Introduzione
Mettiamo subito in chiaro che non esiste alcuna Storia Originale di Re Artù.
Il modo migliore per immaginare il ciclo di opere è quella di un universo condiviso tra più autori di fanfiction, a cui manca l’opera originale.
Le storie col passare dei secoli sono cresciute, si sono arricchite, si sono incrociate tra di loro, imprestandosi (o rubando) episodi e nomi. Come tale le storie sono piene di ripetizioni e inconsistenze. O, volendo vederla in maniera più poetica, echi e riflessi.
Questa incertezza si riflette anche sulle origini di Excalibur e della Spada nella Roccia.
Le fonti
Andando in ordine più o meno cronologico, la prima citazione di Artù l’abbiamo nel Y Gododdin (poema in lingua gallese VII-XI secolo), dove l’eroe è un grande guerriero e niente di più.
La Historia Brittonum attribuita a Nennio (circa 830, in latino) presenta Artù come dux bellorum. Non si dà importanza alla spada ma allo scudo del condottiero, sul quale è riprodotta un’immagine della Vergine Maria.
Il Preiddeu Annwfn è un poema (900 AD circa, in antico gallese), nel quale Artù viaggia nell'Aldilà aiutato da una spada luminosa. Il testo è criptico e di difficile traduzione, ma presenta una caratteristica (la luminosità) in comune con almeno un'altra spada di Artù.
Gli Annales Cambriae (seconda metà X secolo) dicono solamente che Artù combatté i Sassoni portando una croce sulle spalle.
Nel racconto Culhwch e Olwen (XI-XII secolo, in medio gallese) incluso nel Mabinogion, appare la spada Caledfwlch da cui si ritiene che derivi il termine Excalibur (e varianti assorte). A sua volta si suppone che Caledfwlch sia connessa con la spada della mitologia irlandese Caladbolg. Nel testo vengono inoltre citati altri oggetti appartenenti ad Artù: la lancia Rhongomiant, lo scudo Wynebgwrthucher e il coltello Carnwennan. Sempre nel Mabinogion è incluso Il Sogno di Rhonabwy dove si descrive l'elsa della spada di Artù come "scolpita con due serpenti dalle cui fauci sembravano esplodere due fiamme di fuoco quando venne sguainata"
Goffredo di Monmouth con la sua Historia Regum Britanniae (1136, in latino, ma Goffredo dice di aver tradotto da un liber vetustissimus in gaelico), è la base di tutte le successive leggende arturiane, visto che introduce per primo Artù come Re figlio di Uther Pendragon e il personaggio di Merlino. La spada si chiama Caliburnus, ed è stata forgiata sull'Isola di Avalon. Caliburnus dovrebbe essere la latinizzazione di Caledfwlch, ma sembrerebbe derivare dal termine latino chalyb (acciaio) che a sua volta deriva dalla popolazione anatolica dei Calibi, inventori della siderurgia. Nella descrizione di Artù si includono la sua lancia Ron e lo scudo Pridwen (sul quale si trova sempre la Vergine Maria). Nell'altrimenti criptico Preiddeu Annwfn Pridwen è invece la nave usata da Artù per i suoi viaggi, tanto per dire come certi nomi potevano essere riciclati in altri contesti.
Geoffrey Gaimar, nella sua raccolta di cronache Estoire des Engleis (1134–1140, in antico francese), nomina Artù e la sua spada Caliburc.
Il Roman de Brut di Robert Wace (1150-1155, in francese antico) è il testo più antico nel quale viene citata la Tavola Rotonda. Qui la spada di Artù viene chiamata Caliburn, Chaliburne, Caliburne, Calibuerne, Calabrum, Callibourc, Calabrun, Chalabrun, Escalibor, Calibore, Callibor, Caliborne, Calliborc e Escallibore (a seconda del verso e del manoscritto) ma non vengono forniti altri dettagli. Nel 1215 questa opera viene tradotta in inglese medio da Layamon, che aggiunge il fatto che la spada Caliburn possiede proprietà magiche, senza però specificare quali.
