Sinossi
Su un’isola dell’arcipelago giapponese di un vicino futuro, i droni per le consegne a domicilio volano sopra i boschi in armonia con gli stormi di gabbiani. La giovane architetto Otone (Haruka Ayase) riceve così dal cielo, per mezzo di un drone a quattro eliche, l’invito di un’azienda specializzata nella costruzione di robot per il supporto psicologico. A seguito di un incidente, le cui meccaniche non sono state ancora del tutto chiarite, suo figlio Kakeru (Rimu Kuwaki) aveva da poco perso la vita. Ma la ditta, sulla base della documentazione che poteva fornirle la famiglia, garantiva la costruzione di una replica quasi perfetta del figlio, dalla voce ai ricordi. Un po’ titubanti, una speranzosa Otone e il suo ormai disilluso marito Kensuke (il comico giapponese Daigo), accettano di partecipare a una giornata di presentazione del prodotto finale. I piccoli androidi presenti all’evento si avvicinano a loro, giocano e scherzano, non sono distinguibili da bambini veri. Alcune famiglie che hanno già compiuto l’acquisto parlano in modo estremamente positivo della loro scelta, di come li abbia aiutati molto in momenti davvero difficili.
Un giorno Otone raccoglie foto, video, quaderni e vari documenti riguardanti Kakeru. Li affida a un drone, che li porta in cielo verso la fabbrica.
Poco dopo si presenta alla loro porta un robot in tutti gli aspetti simile a Kaneki. La stessa voce, corporatura ed età di quando lo avevano visto l’ultima volta. Perfino il modo di muoversi, che il bambino aveva un po’ appreso imitando il modo di camminare del padre. Un Kakeru dal volto sorridente, che se in qualche dettaglio non fosse stato ancora abbastanza simile all’originale avrebbe avuto tanta voglia di migliorarsi: pronto a fare di tutto per il bene della sua nuova mamma e papà. Otone accetta subito con gioia il cambiamento. Si fa chiamare mamma e insegna al nuovo bambino a elencare le fermate dei treni che passano vicino a casa loro: come una filastrocca, come faceva loro figlio appena li vedeva arrivare. Kensuke non riesce però a farsi chiamare “papà” da quella macchina. Non vuole che qualcuno lo identifichi come suo “figlio”, anche se quell’androide in casa cerca continuamente il suo sguardo, lo fissa perennemente sorridente, prova a mettersi i suoi vestiti, in ogni occasione vuole giocare con lui e fa di tutto per rendersi simpatico ai suoi occhi.
Ma gli occhi con cui i genitori guardano al nuovo Kakeru presto cambiano.
Otone si perde tra vecchie foto e alcune frasi “strane” che ogni tanto il robot pronuncia. Inizia a pensare che lo spirito di suo figlio sia davvero presente in quel corpo sintetico, al punto che forse potrebbe raccontargli il modo in cui è morto. Ma alcuni atteggiamenti del nuovo Kakeru risultano decisamente alieni. Ogni tanto lo trova a passeggiare sul tetto della casa. Qualche volta sembra comunicare nel buio con qualcuno. Kensuke invece inizia a pensare a lui non più come a una macchina, ma come a una persona: anche se quella persona non è certamente Kakeru e non potrà mai essere un suo sostituto. Non vuole farsi chiamare da lui papà, ma decide di insegnargli a lavorare il legno, come farebbe con un suo apprendista.
Intanto, i notiziari parlano sempre di più di androidi bambino abbandonati dai loro “genitori” o trovati distrutti in seguito ad eccessi di rabbia dei loro “proprietari”.
La metafora della pecora nella scatola
Il titolo internazionale del film, Sheep in the Box, traducibile come “la pecora nella scatola”, uguale anche in lingua giapponese, fa riferimento a un passaggio delle prime pagine de Il Piccolo Principe, del 1943, di Antoine de Saint-Exupery.
