora più avanti, non sapendo quale fosse l’avanti e quale l’indietro, fino a quando non vidi qualcosa di lucente.
Era gigantesco, un uovo dorato, forse, perché era buio e non si vedevano bene i contorni. E dovevano esserci degli ingranaggi lì in cima e degli orologi, perché il ticchettare si faceva più impetuoso. Ai piedi dell’uovo c’era una porticina. La aprii, mi buttai dentro e vomitai sul pavimento.
Vedevo sfocato, però c’era un bel tepore. Era proprio come trovarsi sotto le mie coperte, nella mia camera sicura. Era così piacevole e bizzarro, forse un sogno, perché c’era un grande palo di legno al centro con tanti ingranaggi che giravano intorno. Alcuni piccoli e dorati, altri quanto una persona e arrugginiti, e giravano in tutte le direzioni, a tutte le velocità, incastrandosi tra loro in un enorme meccanismo.
Il sogno però durò poco. Quel mostro entrò dalla porta, senza fretta. Mi diede un calcio al ginocchio e mi fece cadere. Si tolse qualcosa dal collo e lo agganciò al mio. Era un amuleto. Tossì più volte come se fosse malato, e con voce burbera e rugosa mi disse che quel coso si chiamava Lilimet, e che da quel giorno in poi dovevo andare dalle persone che si volevano uccidere, piazzarglielo dietro alla nuca e girare tre volte indietro. E a quelle persone sarebbe tornata la voglia di vivere. E poi aggiunse che se tornavo in quel bosco mi avrebbe spaccato la faccia. Così uscì dall’uovo, e quando richiuse la porta si spense tutta la luce e io mi ritrovai in camera mia.
Le persone sfortunate hanno un unico desiderio, quello di non esserlo più. E nei loro sogni la soluzione a tutto è la normalità. Essere come gli altri, come la massa, come quelli che vivono della routine che sa di certezza, di protezione.
Poter essere una persona qualunque affinché gli occhi del mondo non ci riconoscano, affinché si passi inosservati. Volevo solo fare quello che fanno quelli della mia età. Quello che faceva Leon, per esempio.
I medici mi fecero parecchie visite, nelle settimane seguenti. Stavo bene, il battito era regolare. Dissero ai miei che ero migliorato all’improvviso, senza motivo, ma che dovevo rimanere a riposo. Fu bellissimo vedere i miei sorridere, mio fratello essere felice, capire il loro sollievo per il fatto che non fossi più il peso della famiglia, quello uscito difettato.
Non ne parlai con nessuno, passai i giorni e le notti a fingermi il ragazzino idiota di sempre, ma in me si era rotto qualcosa. Non riuscivo a gioire per la guarigione. Sentivo qualcosa che non andava, che aveva smesso di funzionare. Mi sentivo come un orologio che, seppur malandato, aveva sempre garantito il movimento delle sue lancette. E adesso invece me le sentivo ferme, inceppate. Ero guarito, ma mi ero pure bloccato.
Alla sera, nella mia camera, stringevo quell’amuleto. Un ingranaggio di ferro e un secondo d’oro montato sopra, appesi a una catenella. Lilimet, l’ingranaggio che serve a far tornare la voglia di vivere.
Non è mai stato chiaro il modo in cui gli amuleti scelgono i loro padroni, né come conducono alle persone bisognose, e neppure come fanno a stabilire che qualcuno sia più degno di vivere di un altro. So solo che dopo due settimane mi tornò il ticchettio nel cervello, e mi condusse a camminare per i vicoli dietro casa, fino ad arrivare a un giardino secco oltre un basso cancelletto sgangherato. Due gradini conducevano a una porta aperta, si sentivano litigare due persone.
Entrai senza far rumore, terrorizzato, perché una donna stava piangendo. I miei piedi si muovevano da soli, pur desiderando di tornare indietro e lasciar perdere. I due ingranaggi dell’amuleto ruotavano frenetici, non riuscivo a controllare il mio corpo.
Nel salone c’era una donna in piedi, brutta e trasandata, che si disperava con un fucile in mano, puntato a un uomo. Forse il marito. Quello la pregava di abbassare il fucile come un bamboccio impaurito, e quando la donna vide apparire me, per la paura mi sparò d’istinto.
Caddi sul pavimento, centrato alla pancia, mentre quella prodotto di deiezione strillava che le dispiaceva e buttava a terra l’arma. Io tremavo con le mani, il ticchettio mi stava di nuovo torturando il cranio. Mi guardai la pancia e vidi il proiettile piantato in un ombelico d’oro massiccio. E lentamente, sotto i miei occhi increduli, la macchia dorata si allargò, e petto, gambe, braccia, collo e volto mi divennero di metallo, in una sensazione estranea e gelida, come stessi vestendo le forme evanescenti di un fantasma.
Ero un ragazzo interamente d’oro, sconvolto, e ovviamente lontano più che mai dalla normalità. Ma dentro di me sapevo che tutto andava bene.