Piccola nota la cui rilevanza risulterà chiara più avanti: alla fine del Brut Artù sogna che Caliburn è del cavaliere Gawain, e che ne rientra in possesso quando il cavaliere è ucciso da Mordred.
Nel Perceval di Chrétien de Troyes (1175-1190) Artù impresta al cavaliere Gawain la spada Escalibor, "capace di tagliare il ferro come il legno", quando questi deve combattere contro l'invincibile Riche Soldoier. Gawain si tiene la spada, tanto che più avanti nel Perceval la usa per difendersi dagli abitanti di Escavalon.
Fino ad ora nessuno ha scritto di una spada nella roccia. Il primo a farlo è Robert de Boron nel suo Merlino (1195–1210, in francese antico). Prima di lui Artù diventava Re semplicemente perché figlio di Uther Pendragon, senza necessità di prove di forza o test magici. De Boron non dà alla spada alcun nome. Tra l'altro non è nemmeno una spada nella roccia, ma una spada in una incudine sopra una roccia. Roccia, incudine e spada sarebbero apparse misteriosamente nel cortile della cattedrale di Logres dopo la Messa di Natale. Artù è l’unico capace di estrarre la spada, cosa che deve ripetere a distanza di tempo in occasione delle maggiori feste religiose, fino alle Pentecoste quando si ammette che sì, forse Artù potrebbe essere il Re.
Solo nel Perceval de Didot attribuito a de Boron la spada di Artù viene chiamata "Escalibor(c)", senza però ulteriori dettagli.
Nel Guiron le Courtois Artù impresta la sua spada Escalibor a Meliadus, padre di Tristano, per usarla in duello contro Arioham dei Sassoni.
Nel Ciclo della Volgata (noto anche come Lancillotto in Prosa, inizio XIII secolo, forse circa 1215-1235, in francese antico) Escalibor è di nuovo la spada di Gawain mentre Artù possiede Seure (aka Sequence o Secanece), che però consegna a Lancillotto.
Poco da dire: Artù sembra letteralmente attirare le spade, e non ha problema a regalarle ai suoi cavalieri. Invece non è specificato come Gawain sia entrato in possesso di Escalibor, anche se in un episodio della storia si impossessa della spada di un nemico, spada definita "la miglior spada". Non basta: nella storia appare anche una "Vergine della Spada" alla quale Gawain prende l'arma per mandarla alla corte di Artù… ma non al Re, al cavaliere Ettore.
Nella Queste del Saint Graal ci viene presentata una variante della Spada nella Roccia. Poco prima che Galahad venga introdotto a corte, una misteriosa pietra scende lungo il fiume per fermarsi a Camelot. Conficcata nella pietra c'è una spada, e sulla pietra c'è un'iscrizione che dichiara che la spada può essere estratta solo dal "miglior cavaliere del mondo", in questo caso Galahad.
In La Mort le Roi Artu Escalibor ritorna a essere proprietà di Artù che alla sua morte chiede prima che venga data a Lancillotto, e subito dopo che venga gettata nel lago, dove una mano emerge per prenderla. Può sembrare strano questo cambio di idea da parte del Re, ma si ricorda che Lancillotto era detto “del Lago” perché allevato dalla Dama del Lago: più o meno la spada resta “in famiglia”.
Il Ciclo della Volgata include anche il "Seguito del Merlino", sequel della Storia di Merlino a sua volta adattata da quella di de Boron. Qua viene scritto per la prima volta che la spada nella roccia ed Escalibor sono la stessa spada, che getta una forte luce quando sguainata. Questa spada viene poi data a Gawain.
