INCUBUS
Buio.
Il buio era l’unica cosa riusciva a vedere davanti a sé.
Avanzò a tentoni, cercando di non inciampare.
Pian piano la luce inghiottì l’oscurità e disegnò i contorni di una stanza.
La figura si guardò intorno, alla ricerca di lei. Ancora non capiva perché avesse accettato l’incarico.
La Superiora, tuttavia, aveva insistito: lei era pericolosa, doveva essere fermata o avrebbe distrutto Savorgan.
— Ma è una ragazzina! Come può possedere un Potere così terrificante? — Pensò, mentre avanzava all’interno della stanza.
La paura di andare contro la Superiora e di disubbidire, però, era così grande che decise di scacciare quei pensieri dalla mente.
Doveva eseguire gli ordini ed evitare di farsi domande.
All’improvviso una voce riempì il silenzio di quella dimensione.
L’individuo si voltò di scatto e i suoi occhi incontrarono quelli ambrati di una ragazza. Era seduta su un'elegante poltrona di velluto rossa e tra le mani teneva una lista.
Poteva avere all’incirca la sua età. Era di statura media, dalla corporatura esile e dalla carnagione chiara. La faccia era completamente butterata dall’acne. I capelli lunghi e marroni rossicci, invece, le ricadevano sulle spalle.
L’aspetto della ragazza corrispondeva alla descrizione che la Superiora aveva fornito.
Per iniziare la procedura, però, doveva accertarsi che lei fosse veramente lei.
Doveva ottenere il suo nome.
Si avvicinò con cautela.
La ragazza continuò a guardare verso la sua direzione e indicò il foglietto che teneva tra le mani. — Nome, prego? — La sua voce era piatta, priva di una qualsiasi emozione.
Solo in quel momento, la figura si accorse di essere all’interno di un gran salone sfarzoso.
La ragazza tossì per attirare la sua attenzione. — Ebbene?
L’individuo la guardò nuovamente e rispose con la prima scusa che era apparsa nella sua mente. — Non ti ricordi di me? Giocavamo sempre insieme
Trattenne il fiato. Doveva essere convincente o lei non avrebbe mai creduto alle sue parole.
La ragazza fece una faccia confusa. Non si ricordava, ovviamente.
Con il pensiero allora creò l’immagine di due bambini che giocavano in un parco e la proiettò all’interno della stanza. La indicò col dito. — Siamo noi due!
Lei scosse la testa. — Continuo a non ricordare, mi dispiace.
Nonostante si stesse scusando, il suo volto non faceva trasparire alcun dispiacere.
— Possiamo rimediare! — esclamò la figura. — Io sono…Aren
Era una bugia. Meno informazioni vere lei possedeva, meglio era.
— Io mi chiamo Violet —.
Aren si rilassò, dal momento che i dati coincidevano, poteva iniziare.
Violet consultò la lista e scosse di nuovo il capo. — Il vostro nome non risulta nella lista. Non potete prendere il tè con noi
Aren lanciò un'occhiata verso il tavolo, completamente vuoto. — Ma…non c'è nessuno
— Come! — sbottò la ragazza, voltandosi. Sul suo viso comparve un'espressione sbigottita. Sembrava essersi accorta solamente in quell’istante che non c'era nessuno accanto a lei.
Arrendendosi all'evidenza, la ragazza si stravaccò sul divano, accartocciò la lista e la fece cadere a terra. — Se non c'è nessuno — disse. — Potete accomodarvi.
Aren si sedette accanto a lei, continuando a rivolgerle uno dei suoi migliori sorrisi.
Violet abbozzò a sua volta un piccolo sorriso, completamente ignara di ciò che le stava per accadere.
Aren appoggiò due dita sul polso sinistro della ragazza, sul quale era impresso il timbro nero. Il sorriso sulla bocca di Violet sparì all’istante.
— Cosa fate? — chiese lei.
Ma era troppo tardi.
Aren iniziò ad aspirare l’inchiostro dal timbro.
Violet provò a divincolarsi, senza ottenere grandi risultati. Aren la teneva ben stretta.
— È una ragazzina. È una mia coetanea. Potrebbe essere una mia compagna di scuola —. Quei pensieri improvvisi bloccarono Aren. Aveva la possibilità di fermarsi. Far sparire tutto. La Superiora avrebbe capito.
La codardia, però, prevalse una seconda volta.