Quel vigliacco dell’uomo se n’era scappato, mentre la pazzoide si era rannicchiata in un angolo a lagnarsi con le mani in faccia. Le andai vicino, la odiai per quello che avrebbe potuto causare, la mia morte. Qualcosa in me cambiò in quel preciso istante, irrimediabilmente. Il modo di osservare, penso.
Quella donna, così stupida e indifesa sotto di me, mentre un momento prima mi sparava. Così folle, patetica. Mi disgustava, sì. Le dissi che era una poco di buono, le diedi uno schiaffo, ma poiché ero tutto d’oro le feci male e svenne. Non m’importava di come stesse, la girai di spalle e le piantai Lilimet alla nuca. Tre giri in senso antiorario per farle tornare la speranza e la voglia di non farla finita.
Nell’uscire dal vialetto di quella casa capii cosa mi era successo, quali lancette in me si fossero fermate. Non provavo più niente. Le mie emozioni erano sparite.
Il giorno dopo mi svegliai male, persi molto tempo prima di alzarmi. Approfittai che in casa non ci fosse nessuno, cercai nell’armadio di Leon e gli rubai dei vestiti che mi parevano adatti. Mi vestii come lui, misi le lenti a contatto e uscii a rimorchiare una ragazza che era già stata con lui. Non avevo ripensamenti né paura di sbagliare, perché non mi sentivo io. Mi comportai invece come mio fratello mi aveva raccontato spesso. Usai le sue battute, i suoi sorrisi, i suoi soldi, la sua sicurezza e le sue mani nel toglierle il reggiseno. Mi sentii Leon e fu bellissimo, fu liberatorio.
Capii che potevo non essere più Sebastian, e risolvere così i miei problemi.
Passarono i mesi e le stagioni fredde. Mi capitò poche altre volte di rifarlo, il sesso, intendo, e poco più spesso di salvare delle persone. Più che altro pensavo, stavo sempre a pensare, sciupato sul mio letto, o tra i banchi di scuola, o per strada, imbambolato. Perché mi sentivo cambiato, insensibile a ciò che mi circondava. Non m’importava più del diploma, di farmi una corsetta, di bere le tanto agognate birre.
Al mattino mi guardavo allo specchio e non mi vedevo. Avvertivo il battito del cuore così normale, regolare, e non mi rendeva felice. Il nulla dentro me. Perciò se non ero Sebastian, allora chi ero? A chi apparteneva quel battito?
Tornai nella foresta, una mattina tiepida e nuvolosa che non c’era lezione. Cercai fino a trovare una casetta di legno, ma prima di raggiungerla mi arrivò una mazzata alla testa. Quel barbone violento mi raccolse e mi riempì di pugni, mi diede un calcio allo stomaco e uno sul muso. Si affaticò perfino, tante me ne aveva date. Eppure mi rialzai senza problemi, col fiatone ma senza un livido.
Lo guardai, stavolta senza paura, e mi accorsi che era molto invecchiato. Gli dissi che o mi diceva che mi aveva fatto o gli scoperchiavo la testa con le mie mani d’oro massiccio. Ci pensò un po’, ma mi fece promettere di non tornare mai più da lui. Quindi mi raccontò che lui faceva quello ora facevo io. Salvava la gente con l’amuleto. Disse che Lilimet prendeva quel potere dal macchinario a forma di uovo, e che ogni ingranaggio presente lì dentro serviva a qualcosa. Uno regolava l’amore del mondo, un altro la pazienza, un altro ancora la fede in Dio. C’era di tutto, per ogni umore e sentimento, e c’erano quelli come noi, gli Agenti dell’Ordine, che in ogni luogo si caricavano di questo mestiere e lo eseguivano.
Gli chiesi se potessi rifiutarmi, e lui mi disse che o lo facevo oppure qualcuno sarebbe venuto a regolarmi. Come un orologio rotto...
Non sarei mai più tornato da lui. Ma lungo la strada di casa continuai a farmi domande. Per tutta la vita mi ero chiesto a quanti anni sarei morto per un arresto cardiaco, e adesso decidevo chi poteva resistere a questo mondo e chi no.
Arrivai a casa che era il tramonto. La porta era socchiusa. Il ticchettio tornò nella testa, e più mi avvicinavo, più l’orologio nel mio cervello diventava assordante.
Lungo il corridoio a luci spente sentivo dei gemiti. Salii le scale, raggiunsi il bagno e trovai mio padre inginocchiato a piangere al telefono, gridando disperato e chiedendo aiuto a qualcuno. Gridava di fare presto. Nella vasca c’era mia madre con le vene tagliate e l’acqua alta venata di sangue. Aveva gli occhi aperti, il viso bianco e malinconico, ed era morta.
Sentii distintamente una lancetta spezzarsi, così tonante da farmi strizzare gli occhi. Le emozioni mi ripiombarono dentro il petto. Sentii un grande dolore e una disperazione mai provata nel vedere i miei genitori in quello stato. Mio padre a terra e mia madre suicidata. E la prima cosa a cui pensai fu che Lilimet non mi aveva avvertito, che quello era uno sbaglio, un’ingiustizia che non doveva verificarsi. Poi pensai che forse non avevo ascoltato l’ingranaggio, mi ricordai del barbone nella foresta. Era colpa mia, non avevo compiuto il mio dovere.