In questo sequel troviamo anche la spada Marmyadose forgiata dal dio Vulcano, posseduta da Ercole e che Artù prende da Re Rience nella battaglia di Aneblayse. Questa spada ha le stesse identiche caratteristiche di Escalibor, tanto che si pensa che l’autore volesse sostituire l’Excalibur (dalla storia confusa) con una dal pedigree migliore.
Il Seguito di Merlino è comunque poi contraddetto dalla Suite du Merlin, dove Artù distrugge la Spada estratta dalla Roccia in un combattimento e solo dopo acquisisce Escalibor. Questa versione della storia viene ripresa da Malory come vedremo tra poco.
In Le Chevalier du Papegau, (XIV-XV secolo) Artù è un cavaliere errante accompagnato da un pappagallo parlante, e la sua spada è chiamata Chastiefol, Castigamatti. Questa spada non ha poteri magici ma viene usata da Artù per imporre giustizia e punire i cattivi. Insomma Artù come The Punisher.
Nell’Alliterative Morte Arthure (1400, in inglese medio) le spade di Artù sono due, Caliburn e Clarent. Artù ha ereditato quest'ultima dal padre Uther Pendragon, e usa questa spada solo per nominare cavalieri e altre cerimonie ufficiali. È la spada che gli viene rubata da Mordred che la userà per il colpo fatale diretto al nostro eroe. Non c’è l’episodio della Spada nella Roccia, ma essendo connessa con l’eredità regale di Artù, possiamo vedere Clarent come sua sostituta.
Thomas Malory per il suo Le Morte d'Arthur (1485) raccolse e unì un certo numero di storie differenti cercando di creare una narrazione unitaria.
Artù estrae la spada nella roccia per la prima volta nel capitolo 1.V (e lo fa ripetutamente nel capitolo VI), su "sfida" dell'arcivescovo di Canterbury. La roccia con la spada si troverebbe fuori dalla chiesa. Qua alla spada non viene dato alcun nome. Il suo tratto "magico" è quello di abbagliare i nemici.
Nel capitolo 1.XXV Merlino porta Artù dalla Dama del Lago perché ha bisogno di una spada, dato che la sua si era rotta in battaglia: cosa successa nel capitolo 1.XXIII, anche se non viene specificato QUALE spada gli si sia rotta.
La Dama del Lago chiama esplicitamente la spada che gli dona Excalibur. Curiosamente non è la spada ad avere proprietà magiche, ma il fodero, capace di proteggere il proprietario da ferite mortali.
Ora, nel capitolo 1.IX (ben prima quindi dell'incontro con la Dama del Lago) Mallory scrive che Artù sfodera "Excalibur", e che con questa acceca i nemici.
Che fossero due le spade Excalibur? O semplice confusione da parte di Mallory? Le opinioni degli studiosi divergono. C'è chi dice che Excalibur era il nome di entrambe le spade, chi dice che la prima (quella nella roccia) si chiamava Calibur e che quella della Dama del Lago era ExCalibur (Ex nel senso di "quella dopo Calibur"). Infine c'è chi fa notare che Malory ha cucito assieme tradizioni diverse cercando di fare meno danni possibili, e che questo Excalibur al capitolo 1.IX sia dove si vede una delle cuciture.
Tra l'altro viene anche esplicitato che questa Excalibur in 1.IX viene estratta solo quando l'ALTRA spada di Artù risulta inefficacie. Quale sia questa ALTRA spada non viene specificato, ma andando per esclusione potrebbe essere proprio quella nella Roccia.
Per aumentare la confusione, nel capitolo 2.I si ha una ripetizione della storia della spada nella roccia, solo che questa volta la spada deve essere estratta dal fodero. La sfida parte da una damigella di Lady Lile D'Avilon. Solo il cavaliere Balin ci riesce. Ma non viene mai specificato di quale spada si tratti.
Non è ancora finita!
In 2.II la Dama del Lago va a trovare Artù nel suo castello e gli chiede quanto dovuto per la sua spada. Artù non so se vuole fare lo gnorri o se fa confusione pure lui con tutte le spade che ha, ma fatto sta che chiede "come si chiama la spada che mi hai regalato?" e la Dama gli dice: "Excalibur".
