La città perduta del dio scimmia – Il mio viaggio sulle tracce di una civiltà senza nome (The Lost City of the Monkey God: A True Story) di Douglas Preston non è un libro solo, ma vari libri in uno. 

Nasce dalla raccolta di diversi articoli e diverse esperienze dell'autore, giornalista e famoso come co-autore di thriller con Lincoln Child, in merito alla vicenda della Città Bianca, un sito archeologico scoperto pochi anni fa in Honduras.

Sono tante le cose che il libro racconta. Innanzitutto di come di una mitica città, detta del Dio Scimmia, si sia favoleggiato per anni, anche millantando di averne trovato tracce, ma anche di come si è arrivati a individuare la zona in cui comunque qualcosa si supponeva potesse esserci, incrociando tra loro diverse fonti.

Poi c'è il racconto della sfida tecnologica di usare una tecnologia chiamata LIDAR (Light Detection and Ranging) che utilizza i laser per calcolare la distanza di un oggetto. Un sistema usato in passato per scopi molto diversi dall'esplorazione del suolo, come la calcolare la distanza della Terra dalla Luna, ma che nelle sue versioni più avanzate ha consentito di scoprire dall'alto siti archeologici e strutture invisibili altrimenti da Terra.

Ma dopo l'esplorazione dall'alto, a scavare ci devono andare gli uomini, trovandosi ad affrontare una delle zone più inospitali del pianeta, non solo per il clima ma anche per la presenza di animali letali, insetti portatori di possibili malattie, sabbie mobili, tra gli altri. A questi pericoli si aggiunge il possibile disturbo arrecato a chi usa l'impenetrabilità della giungla honduregna per il traffico di droga, o chi la disbosca in modo indiscriminato per utilizzare i territori per coltivazioni o allevamenti di bestiame.

Ma non si ferma qui, perché anche il dopo missione ha la sua buona dose di tensione, perché i componenti della spedizione si troveranno a fronteggiare le conseguenze di una malattia letale trasmessa dai parassiti contratti nella giungla. Questo dà l’occasione di riflettere sul sistema sanitario statunitense; sulle condizioni di vita nel Terzo Mondo; su cosa può avere provocato l’abbandono della città nella giungla intorno al 1500 D.C.  da parte dei suoi misteriosi abitanti, mentre i primi europei sbarcati nel Nuovo Mondo si stavano ancora guardando intorno; concludendo su possibili e apocalittici scenari per la nostra civiltà.

Trasversale al racconto delle vicende correnti c’è anche l’inquadramento storico che Preston evoca con efficacia, per farci comprendere il contesto socio politico in cui la spedizione si è mossa.

Preston non inventa nulla, non aggiunge una struttura narrativa a posteriori, ma si basa sugli appunti, scritti, audio e video che prendeva man mano che viveva le vicende narrate nel libro. Compie delle estrapolazioni, fa delle sue considerazioni ed esprime dei pareri, ma  con un meticoloso lavoro rispettoso della deontologia giornalistica riporta pareri anche diversi, discordanti tra loro e dal suo, e documenta le sue fonti su tutte le questioni che tratta. 

Il libro si avvale inoltre di foto a colori che supportano la narrazione, inserite al momento giusto, perché la fantasia del lettore non sminuisca o non enfatizzi quanto appena descritto.

Al di là quindi del titolo da romanzo avventuroso d’epoca coloniale (sia sul termine Città Perduta che su Dio Scimmia si riflette anche nel libro), La città perduta del dio scimmia è sia il racconto di un’esperienza vera ma che sembra tratta da un film o un romanzo, ma anche un saggio appassionante e pieno di spunti su svariati e complessi argomenti, da approfondire con la bibliografia in coda al libro.