Tornai da lui, non mantenni la promessa di stargli alla larga. Non appena superai i primi alberi, la sera scese sul paese. Lilimet non girava più, nessuna lancetta suonava nel mio cranio. Le emozioni mi investivano attimo dopo attimo, e mi sentivo come impazzire per il dolore e la collera. Tremavo, avrei distrutto ogni cosa. Non sapevo chi incolpare, ma a quel punto volevo solo prendermela col barbone maledetto che mi aveva trasformato.
Trovai la sua baracca vuota, e nel rovistare meglio tra gli alberi trovai pure lui, seduto spalle a un tronco, con un’accetta piantata in testa, zuppo di sangue. Qualcosa in me comprese che mi era sfuggito un pezzo, che un inganno era in corso. Rimasi a guardare a lungo il cadavere, e nel guardare meglio notai la posizione dell’accetta. Una lancetta nel mio cranio si mosse appena e fece rumore, poi di nuovo calma. Capii che l’accetta stava messa male.
Mi voltai piano e vidi mio fratello tra gli alberi. Leon, lì in piedi a fissarmi divertito, molto tranquillo. Un’altra lancetta mi risuonò nel cervello, e di nuovo capii. Quello annuì sorridendo, mi disse che ero arrivato troppo tardi per quel vecchio rifiuto. Ci aveva già pensato lui, e nel dirlo cacciò da sotto il maglione un amuleto identico al mio, ma d’argento. Perché lui era un Agente del Disordine, e stava solo aspettando che il fratello smettesse di funzionare. Disse che il vecchio non voleva che io tornassi lì altrimenti Leon lo avrebbe scovato, e senza più amuleto ucciso. Perciò era colpa mia per davvero.
Non potevo credere che la vita mi punisse per l’ennesima volta. La malattia, un’adolescenza mancata, un amuleto mai voluto, la morte della mamma. E Leon, il mio fratellone, quello che mi portava di nascosto in montagna e spingeva lo slittino sulla neve, che in estate mi teneva sulla schiena mentre lui nuotava al lago, che ricordava sempre l’ora delle mie medicine... era uno che toglieva la voglia di vivere alle persone.
Mi venne incontro, lo sguardo di un folle, degli assassini nei film, così distante dall’essere umano e parente, le mani e il volto che lentamente divenivano d’argento. Lo ammise senza problemi, che aveva fatto fuori la mamma e che adesso era il mio momento. Disse che doveva aggiustarmi. Che aveva un irrefrenabile desiderio di aggiustarmi e che dovevo scusarlo per questo.
Prima che potesse capirlo, mi voltai e scappai via. Avevo paura di lui, di uno sconosciuto che aveva vissuto con me per una vita. Era veloce, e quando sbirciai indietro lui era già ricoperto per intero di metallo. Corremmo tra i pini, tra i sassi, mentre la sera si faceva sempre più buia e nascondeva i dettagli del bosco.
Mi raggiunse, mi afferrò da dietro e mi diede un cazzotto. Sanguinai, mi spezzò il naso e mi spaccò un labbro. Un altro tocco di lancetta, e Lilimet riprese a girare. Un secondo pugno, e stavolta l’argento picchiò l’oro del mio volto.
Lottammo, ci scontrammo come due bestie dallo stomaco vuoto che lottano per fame, rotolammo tra le foglie a terra. Ma io gridavo di smetterla, lui rideva e godeva e si agitava come uno squilibrato. A un certo punto, nello scaraventarmi di nuovo a terra, mi tenne fermo e mi confidò all’orecchio che non c’era cosa al mondo più eccitante che far uccidere qualcuno. Soprattutto un genitore.
Due lancette ticchettarono insieme nel mio cervello. Fu solo rabbia, furia elettrica nelle vene e nella carne sotto il metallo dorato, che a un tratto si tappezzò di spine. Ogni altro sentimento, ricordo, legame, contatto con la realtà scomparve. Lo afferrai per il collo, il muscolo d’argento si ammaccò nella mia mano. Lo costrinsi a terra, gli diedi due pugni sulla testa e gli deformai pure quella. Lo girai di spalle, afferrai il suo ingranaggio e glielo spinsi sulla nuca. Girare tre volte in avanti per togliere la voglia di vivere. E un istante dopo tutta la rabbia si dileguò, sfiancandomi.
Lasciai la presa quando mi salirono le lacrime agli occhi e l’oro spinato lasciò il posto alla pelle, e nella mia testa non c’erano più lancette. Mi accasciai a terra, sopraffatto da emozioni umane, di quelle di un giovane che ha perso tutto. Il mio fratellone, invece, si rialzò piano e mi sorrise. Disse sottovoce che era fiero di me. Si prese la testa con due mani e con un colpo secco se la girò.
Sull'isola di Alfiore il clima è fatto di emozioni, le Virtù sono biglie di vetro, e le persone buone dovranno combattere contro chi un tempo divenne un eroe.
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Palin
Re sotto la montagna
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MessaggioInviato: Mar 16 Ott 2012 13:48 pm    Oggetto:   