La Dama del Lago vuole la testa di Balin e/o della damigella (per tutta una serie di motivi di vendetta qua irrilevanti). L’episodio finisce con Balin che decapita la Dama del Lago. Ma niente paura: ricompare più avanti viva e vegeta.
In punto di morte Artù chiede che Excalibur sia gettata nel Lago. Dopo una certa esitazione Sir Bedivere obbedisce: una mano esce dal lago e afferra la spada.
Errore di Malory a parte (o forse a causa di questo), a un certo punto si è iniziato a identificare Excalibur con la Spada nella Roccia, cercando di far combaciare la storia con quella della Dama del Lago. Fino a raggiungere la soluzione complicata ma elegante del film Excalibur del 1981, dove Excalibur è la spada data dalla Dama del Lago a Uther Pendragon, che la pianta nella roccia per venire poi estratta da Artù. Questa spada viene spezzata da Artù e riforgiata dalla Dama del Lago, alla quale ritorna dopo la morte del Re per mano di Percival.
La spada nella roccia
Ma come è venuto in mente a Robert de Boron la prova di estrarre una spada da una roccia per diventare Re?
Gli studiosi hanno cercato antecedenti a questo episodio. Da quello che ho trovato si possono intuire tre “genealogie”.
Tradizione europea
Chrétien de Troyes nel suo Le Chevalier de la Charrette (scritto tra il 1159 e 1181) Lancellotto solleva un enorme masso che chiude una tomba. Sopra l'ingresso c'è scritto che chiunque riuscisse a sollevare il masso sarà destinato a salvare i nobili di Logres tenuti prigionieri a Gorre (inclusa Ginevra ;-) )
Si narra che San Galgano (1150-1180) abbia piantato la sua spada in una roccia come gesto di rinuncia definitiva alla vita di cavaliere. La spada è ancora visibile nella cappella omonima nel comune di Chiusdino in provincia di Siena.
Sia nella Vita Beati Edwardi di Osberto da Westminster (1138) che nel suo remake Vita Sancti Edwardi di Aelredo di Rievaulx (1161), viene raccontato del Vescovo Wulfstan di Worcester. Quando l'arcivescovo di Canterbury vuole toglierli il vescovato, Wulfstan pianta il suo bastone pastorale nella tomba di Re Edoardo sfidando chiunque a estrarla. Nessuno ce la fa, a parte Wulfstan che può così conservare la carica, avendo dimostrato che gli è stata data e confermata dal Re e da Dio.
In Beowulf (700-1000 AD, antico inglese) l'eponimo protagonista entra nel mondo sotterraneo della Madre di Grendel. La sua spada Hrunting è inutile contro il mostro e l'eroe deve usare una spada gigante (che solo lui può brandire) trovata sul posto per uccidere la creatura. La spada gigante viene descritta come "luminosa" ricordando la Spada nella Roccia di de Boron. Manco a farlo apposta anche Beowulf viene associato all'Orso (Bee-Wulf, Orso-lupo, per non farsi mancare niente) proprio come Artù il cui nome potrebbe derivare da due parole celtiche: artos ("orso") e viros ("uomo").
Plutarco nelle sue Vite Parallele (II sec. AD) narra della prova alla quale fu sottoposto Teseo per provare la sua nobiltà: sollevare una grande roccia sotto la quale si trovano la spada e i sandali di suo padre.
Nell'Eneide (I sec AC) la Sibilla dice a Enea che per entrare nel regno dei morti deve acquisire un ramo d'oro. Solo se le Parche approveranno il viaggio allora il ramo si spezzerà facilmente nelle sue mani: "“si te fata vocant".
