Bimba guarda Madre prepararsi.

Tra poco saranno qui le Tzie e bisogna farsi trovare pronti.

Per questo Madre si inoltra nello scuro più profondo, sotto la cengia che fa loro da riparo. 

C’è frusciare di foglie secche. Odore di umido. Madre ricompare con la scatola di legno. Venature rosso scuro. Bimba sa che è ciliegio. Un albero diverso da quelli che li circondano. Madre ne parla ogni tanto. Dice che nel paese degli Altri c’è un tempo dell’anno in cui l’albero di ciliegio, ancora prima di buttare foglie, fiorisce. Non una cosa lunga. Pochi giorni di fiori bianchi. Belli da vedere contro i prati verde lucente.

A Madre piacciono i colori, ne parla sempre. È così che Bimba li impara, anche se attorno, quando è sveglia, è sempre notte e i colori si riducono solo a più scuro e meno scuro. A lei non importa, i racconti di Madre le bastano.

I ciliegi ad esempio. Bimba li vede nella sua mente quei fiori bianchi. Li immagina delicati, destinati ad essere scompigliati dal vento, disseccati dal sole e dalla luce. Fantastica di proteggerli, magari rubando i panni delle Tzie per far barriera al vento e da schermo al sole.

Vede prati, panni stesi che un soffio caldo gonfia e fa schioccare, gli alberi ancora spogli e  petali che volteggiano.

Segue nella sua mente il volo di qualcuno di quei petali finché non sente il grido.

La notte all’improvviso è graffiata da una specie di gemito lungo.

— Madre, chi si lamenta là fuori?

Madre non risponde. Scrolla le spalle. Poi la guarda, vede il labbro corrucciato e l’espressione di chi interroga. Allora le sorride: – Non è niente, Bimba mia, è solo il verso di un uccello.

— Un uccello? Un verso? Che strano…

— Si chiamano strie, Bimba mia. Hanno occhi grandi, escono a cacciare di notte, volano silenziose, cercano animaletti piccoli, che si credono protetti dal buio.

Le storie di Madre sono belle, anche quando fanno paura.

— Delle strie si vedono solo gli occhi, gialli e lucenti. Gli scambieresti per stelle. Non le si sente volare. Non le si sente arrivare. Quando i piccoli animali se le trovano addosso è troppo tardi, sono già tra gli artigli.

Bimba rabbrividisce e pensa: non mi piacciono quegli uccelli, che modo traditore è colpire così, in silenzio e al buio?

Avrebbe preferito che il lamento fosse stato un pianto: le lacrime dopo un po’ asciugano, non hanno artigli e scivolano via, nessuno è mai morto solo di pianto.

Le strie hanno turbato la notte. O è la notte che le ha disturbate. Quel movimento in fondo al sentiero. Il gruppo di donne che arriva camminando lentamente.

Sono le Tzie che si avvicinano indugiando,  i lunghi camici che si impigliano tra i rami bassi e i rovi.

Sono una ventina, vengono avanti  in piccoli gruppi, mormorando piano.

Bimba controlla con uno sguardo il cielo. Le Tzie arrivano ogni sera quando la luna raggiunge uno spicchio preciso che sta fra l’albero più grande e l’ombra del monte.

Anche stasera è così. Bimba si stringe di più a Madre, sa già cosa succederà, ha visto molte volte la stessa scena. Ma  un po’ di paura le rimane comunque.

Le prime battute sono quasi una recita.

Una delle Tzie dice: – Tatana, vieni con noi.

— Dove andate?

— Al fiume, alla gora, alla cascata delle pietre piatte.

— Ancora a lavare?

Le Tzie annuiscono e mostrano le loro ceste piene di panni bianchi: lenzuoli, federe, asciugamani, camicie, fazzoletti. Sarebbero bei panni se non avessero quelle macchie.

Madre scuote la testa e dice la sua mezza menzogna: – No, mi dispiace, non posso venire con voi.

Una piccola pausa di silenzio. Adesso sono le Tzie ad aspettare il seguito della recita.

Bimba pensa: adesso, è l’ora dalla scatola.

E infatti, come le mani di Madre si muovono, la scatola compare. Bimba vede i segni incisi nel legno. Li vedono tutte,  anche Franzisca che, come sempre, vorrebbe dire qualcosa ma si trattiene.

E soprattutto  li vede Giustina, la più anziana tra di loro, che quei segni capisce.

Con un gesto lieve come una carezza, Madre solleva il coperchio.