Aumentò la pressione sulla pelle di Violet. La ragazza urlò dal dolore. Le sue grida erano agghiaccianti e riecheggiavano per tutta la sala.
Aren non aveva il coraggio di guardarla e provò a concentrarsi su altro.
Doveva farlo.
Non fu in grado, tuttavia, di frenare le lacrime che colmavano i suoi occhi. Non voleva fare del male a nessuno. Non voleva essere crudele.
Lasciò bruscamente la presa sul polso di Violet e si guardò le mani. Le sue dita aveva assunto un colorito violaceo. — Che cosa ho fatto? — pensò, prima di guardare la ragazza.
Il corpo di Violet era in preda a spasmi e il suo polso era gonfio e livido.
Aren iniziò a piangere. — Perdonami Violet. Mi hanno costretto
— Che cosa sei? — domandò lei, con voce tremante. I suoi occhi ambrati erano colmi di terrore.
"Un mostro" rispose Aren dentro la sua testa. "Ecco che cosa sono."
In quell’istante, la stanza iniziò a tremare. Violet si stava svegliando.
— Che cosa sei? — ripeté Violet, stringendosi il polso.
Tutti gli oggetti presenti nella stanza sembrarono animarsi.
— N.…non lo so — mormorò tra i singhiozzi.
Il grande lampadario sopra la sua testa iniziò ad oscillare pericolosamente.
Doveva andare.
Violet non avrebbe ricordato il loro incontro e ciò che le aveva fatto. Avrebbe dimenticato il suo volto e la sua voce.
Nonostante quelle rassicurazioni, Aren sapeva che ciò che aveva compiuto quella notte avrebbe macchiato il suo essere per sempre.
L'unica cosa che poteva fare era sperare che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrebbe vista.
Batté le mani. La stanza e Violet sparirono dinanzi ai suoi occhi orlati di lacrime.
Poi restò per un po’ al buio, ad ascoltare nel silenzio i suoi singhiozzi.
CAPITOLO 1
La pioggia batteva contro la finestra. Dentro casa rimbombava solamente quel suono incessante.
Violet aprì gli occhi, ancora lucidi.
Le capitava spesso di svegliarsi e ritrovarsi con gli occhi pieni di lacrime.
Ne aveva parlato più volte con sua madre, che aveva ipotizzato fossero una reazione inconscia a ciò che sognava durante la notte.
— Probabile — aveva pensato. — Ma cosa sogno?
Appena si svegliava, spariva ogni ricordo.
L'unico dettaglio che le rimaneva impresso era un intenso bagliore azzurro.
Scosse il capo, cercando di allontanare quei pensieri dalla mente.
Si alzò lentamente e si diresse in cucina. Passò per il soggiorno e diede una carezza ad Albert, il suo soriano sovrappeso, che stava ronfando sopra il sofà.
Oltre a loro due, non c'era nessuno. I suoi genitori erano già usciti.
Entrò in cucina. La casa era silenziosa. Udiva solamente il ticchettio dell’orologio e il battere della pioggia sull’asfalto.
Notò un foglietto attaccato al frigorifero:
— Il pranzo è già pronto, lo trovi dentro il frigo. Ricordati di andare a casa di Miss Tempest alle quattro per il giorno di prova!! Buona fortuna!
Mamma.
Miss Tempest.
Se n’era completamente scordata.
Sua madre aveva convinto Miss Tempest a concederle un giorno di prova come tutor dei suoi figli. La donna avrebbe deciso poi se assumerla.
Violet non si capacitava ancora di come sua madre fosse riuscita a parlare con lei.
Miss Tempest apparteneva alla famiglia più potente di Savorgan. Tra i poteri posseduti dai Tempest c’era quello del — Viaggio —. I Viaggiatori potevano viaggiare nel tempo e nello spazio. Erano riconoscibili per i loro occhi. Soffrivano tutti di eterocromia.
Dopo la scomparsa di Deneb Tempest, nessun’altra persona aveva acquisito il potere del Viaggio. Nonostante ciò, la famiglia Tempest continuava ad esercitare una grande influenza all’interno della società.
Violet sbuffò, frustrata.
Non avrebbe mai ottenuto quel lavoro. Abitava nel quartiere più periferico di Savorgan, la capitale di una delle regioni di Babet. E per di più, il suo Potere non si era ancora manifestato.
La società di Savorgan si basava sul Potere posseduto dai membri di una famiglia. Maggiore era il Potere, maggiore era la posizione all’interno della società.