Cosa hanno in comune questi episodi? L’eroe è predestinato a estrarre/muovere una spada (o un altro oggetto, come una pietra o un ramo d’oro) per dimostrare di meritare la sua eredità. La prova è spesso connessa con il mondo sotterraneo dei morti (motivo per il quale si considerano sia Lancillotto che Enea), tanto che ci si chiede come mai questo elemento non sia presente nel caso di Artù. Probabilmente de Boron aveva una diversa sensibilità cristiana e vedeva i riferimenti ctoni troppo pagani, preferendo associare l’evento alle feste religiose (da Natale alle Pentecoste).
Tradizione nordica
Le fonti nordiche scritte di episodi simili a quello della spada nella roccia sono posteriori a de Boron, ma si suppone che siano trascrizioni di storie orali più antiche.
Nella Saga dei Völsungar (tardo XIII secolo) il dio Odino pianta una spada in un albero e dichiara che l'arma sarà un dono per chi riuscirà a estrarla. Ce la fa Sigmundr, figlio di Re Volsungr, dando però il via alla serie di faide con Siggeir. L'eroe tenta poi di colpire Odino con la spada, ma l'arma si spezza in due. Riforgiata viene ora chiamata Gramr ed è quella con la quale Sigurdhr uccide il drago Fafnir.
Aggiungiamo anche che l'albero nel quale viene infilata la spada è il Barnstokkr che sorge al centro della sala del Re, e le cui fronde escono dal tetto del palazzo, e che potrebbe essere un simbolo dell'Yggdrasil. Aggiungiamo anche che l'episodio avviene durante il banchetto per le nozze tra la figlia del Re e Siggeir, e che numerose tradizioni nuziali nordiche includono alberi e spade.
Mettendo assieme tutto questo sembrerebbe che la spada infilata nell'albero facesse parte di un rito della fertilità, e che Sigmundr estraendola al posto del legittimo sposo abbia sconvolto l'ordine rituale del matrimonio. Non per niente Sigmundr e sua sorella avranno un figlio frutto del loro incesto, Sinfjötli. Incredibilmente i conti tornano.
Nella Saga di Hrólfr (XIV secolo) abbiamo ben tre armi piantate nella roccia in una caverna: una spada corta, un'ascia e una spada. Le armi sono state lasciate lì dall'Uomo-Orso Björn come prova per i suoi figli. È Böðvarr a estrarre la spada. Questa spada ha la caratteristica che può essere usata solo tre volte. Böðvarr è anch'egli un uomo-orso capace di trasformarsi in un orso.
Altre saghe narrano di eroi ed eroine che entrano nelle tombe di Re o loro antenati per prendere le spade dai cadaveri. E ricordiamo che anche la spada di Orlando poté essere presa dal corpo del cavaliere solo dal Re, e solo dopo una preghiera.
La tradizione nordica quindi da un lato ci suggerisce il richiamo a riti della fertilità, dall’altro a un viaggio nell’aldilà o più materialmente in una tomba per recuperare la spada di un antennato, a significare di essere degni di quella eredità (materiale e spirituale). Un’idea non molto diversa da quella suggerita dalla tradizione europea.
Questi due aspetti non sono veramente distinti, considerato che molte divinità antiche erano sia della fertilità che della guerra.
Tradizione caucasica
Nel Ciclo dei Narti appartenente alla tradizione Osseta (e in generale del Caucaso) l'eroe Batraz riceve una spada dalla sua madrina, spada che poi viene gettata nel mare alla sua morte. Batraz viene a volte considerato un antesignano di Artù, ma questa spada non è presa da una roccia, anche se il ciclo include altre spade e lance ottenuto in questo modo.
Tre fratelli forniscono a Tlepsh, il dio della forgia, il minerale da cui crea una spada. Il fratello che riesce a estrarre la spada dall'incudine, può tenere l'arma.
