1. Un lavoro come un altro

Ascolta il silenzio. Esso è parte di te, ti dà vigore.

A quel paese la forza interiore: saranno stati duecentocinquanta chili tra lattice e parti meccaniche. Un paio di chiappe da due quintali e mezzo.

 – Devi riposarti. Guarda che studiare può essere più faticoso che lavorare. Ti sento così teso!

Sai che strano. Ero dentro, ma la bestia era lontana. Toccò infilare tutto il braccio, fino alla spalla. Il tizio che esce dal sedere di una mucca di plastica: il lavoro che ogni bambino vuole fare da grande.

– Ma no, nonna. È che sto seguendo un laboratorio e mi devo concentrare. Ora devo mettere giù il telefono, ho bisogno di tutte e due le mani per lavorare con le provette.

Fai e troverai il coraggio. Abbi coraggio e potrai fare.

Toccò accompagnare il toro. Doveva essere incavolato nero. Lo sarei stato anch’io se tutto a un tratto una manina avesse fatto capolino tra le parti intime della mia ragazza per afferrarmi il pisello.

– Va bene. Attento a non sporcarti e fammi sapere quando dai l’esame.

La bestia lanciò un muggito che a confronto il tirannosauro di Jurassic Park fischia come un passerotto.

 – Cos’era quel rumore?

Cerca sempre l’unica via, la verità.

– Solo il miscelatore di provette. È un modello un po’ vecchio. Ti saluto nonna.

Era arrivato Adamo. Mi fece cenno di applicare il raccoglitore.

– Sai cosa devi fare – mi disse col suo piglio più professionale.

Purtroppo aveva ragione.

Tornai col braccio coperto dal guanto, mucoso da far venire il vomito. Almeno, per un po’ non mi sarei dovuto sorbire altre stupide frasi Zen. Piazzai il palmo sul muso del toro. Se mi fossi messo a pensare dove avevo infilato la mano un attimo prima, non avrei saputo se ridere o piangere.

– Guarda come si agita! – fece Adamo. – Le secrezioni della mucca fanno miracoli. Forza, torna sotto! Altrimenti qui finisce che quello spacca tutto.

Se un toro si libera dall’imbragatura, sono cavoli.

Tempo d’infilare il megapreservativo che mi trovai col fondoschiena per terra. Il bestione era tanto infoiato che era riuscito a farmi sbattere contro qualcosa: mi faceva male il viso.

– Finisco io – intervenne Adamo.

Un attimo dopo, tutto felice, mi strinse la mano. Nell’altra aveva il suo bel sacchetto di lattice pieno di sperma di toro.

 – Sei stato bravissimo: devi farci un pensiero, a veterinaria. È dura, ma come vedi poi ne vale la pena.

 Certo, come no. Mi sfilai il guanto e lo buttai nel secchio.

Adamo stava esibendo il prezioso prodotto a una tipa piccola e scattante, mai vista in azienda. Lei continuava a sorridere, ma gli occhi annoiati non seguivano le labbra, come se stesse parlando con un idiota. Aveva un viso rotondo da diva degli anni Trenta incorniciato da boccoloni biondi alla Shirley Temple.

– Chi era quella? – chiesi mentre lui camminava verso di me, ma continuava a seguire il sedere di lei.

– La nostra nuova biotecnologa. Un bel tipo, vero?  

– Se deve lavorare qui dovrà cambiare guardaroba. Tacchi e tailleur non si addicono molto all’ambiente.

– Lavorare in un’azienda zootecnica non significa per forza sporcarsi le mani. E comunque basta proteggersi, come fai tu. Ah, vedo che hai un nuovo tatuaggio.

Notai la scritta sul mio avambraccio. La frase era bella lunga.

Sii fiero della tua occupazione quanto lo è il guerriero. Entrambi avete l’immenso coraggio di compiere il vostro dovere.

Non mi ero preso l’epatite, le piattole, la peste bubbonica. No, mi ero dovuto beccare il demone più sfigato che si potesse immaginare.