Dalla scatola estrae  una ciocca di capelli biondi e un pettine. Denti fitti da una parte denti larghi dall’altra.

Poi parla, scuotendo il capo: – Devo rimanere qua. Devo sistemare bene questa ciocca. Se non la pettino ogni giorno i capelli si annodano. E voi lo sapete bene cosa succede…

Tutti annuiscono e si guardano intorno. Come Madre passa il pettine sulla ciocca,  i rami sembrano sciogliersi e districarsi dai loro intrecci. Cessa il vento lieve di cui nessuno, se non le foglie,  si era accorto. La notte diventa più calma.

Solo Franzisca sbuffa e fa una smorfia di fastidio.

Madre gli restituisce un sorriso storto.

L’altra mormora: – Finiranno quei capelli. E finirà anche la stagione delle mani morbide.

Giustina le mette le mani sulla spalle. Le sussurra: – Calmati Franzisca. Ci sono oggetti necessari, che vogliono essere custoditi e proteggono chi lo fa..

Franzisca avvampa ma tace.

Madre ripone la ciocca e il pettine nella scatola. Estrae qualcos’altro: ago, filo e uno scampolo di panno grigio.

Guarda ironica Franzisca: – Sì, cara, calmati. Finiranno i capelli. Ma anche se non ci sarà più da pettinare, non ti preoccupare. Avrò da cucire. Devi scusarmi, non posso proprio farti compagnia.

Giustina prende Franzisca per un braccio, come a dire “tempo di andare”. Lei si divincola rabbiosa. Si volta di scatto, si china, prende la cesta e se la issa sulla testa. Le altre la seguono. Qualcuna si volta a salutare Madre e Bimba. Il gruppo si avvia, sul sentiero verso il fiume.

Madre le guarda allontanarsi, infila il filo nell’ago, comincia a cucire tutto attorno all’orlo dello scampolo.

Poco prima dell’alba con i denti romperà uno di quei punti e disferà quel che ha cucito.

Quando le Tzie vanno via Bimba ripensa a quelle macchie sui panni.

A quel colore rosso.

Le ricorda una cosa che Madre le ha detto una volta: – Le ciliegie, lo sai? Non sono solo fiori bianchi. Sono frutti, di un rosso scuro, piene di succo dello stesso colore. Un succo dolce, che è promessa di buon tempo. Ma  bisogna fare attenzione, quel  succo  macchia e quelle macchie non vengono più via .

Chissà, pensa Bimba, forse…  – I panni delle Tzie sono stati macchiati dalle ciliegie?

— No Bimba mia. Magari! È solo sangue. Sangue amaro.

— Perché amaro?

Madre si fa scostante. Come quando non ha voglia di spiegare.

Bimba aspetta. Sa che bisogna fare così.

— Perché è sangue fuggito via dal corpo. E non è mai un bene. Quando il sangue si sparge dove non dovrebbe stare molti dicono cominci una  maledizione.

— Per quello le Tzie lavano sempre?

— Certo, Bimba mia. Perché quel rosso ci mette sette anni a sparire. Ma solo se le si lava ogni notte, con coscienza, cominciando quando la luna arriva là.

E Madre le mostra un  pezzo di cielo, che Bimba conosce bene.

Madre tratta la scatola di ciliegio come un piccolo tesoro. Bimba non ha il permesso di toccarla da sola.

A volte, di rado, Madre le guida la mano sui contorni delle figure incise nel legno.  Bimba sente le forme sotto le dita. Tenta di indovinare: questo sarà un sole o un fiore? E queste quattro zampe, di che animale saranno?

Bimba chiede: – Raccontami. Che segni sono?

Madre fa segno di no: – Non è ancora tempo.

— E quando sarà tempo?

Madre scuote le spalle: – Non  lo so, ci vuole ancora un po’, è la scatola a decidere.

Bimba mette il broncio. Non le piace aspettare.

Madre le regala un buffetto e un bacio sulla guancia.

A volte Bimba vede Madre tenere la scatola stretta a sé come uno scudo e accarezzarla quasi senza accorgersene. E ogni carezza è il verso di una canzone. Parole che spiccano nel bosco, come un colore più vivace. “Quando non ti vedo… quando non ti vedo, amore mio”. Bimba le ascolta e sogna.

— Madre, da dove viene la scatola?

— È un regalo.

— Di chi?

— Di chi è rimasto.

— Rimasto dove?

— Nel paese degli Altri.

— È da lì che veniamo anche noi?