Un aviatore, dopo un atterraggio di fortuna, incontra nel deserto un bambino che dice di essere il principe di un piccolo pianeta lontano. È di passaggio sulla Terra e sta cercando qualcosa per rendere più bello il suo mondo; quindi, chiede all’aviatore di disegnargli una pecora. Il primo disegno non piace: è una pecora che pare malaticcia. Il secondo è un disegno fuorviante: sembra un montone. Il terzo disegno ritrae una pecora troppo vecchia e il piccolo principe vorrebbe una pecora che possa vivere un po’ più a lungo. Allora l’aviatore disegna una scatola rettangolare con dei piccoli fori per far passare l’aria e dice: “la pecora è lì dentro”. Questo disegno piace al bambino e i due iniziano a ragionare su quanta erba servirà per nutrirla o sullo spazio che sarà dedicato al suo riposo.
Come tutta l’opera di Antoine Saint-Exupery, la “pecora nella scatola” è una metafora che si presta a infinite letture, sulla cui interpretazione si sono arrovellati per anni letterati, psicologi, filosofi, perfino teologi. Anche matematici, che hanno notato analogie con il celebre esperimento del Gatto di Schrodinger, del 1935 (nel racconto ci si chiede se la pecora sia vigile o stia “dormendo”). Ma possiamo comunque, a livello narrativo, leggere l’idea di disegnare una scatola, al cui interno la pecora non si vede, come la creazione, tra l’aviatore e il piccolo principe, di un piccolo spazio di “immaginazione condivisa”. Con questo espediente, i due riescono a parlare a livello “simbolico”: spostando l’attenzione su quanto sarebbe “idealmente” bello avere una pecora. È come l’inizio di un gioco: tutto parte dall’idea di possedere una pecora, a cui consegue il discorso sull’erba, il recinto.
È l’atto di immaginare qualcosa che avverrà in futuro, che riesce a plasmare positivamente la realtà futura. Senza che possano entrare in gioco i ricordi. Senza che le aspettative portino a rimpianti, confronti, delusioni.
Hirozaku Kore’eda, autore giapponese considerato di culto, di cui di recente abbiamo visto anche il molto raffinato e malinconico “L’innocenza” (in originale “Monster”), del 2023, sembra suggerirci che la metafora della “pecora nella scatola” può benissimo adattarsi al sentimento di “attesa”, di due genitori, per l’arrivo di un nuovo figlio. Un figlio che sarà il loro futuro. Ma, al contempo, in senso lato, il discorso della “pecora nella scatola” può essere per Hirozaku Kore’eda una cartina tornasole del modo in cui, oggi, noi possiamo guardare al futuro e alle nuove tecnologie.
Prevarrà l’ottimismo e chi considera il futuro come una sorpresa positiva da scoprire, oppure prevarranno i rimpianti di un passato che già si conosce, insieme alla paura che ogni tipo di cambiamento, alla fine, comporta?
Giocando su questi concetti, Hirozaku Kore’eda dà vita a una pellicola che “guarda al passato”, ponendo al centro della narrazione un tema profondo, difficile e necessario come l’elaborazione del lutto. Ma al contempo il film sa “guardare al futuro”, alle nuove tecnologie e ai modi in cui queste possono (o non possono) contribuire a migliorare la vita. Ma poi Kore’eda va anche oltre: immagina i modi in cui, con la tecnologia, possono svilupparsi nuove forme di vita autonome. “Vite” che possano essere accettate in quanto “figli degli uomini” e non come semplici strumenti usa e getta.
Bambini e robot
Ovviamente, e non se ne fa mistero, la pellicola di Hirozaku Kore’eda deve moltissimo, per immaginario ed estetica, al film del 2001 A.I. di Steven Spielberg, ideato in concerto con Stanley Kubrick, ma è interessante fare anche un piccolo parallelo recente: tra questo Sheep in the box e l’ultimo, bellissimo, cattivissimo ed esilarante, film di Gore Verbinski: Good luck, have fun, don’t die. Sia il film di Hirozaku Kore’eda che quello di Verbinski riescono entrambi a parlare di “fantascienza sociale”, ma di fatto ci parlano entrambi pure di elaborazione del lutto attraverso l’uso di intelligenze artificiali. Il taglio narrativo di Verbinski è però dissacrante e satirico, meravigliosamente “cattivo”. Il suo futuro è “buffo”, “aggiornato”, ma in fondo rimane una variazione degli stessi temi espressi negli anni 80 da Terminator. Il taglio di Hirozaku Kore’eda è qualcosa di più “spirituale”, fortemente legato alla cultura giapponese, a tratti sul finale quasi dalle parti di Hayao Miyazaki.