***

– Sei bravissimo, Alex. Dovresti mettere su un centro tatuaggi tutto tuo.

– Ho fatto molta pratica coi maiali.

Non era una battuta. Ma lei era divertita manco fossi Checco Zalone. È confortante sapere di far ridere giusto quando si cerca di essere seri.

Per fortuna il traghetto era quasi arrivato. La solita calca di agitati pronti a scattare sulla passerella.

– La scritta è così naturale. Sembra fatta con la penna stilografica.

Magari. – Uso un tipo d’inchiostro di origine vegetale.

– Che significa?

– Che è fatto con le piante – merluzza rimbambita. 

Gettò di nuovo indietro la testa e se la rise alla grande.

– Intendevo la frase.  È tratta da un libro?

Il mio avambraccio recitava:

La buccia della mela è intatta, è bella; la rondine non l’ha assaggiata. Chiediti il perché.

– È un verso del Talmud – mentii. La sera prima avevano dato Schindler’s List sul digitale terrestre.

– Mai sentito.

Meglio, nemmeno io. – È un testo sacro indiano – fu la prima scemenza che mi venne in mente. Suppongo di aver deciso che la cosa mi avrebbe attribuito un certo fascino esotico. – Mia nonna ha passato lì molti anni. È innamorata della cultura del posto.

Figuriamoci. Lei è sempre stata un tipo da Seychelles.

– Non ho mai capito se quelli nelle riserve vivono ancora nelle tende, come ai tempi dei cowboy.

Gesù, non poteva essere vera. Sembrava uscita da una puntata delle Winx. Certo, non mi sarebbe dispiaciuto invitarla a un aperitivo. Mi diede una strana sensazione rendermi conto che sarebbe stato impossibile: come avrei potuto spiegare la prossima idiozia schiaffata sul braccio dal demone?

– E l’occhio nero? Come te lo sei fatto?

Quanto sarebbe suonato affascinante: “Sono finito con la faccia contro il testicolo di un toro?”

– Rugby.

– Giochi nel Como?

Con un tono del tipo: “Se tu sei un rugbista, io sono campionessa mondiale di prestidigitazione”.

– No. Solo qualche tiro con gli amici al campo in via Longoni. Qualche ex giocare semiprofessionista è della partita, però.

Gli altri vedono ciò che siamo. Siamo ciò che gli altri vedono in noi. 

Mi affrettai a coprire la nuova frase. Lei dovette prenderlo come un gesto di avvicinamento, perché prese la mia mano nelle sue.

– Aspettiamo che si svuoti il traghetto – disse, il tono sempre più squillante. – Intanto dammi il tuo numero, che ti mando un WhatsApp.

Ok per il cellulare, ma pensai che avremmo fatto molto più in fretta se mi avesse seguito direttamente nel mio monolocale.

– Penso che faremmo molto più in fretta se ti seguissi direttamente nel tuo monolocale – disse.

Rimasi sorpreso, giusto un attimo. Cominciavo a capire dove avrebbe potuto portarmi la mia fastidiosa possessione.

– Buttati in acqua – le chiesi.

Si alzò, in piedi sul seggiolino, e fece per scavalcare la balaustra del traghetto. Nel momento in cui lasciò la mia mano, si fermò, confusa. Veloce, le presi il polso.

– Siediti – ubbidì come una brava marionetta. – Toglimi una curiosità: perché una bellezza come te concede tutta questa confidenza a uno sconosciuto? So di non fare proprio schifo, ma non sono certo Brad Pitt. Di solito le ragazze non fanno così; almeno non con me. Perché tu sì?

– Mio padre è fallito; siamo senza soldi. Ho già in tasca il tuo portafogli.

Ci alzammo. Non sapevo cosa sarebbe successo se le avessi lasciato la mano. Non lo feci.  Fino a casa, e dopo.

Cominciai a pensare di mettere un po’ più d’impegno nel rugby.

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