Ogni abitante di Babet aveva un piccolo timbro nero stampato sulla pelle per identificare il Potere che possedeva.
Di solito il Potere si presentava al compimento degli undici anni e i Savorganiani imparavano a destreggiarlo col tempo.
Violet guardò il timbro sbiadito sulla sua pelle.
Il suo Potere non si era mai manifestato. Era una Senza Poteri, paragonabile ad una Terrestre.
Essere terrestri a Savorgan era considerato un crimine. Il sovrano in carica, Re Lius II, nutriva un odio profondo verso la Terra ed era stato l’artefice di molte persecuzioni contro i Terrestri che abitavano a Babet.
Per proteggerla, i suoi genitori avevano fatto sparire ogni sua traccia. I vicini, i suoi compagni di scuola e le persone che la conoscevano pensavano fosse morta.
Non esisteva più per Savorgan, il suo nome non configurava più da nessuna parte. Era diventata invisibile e doveva rimanere come tale. Se le autorità avessero scoperto la sua esistenza, sarebbe stata arrestata.
Per questo motivo Violet non andava più a scuola. Suo padre, un docente di letteratura, le insegnava tutto ciò che doveva sapere.
Violet passava le sue giornate dentro casa a studiare e a leggere fino a farsi venire il mal di testa. Usciva di rado e quando lo faceva, doveva percorrere solo le strade secondarie e tenere la testa bassa e il viso coperto. Nessuno doveva riconoscerla.
Nessuno doveva accorgersi di lei.
Scostò la tenda della finestra che dava sulla strada. Vide un gruppo di ragazzi correre sotto la pioggia. Le loro risate riecheggiavano fin dentro casa. Sembravano felici.
Una domanda si fece strada nella sua testa.
— Cosa significa essere liberi?
Violet non fu in grado di darsi una risposta.
Le ore passarono in fretta. Scelse accuratamente i vestiti da indossare e riempì una borsa di lino con i libri di testo.
— Sempre se verrò assunta — pensò.
Lei poteva solamente lavorare in nero. Miss Tempest non avrebbe mai corso un tale rischio per una come lei.
Quando Violet uscì di casa, la pioggia era cessata da poco. L’aria era fresca e frizzante. Un leggero venticello le scompigliò i capelli.
Seguì le indicazioni che sua madre le aveva dato, raggiunse la casa di Miss Tempest, nel pieno centro di Savorgan, dopo un’ora di camminata.
Era troppo pericoloso utilizzare i trasporti pubblici.
Appena vide la casa, strabuzzò gli occhi. L'abitacolo era così piccolo e angusto che pensò che sua madre si fosse sbagliata. I Tempest vivevano nel lusso più sfrenato.
Forse non aveva seguito abbastanza bene le indicazioni di sua madre.
Bussò alla porta titubante. Una bambina venne ad aprirle. Aveva all’incirca cinque anni, la carnagione scura, il volto rotondo e privo di imperfezioni, due grandi occhi neri, un piccolo naso all'insù e un cespuglio di ricci scuri.
La bambina si rifugiò dietro la porta.
— Em…ciao — balbettò Violet. — È la casa di Miss Cassiopea Tempest? Sono la tutor…in prova
La bambina continuava a guardarla. Violet riuscì a scorgere una grande paura dentro i suoi occhi.
Stava per dire qualcosa quando scorse una figura dietro la piccola.
Era un ragazzo. Dimostrava all'incirca vent’anni. Era alto, dalla corporatura atletica. Aveva un volto angelico e la pelle chiara, ricoperta da piccole lentiggini.
Il ragazzo si passò una mano tra i capelli fulvi. — Buon pomeriggio, Miss. Siete la tutor?
Violet annuì, cercando di mantenere un’espressione sicura.
Il giovane la invitò ad entrare.
Appena mise piede oltre la porta d’ingresso, Violet rimase pietrificata.
L’entrata era immensa e arredata con mobili prestigiosi. I muri erano tappezzati da carta da parati dorata, ai soffitti erano appesi lampadari di cristallo e i pavimenti di marmo erano così lucidi da risplendere.
Com’era possibile?
Poi Violet ricordò che, tra i poteri posseduti dai Tempest, c’era quello di creare delle illusioni all’interno dello spazio.
Il ragazzo e la bambina la guidarono lungo un intricato labirinto di corridoi completamente identici. Violet osservava rapita ogni ambiente. Le sembrava di essere all'interno di un sogno.