Sull’isola in cui è ambientata la storia, “passato e presente” sembrano convivere in perfetta armonia. Si parte da quei droni che nella prima sequenza sorvolano a fianco degli uccelli il promontorio e poi il mare. Si passa al personaggio del padre, che fa un lavoro antichissimo come l’intagliatore di legno, mentre sua moglie è un’architetto che utilizza per i suoi lavori nuove tecnologie sostenibili. È il rispetto per la salute e sussistenza della natura (e per le altre persone) che sembra quindi costituire la “base” per unire funzionalmente passato e futuro, in un’unica narrazione. È in virtù di questo sguardo ampio che i piccoli androidi di Kore’eda sono davvero qualcosa di “diverso dal solito”. Sono forse troppo “poetici” per piacere a tutti. Sono forse troppo “disincantati” per essere delle “temibili intelligenze artificiali”. Sono però il frutto di una visione di futuro chiara e per una volta meno apocalittica del solito. Una visione di futuro che li smarca fortemente dall’essere semplici “oggetti” o “sostituti di qualcosa”.
Forse anche l’androide David, interpretato da Michael Fassbender in Prometheus, di sicuro approverebbe. Magari rinunciando a sterminarci tutti.
In sala
L’ultimo film di Hirozaku Kore’eda, sebbene di base sembri un derivato del seminale “A.I.” di Spielberg, sa muoversi in modo originale e interessante grazie allo sviluppo di temi profondi e spesso inconsueti.
In alcuni momenti si respira quella sorta di “realismo magico” proprio dei libri di Haruki Murakami: alcuni dei fan dello scrittore potrebbero apprezzarlo.
Purtroppo, narrativamente viene penalizzato da una struttura non ben bilanciata, che a tratti potrebbe far apparire a molti spettatori la pellicola come compassata e un po’ accomodante.
Riuscendo ad andare oltre la superficie, si può apprezzare una pellicola che pur nelle imperfezioni sa osare, riuscendo anche per le sue peculiari scelte stilistiche e visive a rimanere impressa a lungo dopo la visione.
Rimangono impressi i droni che solcano l’isola, i momenti notturni misteriosi e a volte inquietanti, l’assurda sequenza in cui si vuole che il robottino “confessi” di essere uno spirito (un momento da “realismo magico” alla Murakami). Nella parte finale si apre quasi un nuovo film ed è una bella sorpresa.
Sul piano del soggetto, il tema dell’elaborazione del lutto unito all’intelligenza artificiale rimane un azzardo (specie nelle derive Horror), ma qui è trattato con grande sensibilità e con una “prospettiva orientale” che, specie per il palato occidentale, può portare a riflessioni piuttosto interessanti.
Bravi attori sanno dar vita a personaggi ben sviluppati quanto complessi, con i personaggi artificiali che risultano molto lontani dai classici cliché. Bella la fotografia e la colonna sonora, bellissima l’isola su cui si sono svolte le riprese.
Il montaggio risulta piuttosto lento, quasi meditativo, in linea con altre opere dello stesso autore.
Tra il secondo e terzo atto il film rischia un po’ di girare su se stesso, ma recupera sul finale.
Non è un film perfetto, ma le idee alla sua base, l’interpretazione e alcuni guizzi visivi lo rendono uno spettacolo che gli amanti della fantascienza e dell’estrema Oriente non vorranno mancare.
Finale
Un film complesso, imperfetto, ma che può affascinare grazie alla sua originale visione del futuro e dell’intelligenza artificiale. Bravi gli attori, buono il comparto tecnico.

