— Da lì.

— E ci torneremo?

— No, noi no.

— E perché no?

— Perché adesso noi siamo di un altro posto. Di qua. Del bosco e dell’ombra.

— E anche dei fiumi e dell’acqua…

— No Bimba. Di quelle no. Non fino a che c’è la scatola.

Ancora rumori, là fuori, nella notte.

— Stavolta sono sicura. Qualcuno piange.

— Non è cosa strana. Credo che sia Franzisca.

— E perché piange?

— Perché è l’ultima arrivata, perché non si è ancora abituata. È triste. Ricorda. Ripensa a quei momenti. Al passaggio, fatto male.

— Cosa vuoi dire?

— Ci sono cose che vanno… guidate. Ci vuole cura e attenzione. Mani che carezzano. Acqua calda e panni morbidi. Nasce un bambino: è solo un esserino sofferente e spaurito. Accanto a una madre sofferente e spaurita. Qualcuno deve tenerli legati al mondo.

— Se no?

— Se no… succede che uno viene e l’altro va.

— È quello il passaggio?

— È quello. Un sentiero stretto e scivoloso. Dove a volte si cade. Franzisca si è trovata debole, stanca e sola. Ha solo chiuso gli occhi per riposare.

— Ed è finita qui?

— Ed è finita qui. Per questo si lamenta. La senti? Dice che questa non è  la terra che era casa sua.. Che qui c’è solo bosco. E neve d’inverno.

In mezzo al bosco c’è una radura.

Bisogna stare attenti e fare piano. Bisogna essere vento e foglia che cade. Poco di più. Se si riesce le si vede. Lepri in mezzo al prato, un’intera famiglia. Due adulti, le lunghe orecchie, la corsa nervosa, gli scatti continui di lato. E due piccoli. Due batuffoli, che inseguono, che si fermano di colpo distratti chissà da cosa, un grillo, l’odore diverso di una pianta..

A volte scompaiono, dove l’erba è più alta o dietro a un cespuglio. Basta aspettare. Continuare ad essere solo respiro trattenuto. Se si riesce, dopo un po’ riappaiono. Nitide, se c’è abbastanza luna.

Dicono che quella luce le ubriachi. Bimba non si ricorda neanche più dove lo ha sentito. Ma a veder saltare in tondo quelle lepri pensa che dev’essere vero… la luce della luna le fa diventare matte.

Bimba le osserva piena di meraviglia  e pensa che vorrebbe essere così: piccola, svelta, ora ci sono, adesso no, ora non mi va,  adesso  sì, e io solo so il  perché.

— Perché le Tzie sono così magre e consumate?

— Vogliono tornare indietro. Pensano che se quei panni torneranno a non aver macchie tutto ricomincerà e andrà… meglio. Per questo cercano i fiumi e lavano e lavano e lavano.

— Davvero fanno così?

— Certo, si affaticano, sfregano, torcono, sbattono. Le mani sempre fuori e dentro l’acqua

— E poi?

— E poi niente. Osservano la tela controluce, quando c’è luna, sperando che le macchie siano sparite. Ma non lo fanno mai, non c’è verso che il panno torni immacolato.

— Ma tu non sei come loro, tu non fai così.

— No, io no. Io devo pettinare, devo cucire. E raccontare storie a Bimba mia.

Quando la sera dopo le Tzie ritornano, Bimba vede che alcune reggono Franzisca che non sembra abbia la forza di stare diritta.

— Cos’è successo?

Risponde Giustina: – È successo quello che non doveva succedere.

— Tottoi l’ubriaco. Dice un’altra.

Bimba capisce, Madre glielo ha detto, perché certe cose sono importanti e tutti devono saperle. Tutti, anche gli Altri, quelli che vivono fuori dal bosco e stanno svegli di giorno.

La notte nessuno si deve avvicinare al fiume. La notte è per le Tzie. E le Tzie vogliono essere lasciate in pace, ai loro pensieri, al loro lavare meglio che si può. Al loro silenzio.

Se qualcuno si avvicina, se qualcuno le turba… beh, le Tzie hanno le mani forti di chi lavora e sanno parole che tolgono la salute. E nessuno tra gli Altri vuole sentire quelle parole, nessuno vuole provare su di sé quelle mani fredde e bagnate.

Solo che ogni tanto capita.

Donne che hanno perso il senno. Bambini disubbidienti. Ragazzi, che alle vecchie storie non credono. E uomini, ubriachi. I peggiori. Perché nel vino — dice Madre — hanno annegato tutto: senno, timore, reverenza e pietà.