La voce del ragazzo la distolse dai suoi pensieri.
— Io sono Cyrus e lei è Zaira. — I suoi occhi si posarono prima sulla bambina e poi su di lei. — Voi come vi chiamate?
— Violet
La voce le era uscita come un flebile sussurro, quasi avesse paura di essere udita. Era da anni, d’altronde, che non parlava con qualcuno che non fossero sua madre o suo padre. Doveva ancora abituarsi all’idea di essere fuori casa e di poter parlare con altre persone.
Cyrus e Zaira l’accompagnarono sino ad una grande porta a doppio battente. Il ragazzo l’aprì e le fece cenno di seguirli.
Violet entrò, ritrovandosi dentro un salone ampio, a pianta quadrata. Di fronte a lei c’era un grande camino di mattoni sormontato da uno specchio. Al centro della stanza c’erano un tappetto e, ai lati, due divani di velluto verdi.
Solo in quel momento si accorse della presenza di quattro ragazzi. E la stavano tutti guardando.
Abbassò gli occhi. Era la prima volta dopo anni che vedeva così tante persone nella stessa stanza.
Era terrificante.
Cyrus e Zaira andarono a sedersi vicino agli altri ragazzi.
Si accorse di quanto i ragazzi fossero esteticamente diversi l’uno dall’altro. Erano davvero fratelli?
— Siete arrivata! — esclamò una voce.
Violet si voltò. Era stata una signora bassa e dalla corporatura esile a parlare.
Miss Tempest.
Era completamente diversa da come l'aveva immaginata. Era giovane e avvenente, portava gli occhiali e indossava un semplice abito blu. I suoi capelli castani erano raccolti in uno chignon alto e tra le mani teneva un antico orologio da taschino.
— Sì, in ritardo — commentò un’altra voce.
Proveniva da una ragazza bionda, seduta all’incontrario sul divano. I suoi occhi blu la stavano squadrando con cattiveria.
— Perdonate se vi ho fatto aspettare Miss Tempest — si scusò. — Abito molto lontano e.…
— Non preoccupatevi, non eravate affatto in ritardo — la interruppe la donna. — Gradite qualcosa da mangiare?
Violet scosse la testa. Non riusciva a parlare. L’ansia le aveva tagliato le corde vocali.
Miss Tempest le rivolse un ampio sorriso. Un sorriso sincero.
La donna guardò i sei ragazzi seduti sul divano e il suo sorriso divenne ancora più ampio. — Loro sono i miei figli —.
— Piacere di conoscervi — gracchiò Violet, cercando di sorridere il più possibile. — Sono Violet
Una ragazza bassa e minuta si alzò dal divano. I suoi capelli castani erano raccolti in uno chignon maestoso e le labbra erano colorate da un rossetto rosso. La luce colpì il suo abito paillettato che proiettò dei pallini dorati sulle pareti della stanza.
— Sono Elisa Tempest, la stella nascente di Savorgan. Sono una cantante lirica professionista…
— Ma smettila — la fermò un’altra ragazza. Il suo volto era nascosto dietro un volume di geografia. — Non sei una cantante professionista
— Betty — sibilò Elisa — La prossima volta che mi interromperai, giuro che…
Miss Tempest spalancò le braccia. — Elisabetta. Non durante il primo giorno! — Si voltò verso Violet e scosse la testa. — Vi prego di non fare caso a loro due
— Non…non vi preoccupate — balbettò, imbarazzata. Non capiva le dinamiche tra fratelli in quanto non ne aveva mai avuto uno.
La ragazza che aveva avuto il battibecco con Elisa chiuse il libro, rivelando il suo volto. Era identica ad Elisa.
— Io sono Bettina, ma preferisco essere chiamata Betta
Il ragazzo accanto a Bettina si alzò e si piegò in un rapido inchino.
— Io mi chiamo Mahiro. È un piacere fare la vostra conoscenza signorina Violet
Violet lo guardò confusa. Nessuno si era mai inchinato davanti a lei.
— Sì…anche per me —.
I suoi occhi passarono automaticamente ad osservare la ragazza bionda. Aveva le braccia conserte e la sua bocca sembrava sigillata con un lucchetto.
Violet comprese che non fosse molto incline alla conversazione.
— Questa giovane cocciuta è Alice — disse Miss Tempest, mentre lanciava alla figlia un’occhiata di rimprovero. — All’appello manca solamente Gaston. È in camera sua, intento a concludere un esperimento. Sono sicura che riuscirete ad incontrarlo più tardi
Violet si limitò a sorridere.