Rolling Eyes
TK7 should, of course, be named Neville – Neville and Luna, a match made in heaven.
Harryapezzi25
Hobbit
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MessaggioInviato: Mar 16 Ott 2012 14:02 pm    Oggetto:   

Ehm, la faccina perplessa vuol dire qualcosa in particolare? Razz
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M.T.
Paladino Guardiano
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MessaggioInviato: Mar 16 Ott 2012 15:07 pm    Oggetto:   

Buona l'idea e la realizzazione.
Unica nota su questa frase: "Non bastavano tutte le lacrime e il singhiozzo e la rabbia e il dolore" ; troppe "e" fanno perdere l'effetto che vorresti dare.

La faccina di Palin penso sia riferita al fatto che prima di postare un racconto, bisogna aver commentato qualcuno degli altri autori: essendo nuovo, aver un pò di pazienza e non, appena arrivato, mettere subito i propri lavori. Niente di lesivo e offensivo in quello che hai fatto, sia chiaro, ma quello che si vorrebbe è dare un pò di "vita", partecipazione al forum, così che non sia usato solo come palcoscenico per farsi conoscere.
Harryapezzi25
Hobbit
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MessaggioInviato: Mar 16 Ott 2012 17:02 pm    Oggetto:   

Capisco. Mi piacerebbe partecipare di più, ma il lavoro mi toglie gran parte del tempo. Cercherò comunque di recuperare Wink
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Paladino Guardiano
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MessaggioInviato: Mar 16 Ott 2012 21:47 pm    Oggetto:   

Prima andavo di fretta e non ho controllato (anche se il racconto mi sembrava un pò lungo per gli standard del forum), ma il motivo del commento di Palin è che il brano è sulle 20K battute, quando la media deve essere sulle 10K. Per il prossimo cerca di rientrare in tali margini Smile
Harryapezzi25
Hobbit
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MessaggioInviato: Mer 17 Ott 2012 0:47 am    Oggetto:   

Ok, non sapevo della storia delle K (che, lo ammetto, non so cosa siano...). Per la prossima volta penso non dovrei dimenticare nulla! Wink
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Palin
Re sotto la montagna
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MessaggioInviato: Mer 17 Ott 2012 13:12 pm    Oggetto:   

Harryapezzi25 ha scritto:
Ok, non sapevo della storia delle K (che, lo ammetto, non so cosa siano...). Per la prossima volta penso non dovrei dimenticare nulla! Wink


Storia delle K? a me l'hanno insegnato alle elementari che k = kilo = 1000.