Giustina continua a parlare, agitata: – Troppo vicino, Franziska gli è andata troppo vicino. Lavava, non se n'è accorta. E Tottoi se l’è vista davanti, bianca,  improvvisa. E si è spaventato…

— E… lo ha fatto? chiede Madre.

— Sì, ha parlato. Il soprassalto o il vino. Ha dimenticato, il vecchio. Ha rotto il silenzio. La regola. Poco. Solo un “cosa vuoi da me”. Ma è bastato.

— È stato come le altre volte?

— Sì, c’è stato un tuono. Terra e alberi hanno tremato. Per l’offesa contro il silenzio. Agli Altri potrà non piacere ma a noi è quello che serve. Silenzio. E rispetto.

Franzisca all’improvviso alza il viso, sputa fuori veleno.

— Ma l’ha pagata, il vecchio. Eccome se l’ha pagata.

Madre chiede: – Lo hai colpito?

— Sì. L’ho inseguito, gli ho lanciato un lenzuolo tra le gambe e l’ho fatto cadere. Poi ho preso un fazzoletto con grandi macchie rosse e l’ho passato sul suo viso. Ha gridato. Quando l’ho lasciato, la sua faccia aveva le stesse macchie della tela.

Franzisca ride. Un riso alto e sguaiato. Bimba pensa: non sapevo che ridere potesse essere così triste.

Non dura a lungo, il riso si trasforma presto in uno scuotere di spalle. In un singhiozzo.

Franzisca si lascia andare. Di nuovo improvvisamente svuotata. Guarda fisso la sua cesta. Le macchie sui panni vivide come appena fatte. Come se il sangue fosse appena colato. Un colore che dice: devi ricominciare, tutto, il fiume, l’acqua, lavare… tutto da capo.

Le Tzie, premurose, la sostengono, la carezzano mentre si avviano, lontano dal fiume.

Franzisca cammina incerta. Prima della curva che affoga il sentiero tra gli alberi si ferma e si volta, guarda Madre, la fissa con uno sguardo senza luce.

E a Bimba sembra che Franzisca sussurri: – Verrà il tempo. Oh, se verrà!

Una sera, svegliandosi, Madre e Bimba trovano attorno a loro la neve. E con la neve una qualità di silenzio diversa. Più intensa. Tutto questo bianco si mangia le cose, suoni compresi.

Nelle notti di neve c’è poco da fare per le Tzie. Non si può lavare perché il fiume è intrappolato. L’acqua scorre sotto uno strato trasparente di ghiaccio. Se ci si avvicina abbastanza si sente un mormorio attutito. Un suono immaginato e basta, qualcosa che  si pensa debba esserci.

Bimba è inquieta in quel nuovo paesaggio. E come lei le Tzie, che vanno avanti e indietro, spostando continuamente le loro ceste. Dalle foglie a un tronco monco, da quello a una pietra, dalla pietra a un pianoro coperto di muschio, per poi ricominciare da capo. 

Foglie, tronco, pietra, muschio. 

Borbottano scontente. Tutti quei giorni senza lavare allungano i loro sette anni, o quanti ne hanno ancora prima di completare il passaggio.

Anche Madre è nervosa. Troppe persone intorno alla scatola. Ormai la tiene stretta al petto anche quando dorme.

E Bimba la vede Franzisca, ogni volta che passa, guardarsi attorno e cercare chissà cosa e alla fine fissare quelle braccia conserte.Solo un istante prima di andare via.

Il tempo è cambiato. La neve ora va via, il nero tra le chiazze bianche si allarga sempre di più.

Anche di notte e con poca luce si capisce che il tempo è cambiato. Si sentono nuovi versi tra le foglie. E i rami improvvisamente sono più lunghi. Si vedono  uccelli che prima non c’erano. E ci sono boccioli verdi, dappertutto. Nuove gemme e nuovi odori.

— Nel paese degli Altri è l’ora dei ciliegi?

— No Bimba mia, ma ci siamo quasi.

— Quando sarà l’ora?

— Quando la notte sarà più corta e noi dormiremo più a lungo.

Succede in una sera di quella nuova stagione.

Madre si sveglia e grida. Tra le braccia conserte, sotto lo scialle, non custodisce più niente. Non c’è più nessuna scatola. Nella notte qualcuno l’ha sostituita con una pietra.

Bimba si spaventa. Non ha mai visto Madre così.