Miss Tempest si avvicinò alla porta, tenendo per mano Zaira.
— Seguitemi, vi mostro la casa
Violet la fissò, confusa. — Ma non dovremmo parlare del posto di lavoro…mostrarvi le mie credenziali?
Miss Tempest la invitò ad uscire dal salone. — Non è necessario, siete già assunta
— Ma…ma siete a conoscenza del…come? — borbottò sconcertata, dopo aver raggiunto il corridoio.
Miss Tempest e Zaira iniziarono ad incamminarsi. Violet andò dietro a loro.
— Vostra madre mi ha parlato bene di voi, mi fido della sua parola e ho deciso di assumervi — spiegò Cassiopea. — Sono al corrente della vostra situazione e ho deciso di offrirvi un lavoro. Inizierete questo fine settimana
Violet non capiva. — Anche i vostri figli ne sono a conoscenza?
— No, starà a voi decidere se dirglielo
Violet dentro di sé tirò un sospiro di sollievo. Meno gente sapeva del suo stato meglio era.
— Come conoscete mia madre? — domandò, cambiando argomento.
Miss Tempest sorrise. — Iris è la fioraia più brillante di tutta Savorgan. Con le sue mani crea capolavori. Ho avuto la fortuna di conversare con lei più volte
— Io…non ho parole per descrivervi la mia gratitudine
— Vostra madre ha acconsentito anche al vostro trasferimento qui
L’umore di Violet cambiò improvvisamente. Trasferirsi in quella casa? Vivere insieme ad altre sette persone? Sua madre non le aveva detto niente.
— Perdonatemi, ma mia madre non aveva mai accennato ad alcun trasferimento
Odiava quando prendeva decisioni al suo posto.
— La scelta è vostra — disse Miss Tempest, prima di entrare dentro la cucina.
Cassiopea le mostrò tutte le stanze della casa. Il tour non durò molto. La casa modificava e accorciava le distanze in base ad un rigido criterio architettonico. Spostarsi all’interno della casa risultava così più facile e veloce. Violet era riuscita a contare otto camere da letto, di cui una padronale, quattro salotti, sette bagni, cinque cabine armadio, tre biblioteche, una lavanderia, due terrazzi, due cortili, una cucina e una grande sala da pranzo.
Miss Tempest lasciò la stanza destinata a lei per ultima.
Mentre si dirigevano verso la sua camera, l’attenzione di Violet venne attirata da una porta nascosta dalla tappezzeria. Non possedeva alcuna maniglia ed era così ben mimetizzata che a stento era riuscita a notarla.
La osservò per qualche secondo, cercando di indovinare a che cosa potesse servire o dove potesse condurre. Poi, si affrettò a seguire Miss Tempest e Zaira ed evitò di fare domande, per non risultare indiscreta.
Raggiunsero la stanza poco dopo e Miss Tempest la fece entrare per prima.
Violet si ritrovò dentro un ambiente piccolo, ma accogliente. Una luce calda proveniva dalla finestra, posta nel lato nord della camera.
Si appoggiò al davanzale e osservò la visuale. La stanza dava sul cortile della casa e su un piccolo scorcio di Savorgan.
Tornò a contemplare l’interno. I mobili erano chiari e semplici. C’erano una scrivania, una sedia, un letto singolo, un comodino, una piccola libreria, una cassettiera e uno specchio.
Era tutto ordinato, proprio come piaceva a lei.
— Vi piace? — chiese Miss Tempest. — Se accetterete di trasferirvi, potrete scegliere le decorazioni, le colorazioni e il mobilio. Potrei anche ampliare lo spazio o aumentare il numero di finestre.
Violet annuì e raggiunse la donna fuori dalla stanza.
— Rifletterò sulla vostra offerta e vi darò una risposta il prima possibile
Miss Tempest sorrise e si avviò verso la porta d’ingresso. — Attenderò con ansia la vostra decisione allora
Violet salutò la signora e la piccola Zaira ed uscì dalla casa. Rimase nel portico per qualche istante, ad ascoltare il fruscio del vento. Un sorriso spuntò sulle sue labbra.
Era dinanzi ad un vero e proprio nuovo inizio.
Ebook disponibile
Acquistalo subito su uno dei seguenti negozi online:






Aggiungi un commento
Fai login per commentare
Login DelosID