Io credo che, come la maggior parte delle persone che postano in questo canale, tu stia mancando di rispetto ai tuoi lettori e preferisci fare la figura dello sprovveduto piuttosto che ammettere di "averci provato".

Io ti paragonerei a quelli che parcheggiano nei posti disabili e poi dicono che non lo sapevano... tanto ci parcheggiavano tutti i giorni... ma non posso perché in questo forum non si parla di politica.

Wink
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Harryapezzi25
Hobbit
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MessaggioInviato: Mer 17 Ott 2012 14:39 pm    Oggetto:   

No, Palin. Non sono pratico proprio di furum, quindi non avevo avvicinato le due cose. Non ho rapinato una banca e non sto tentando di montare una scusa plausibile, ho postato un racconto. Avevo letto 5 cartelle, e il mio era cinque cartelle. Non avevo semplicemente approfondito, tutto qui. Lo si può tranquillamente rimuovere, il racconto. Non è niente di che, non è un concorso, questo, e non si vince nulla.
Mi scuso in ogni caso.
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Palin
Re sotto la montagna
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MessaggioInviato: Mer 17 Ott 2012 16:08 pm    Oggetto:   

Harryapezzi25 ha scritto:
non sto tentando di montare una scusa plausibile,


Harryapezzi25 ha scritto:
Avevo letto 5 cartelle, e il mio era cinque cartelle.


=> ?
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Harryapezzi25
Hobbit
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MessaggioInviato: Mer 17 Ott 2012 17:36 pm    Oggetto:   

Infatti non è una scusa: ho letto cinque cartelle. Non avevo capito che ci fossero ulteriori riguardi da seguire PER rispettare le cinque cartelle Smile
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M.T.
Paladino Guardiano
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MessaggioInviato: Mer 17 Ott 2012 17:50 pm    Oggetto:   

Una cartella equivale a una pagina di 30 righe x 60 colonne di testo, pari cioè a 1800 caratteri. 5 cartelle sono quindi 9000 caratteri, il limite concesso per i racconti sul forum. 10000 caratteri (10 K) è una lunghezza ancora accettata, anche se eccedente a quanto scritto nel regolamento.
Harryapezzi25
Hobbit
Messaggi: 13
MessaggioInviato: Mer 17 Ott 2012 20:36 pm    Oggetto:   

Ora è molto più chiaro. Tenengo conto dei KB è più facile, grazie MT Smile
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thyangel83
Gollum
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MessaggioInviato: Mer 17 Ott 2012 22:51 pm    Oggetto:   

L'uso della K = kilo non è scontato.

Quanto alla lunghezza, ne approfitto per unirmi alle scuse, avendo postato un racconto di 18K mesi fa.

Non penso comunque che un nuovo utente, come Harryapezzi25, per quanto ci sia una buona regola da rispettare, cioè quella di leggere, comprendere e sviscerare tutto il regolamento del forum prima di intervenire, possa essere tacciato di "averci provato" solo perché ha sbagliato nell'inserire un racconto e poi non ha intuito l'uso di K=kilo come annotazione (peraltro, ripeto, non di automatica comprensione, se uno non è esperto dei forum. Tra l'altro negli ambiti tecnici spesso K=Kelvin.).
If you don't see me, don't think that I am not behind you...

Mio blog personale: www.onwriting.eu
Facebook: https://www.facebook.com/l.calanchini?ref=hl
Sito web professionale: www.kosmos-group.it


Ultima modifica di thyangel83 il Gio 18 Ott 2012 7:26 am, modificato 2 volte in totale
M.T.
Paladino Guardiano
Messaggi: 2408
MessaggioInviato: Gio 18 Ott 2012 0:05 am    Oggetto:   

La questione è ormai stata chiarita. Ergo, non facciamone un caso.
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