Prologo

Non appena il suo corpo si ricompose, il mago si sentì bruciare la carne e fu pervaso da una sensazione del tutto innaturale, come se i muscoli, prima strappati dalle ossa, venissero ora pressati e ricomposti in un insieme vitale.

Un sorriso ansioso si disegnò sul volto dell'uomo, che aveva provato quel complesso incantesimo per la terza o la quarta volta nella sua vita.

Dov’era? Ebbe l'impressione che una vibrazione cupa e potente facesse tremare tutto, poi scomparve, lasciando il posto alla quiete.

Intorno era buio, e un odore acre di terra, unito a quello che sembrava il puzzo di orina stantia, lo circondava da ogni lato.

Non appena mosse un passo sentì dei granelli di sabbia sfrigolare sotto i piedi e un'eco acuta che si perse in fretta. Forse era giunto davvero dove gli era stato detto.

Fino all’ultimo vi aveva creduto a stento, ma il suo nuovo maestro aveva idee e modalità decise. Fidandosi delle sue indicazioni, pareva essere arrivato proprio nel luogo più incredibile di tutto Stedon. Chiunque pensava non esistesse più, e anche Ogoroh fece il suo bello sforzo per convincersene.

“Xorno!” esclamò con voce imperiosa, sicura dell’effetto sinistro che avrebbe suscitato.

L’antica magia ebbe un esito immediato: un bagliore metallico di poca forza si sviluppò dall'alto, evidenziando i contorni e le modanature di un soffitto rosso e scrostato, attraversato da capriate antiche e nere, rette ai lati da ritorte colonne di ebano.

Una nicchia ogni due colonne conteneva la statua di un famoso mago illegale del passato. Antrògor, Barah-mal, Adjutelmo e molti altri.

Se qualcuno di loro fosse sopravvissuto alle epurazioni magiche dei tempi antichi e fosse capitato lì assieme a lui, probabilmente gli avrebbe detto: “Vedi, è questo l’Oxata Odevaruran, il Buio dell’Intelligenza! Il peggior Camminamento Illegale mai esistito”. Avrebbe parlato con un orgoglio condiviso in quel momento da Ogoroh stesso.

Il Mago dell'Acido pensava di trovarsi in quel luogo con del merito, per il Regno di Makut! Quanto alla gratificazione per un simile risultato, prima di concedersela soddisfatto avrebbe atteso di udire la proposta.

Ogoroh si rese conto di non essere solo, lì dentro. Lo sapeva fin dall'inizio, ma era rimasto decisamente affascinato dal luogo.

Vide assiso su un trono, scurito e deformato da millenni di storia sconosciuta, un uomo di cui conosceva il volto.

Sedeva come se fosse lì solo provvisoriamente, dritto come un fuso, e Ogoroh si domandò seriamente se lo schienale, di legno consumato da tarli e da secoli, lo avrebbe retto nel caso in cui vi si fosse appoggiato.

Quando fece altri passi verso Eu-Ahalan, la rada sabbia sul pavimento di marmo scricchiolò ancora.

L'uomo che aveva di fronte non disse nulla. Semplicemente sorrise, come può sorridere il gatto felice davanti a un insetto che si muove lentamente. Sotto lo strato di sabbia si vedevano le impronte infangate lasciate da alcuni animali. Ogoroh tenne gli occhi bassi per esaminarli. Vide orme piccole, altre orme più grandi, formate da tre dita. Zolle di fango con alcuni fili d'erba si erano essiccate rimanendo nel buio del posto per chissà quanto tempo, ma erano ancora ben riconoscibili grosse macchie brunastre e strisciate.

Sangue, senza dubbio.

Sangue vecchio.

Il trono era posto su una predella e su di esso Eu-Ahalan attendeva paziente. Ogoroh comprese che gli stava dando il tempo di sincerarsi in che razza di luogo si trovasse.

Accanto ai gradini che portavano al trono c'era una gabbia d'oro. In essa giaceva Lomorf, immobile come una grigia statua di sale. Il Mago del Fuoco, così soprannominato per la sua abilità nel maneggiare fiamme di qualunque tipo.

Consapevole che Lomorf era stato messo fuori gioco da un ragazzino di nome Geshwa Olers, un bambinetto, niente di più, insulso come può esserla qualunque giovane vita che non ha nemmeno assunto il sapore della saggezza, Ogoroh si lasciò sfuggire una risatina nervosa, pensando a quanto poco c'era voluto per ridurlo in quello stato.

Gli si avvicinò e lo guardò da alcuni centimetri di distanza.

Lomorf, un uomo alto un metro e settanta circa, con un corpetto dei maghi di lunga data, il cappuccio adagiato sulle spalle e le mani che arpionavano le sbarre, aveva il volto barbuto scolpito in una smorfia di dolore, alla quale si univa qualcos'altro. Quegli occhi... in essi sembrava brillare ancora una scintilla di vita.

Ogoroh udì dei rumori, forse dei versi. Si girò di scatto per guardarsi alle spalle. Dal buio che palpitava oltre un arco sulla parete in fondo, giunsero dei ticchettii che riecheggiarono attraverso il lungo salone colonnato, arrivando fino a lui. Gli parve che una zaffata acidula accompagnasse i rumori, entrandogli nel naso.