Ammianus Marcellinus nel suo Res Gestae (380-392 AD), scrivendo degli alani (altro popolo caucasico) ci fa sapere che "l'unica idea di religione degli Alani era affondare una spada nella terra con cerimonie barbare, e venerarla con grande rispetto, come Marte, la divinità sovrana delle regioni su cui vagano". Erodoto, nelle sue Storie (440-429 AC), racconta di come gli sciti venerassero una spada conficcata sopra una pila di legna, alla quale venivano offerti sacrifici di sangue.
Dei Calibi in Anatolia abbiano già detto sopra come potrebbero aver dato il nome alla spada Caliburnus. Qua aggiungiamo solo che il motivo per il quale questo popolo è considerato il padre della siderurgia è perché abitava in zone ricche di ferro, sotto forma di sabbie nere ricche di magnetite
Andando ancora più indietro nel tempo, gli ittiti veneravano il dio spada Nergal, raffigurato come una spada conficcata nella roccia, con un'elsa dalla forma di quattro leoni e una testa umana come pomolo. Il tema del pomolo a forma di testa si ritrova poi nelle spade della cultura dell’età del ferro di Le Tené
Con le cosiddette "invasione barbariche" le tribù caucasiche si spostarono in Europa occidentale portando con loro storie e tradizioni legate a spade infilate nel terreno, nelle rocce o nelle incudini.
A titolo di curiosità, anche in Sardegna sono state trovate spade votive infilate nella roccia, appartenenti all'antica civiltà nuragica.
Simbolicamente l'estrazione della spada dalla roccia viene associata o all'estrazione del ferro da una miniera o addirittura da un meteorite. L'uso di ferro meteorico è attestato fin dall'età del bronzo, anzi molto spesso era l'unica fonte di ferro disponibile, tanto che in molte lingue antiche la parola ferro deriva da "metallo del cielo". Che la Spada nella Roccia fosse effettivamente fatta di ferro meteorico è ovviamente solo un'ipotesi.
La spada della Dama del Lago
La spada di Artù, Excalibur, riflette antichi rituali votivi celtici che riguardavano depositi metallici in acque sacre. Il sito di La Tène ha restituito oltre 2.500 manufatti, tra cui 166 spade di ferro, lasciate come offerte votive. Le divinità celtiche dell'acqua, come Coventina, simboleggiano le connessioni tra i vivi e l'Altromondo e la storia della Dama del Lago ha origini celtiche, fondendo mito e rituale.
Il fatto che la spada provenga da un lago ha suggerito che fosse fatta di ferro di palude; il ferro di palude è un tipo di ferro estratto da acquitrini e laghi, dove il ferro presente nell'acqua (proveniente da ruscelli che attraversano rocce metalliche) precipita in strati dai quali è facilmente estraibile. Il ferro di palude è stato il principale tipo di ferro utilizzato per secoli nell'età del ferro.
La Dama del Lago è un insieme di personaggi che appaiono nelle storie che ruotano attorno a Re Artù, di volta in volta aiutando il Re dandogli Excalibur, eliminando Merlino, facendo crescere Lancillotto, trasportando un morente Artù ad Avalon, e assumendo numerosi nomi: Morgana, Viviane, Damoiselle Cacheresse, etc…
Deriva da spiriti delle acque, fate, divinità greche e celtiche, e dalle valchirie. Tra le divinità celtiche alle quali è associata ricordiamo proprio la già citata Coventina, al cui pozzo presso Carrawburgh si offrivano spade (e più o meno il motivo per il quale ancora oggi si gettano monete nei pozzi o nelle fontane).
Visto che la fantasia non manca, qualcuno ha suggerito che la moglie di Gesù, Maria Maddalena, sia andata a vivere ad Aquae Sextiae in Francia, attuale Aix, e la sua discendente Viviane del Acqs (dell'acqua), contessa di Avalon nel VI secolo, fosse la nonna di Lancillotto, Artù e Gawain. Sempre secondo questa spassosa teoria Kate Middleton sarebbe una sua discendente. Ovviamente.