Lei di solito canta sorride, carezza, racconta. Non ha mai avuto quella faccia che è insieme furia e spavento.

Madre corre da una parte all’altra del posto dove riposano. Smuove le foglie, fino alla parte dove lo scuro è più fondo, dove la pietra si infila nella terra. Si mette a scavare, guidata da chissà quale pensiero disperato.

Ma scavare non serve a niente e così lri corre fuori, un bastone in mano a frugare, frugare, frugare, sotto le foglie, sotto le pietre, dentro i buchi dei tronchi e più sotto,  dove le radici si intrecciano lasciando spazio alle tane.

Ci sono animali che fuggono spaventati. E gli uccelli che si erano appena assopiti, svegliati da quella confusione volano via dai loro nidi. Si fermano più in là sui rami. Stanno lontani, è più sicuro. C’è paura nell’aria, una malattia che loro non vogliono prendersi.

— Hai toccato tu la scatola?

— Quella con il pettine e il resto? No, Madre io no.

— Presto, aiutami a trovarla, Bimba mia. Tra un po’ le Tzie saranno qua.

Si rimettono a cercare, in due.

Riducono il bosco intorno a loro come neanche una dozzina di cinghiali riuscirebbe a fare.

Cercano sempre più distanti dalla loro cengia. In posti più umidi e disordinati.

Si inoltrano tra felci e sassi nudi, franati dal monte. Poi tra un odore di acqua ferma e di cose che marciscono piano.

La trovano lì, sulla strada per gli stagni. Un posto da cui bisogna stare lontani per via dell’aria che non fa bene. 

Prima trovano il coperchio, i segni di sole e di luna rovinati a colpi di pietra.

Poco più in là la scatola, mezzo infilata nel fango. Storta. Calpestata. Vuota.

Svaniti il pettine, la ciocca di capelli, la pezza di stoffa, l’ago e il filo.

Svanito lo scudo, finiti i pretesti.

— Le vedo, Madre. Stanno venendo verso di noi, ti stanno già chiamando

— Taci Bimba mia, Taci. Mi vogliono con loro. E io non so più che dirgli.

— Tu non andrai con loro. Tu non hai panni da lavare.

— Oh, Bimba… mi daranno i loro. Franzisca non aspetta altro che alleggerire la sua cesta.

Le Tzie sono diverse quella sera, più veloci e sbrigative, e quando le raggiungono le circondano. Non l’hanno mai fatto. La recita stasera sarà diversa.

Bimba vede che Franzisca ha il sorriso di quegli animali che vivono con gli Altri, che si vedono a volte al margine dei boschi. Sì, Franzisca, stasera hai il sorriso contento dei gatti.

Giustina si stacca dalle altre, si avvicina, guarda Madre e allarga le braccia sconsolata come a dire “le cose cambiano”.

Poi la invita: – Vieni Tatana, è tempo di andare.

Come sempre ha fatto, fino ad allora, Madre dà la mano a Bimba.

Ma stavolta Giustina la ferma.

— Non lei no.

Posa le sue mani su quelle di Madre e Bimba. Ne rompe l’intreccio. Dolce ma ferma, come chi sa cosa va fatto.

— Non è più quel tempo… Tu dovrai lavare. Lei vivere. Per davvero.

— Ma io…

— Lo so, lo so, capita. Ci si tiene stretti quelli a cui vogliamo bene. A volte troppo stretti.

La abbraccia, la guida, le terge le lacrime: – Tatana, lo sai anche tu. Non è mai stata una buona idea.

Bimba si svegliò. Ma questa volta sul serio.

Camminò alla luce del giorno e uscì dal bosco.

Gli Altri non credevano ai loro occhi e lei non sapeva spiegare dove fosse stata fino ad allora. Perché dire: “nel bosco, per anni, con Madre” non è una spiegazione.

Per un po’ la chiamarono “donnino”, non sapevano che altro nome darle.

A trovarne uno ci misero del tempo. Servirono discussioni e servì anche una chiesa. E dell’acqua, naturalmente, ma più calma e meno fredda di quella dei fiumi.

La battezzarono Maria.

Con il nuovo nome imparò a mangiare il pane e ad apprezzare il gusto del sale.

Dai fiumi stava lontano.

Non ebbe più occasione di vedere la luna avvicinarsi a uno spicchio preciso di cielo.

Adesso dormiva, la notte, e i suoi sonni erano tranquilli.

Specie quando si faceva stagione e, tra il verde dei prati, fiorivano i ciliegi.