Questo capitolo è molto importante, forse è il fulcro di ciò che penso sia la scrittura di un romanzo fantastico. Una premessa è doverosa e, per una volta, ritengo quanto dirò non un consiglio, ma qualcosa di più. In ogni caso, resta pur sempre soltanto il mio pensiero.

Il capitolo sarà forzatamente più lungo; abbiate pazienza.

Quando ultimai la stesura del mio primo romanzo e cominciai la sua revisione, mi resi conto che troppe cose erano fuori posto. E ciò, con mio grande disappunto, nonostante l’esistenza della Cronologia.

Tutta questa Parte I di Un nuovo mondo è nella sostanza il frutto degli errori di quella stesura e il metodo che ho confezionato a partire da essi (metodo che, come già detto più volte, veste alla perfezione soltanto addosso a me).

Analizzando le incongruenze, le ripetizioni logiche e i vuoti nella storia, giunsi a una conclusione: avevo scritto qualcosa di amatoriale. Ma dopo quella conclusione, per giungere alla soluzione dei miei guai impiegai più di due anni. Se ripenso alla mia personale evoluzione (che spero non s’arresterà mai), mi rendo conto che quel periodo è stato quello della svolta, della presa di coscienza.

Cosa compresi? Che scrivere non è soltanto assecondare una passione, divertirsi, lasciar libero l’estro; scrivere è una faticaccia. Vi sembra banale? Dirlo, forse, pensarlo già meno; comprenderlo e comprenderne le conseguenze non lo è affatto.

Non è semplice, perché, come direbbe uno dei miei personaggi, (scrivere) È una questione di equilibri.

La soluzione è stata una rivoluzione. Fino ad allora, prima di affrontare la prima stesura di una scena, non facevo altro che andare a leggermi la Cronologia e cominciavo a scrivere, a briglie sciolte. Molto divertente, a volte quasi estatico.

Ma, e qui immagino di vedervi annuire (sbaglio? :-), l’estro è una bestia indomabile, che galoppa verso dove le pare, a volte tentando di disarcionarvi. E, se riuscite a restarle in sella, spesso quando si placa vi ritrovate in un luogo strano: era qui che volevate arrivare?

La soluzione dei miei guai, quindi, fu di imbrigliare l’estro.

E qui immagino di scorgere sui vostri volti lo stupore mescolarsi all’orrore e al disgusto.

Vediamo di capirci.

Imbrigliare l’estro... è la morte dello scrittore, giusto? Sbagliato. :-)

L’estro dev’essere domato e cavalcato, deve portarvi a destinazione, soprattutto se la strada è lunga quanto un romanzo fantastico, un’opera corposa, insomma.

Domanda: se imbrigliate un cavallo, non galopperà più? Magari, in una terra arrida tagliata da una sola pista carovaniera, la sua unica possibilità di sopravvivere è giungere al punto di ristoro successivo, dove può abbeverarsi.

Esco dalla metafora ed elimino il verbo “imbrigliare”, che per quanti tentativi possa fare per aggraziarlo, fa sempre un effetto negativo. Ne userò un altro, che forse già da solo chiarirà cosa intendo: “incanalare”.

Gli errori che commisi durante quella prima stesura, furono causati dall’estro; non c’è dubbio. Ero molto giovane, le parole sgorgavano da me (sgrammaticate) come un fiume in piena; forse sarebbe stato un errore frenare quella foga. In fondo, mi dico, aver ultimato la stesura del primo romanzo mi diede forza, nonostante il risultato quasi disastroso.

Eppure, era indubbio: la stessa forza che mi donava la capacità di vivere una storia in un altro mondo, era talmente dirompente da sgretolarlo davanti ai miei occhi.

Fu molto dura rendermene conto da solo, perché in quel periodo pensavo esattamente la stessa cosa che molti pensano: «Se non lascio libera la fantasia, allora che opera di fantasia sarà? Tutto ciò che ho di buono in me è l’estro, non posso soffocarlo.» È stato doloroso capirlo e, soprattutto, difficile porvi rimedio nel modo corretto.

Perché, sì, il rischio di soffocare l’estro esiste eccome.

Veniamo alla soluzione, infine.

Per incanalare l’estro pensai alle Focalizzazioni.

In pratica, prima di scrivere una scena, leggo la sua schematizzazione all’interno della Cronologia e poi passo al documento delle Focalizzazioni, in cui penso a ciò che dovrò scrivere.

A questo punto, annoto sotto forma di punti sintetici tutte le cose che devo assolutamente dire. Non altro. Questo metodo mi dà numerosi vantaggi, tra cui i principali sono:

1. I rischi di tralasciare qualcosa d’importante diminuiscono drasticamente.

2. Faccio il punto della situazione, rinfrescandomi la memoria, poiché non è detto che l’ultima scena scritta trattasse le peripezie degli stessi personaggi.

3. Mi dà il tempo di ponderare cosa voglio comunicare con quella scena, prima di gettarmi a capofitto in una narrazione degli eventi piatta.

4. Ed ecco il vantaggio per il nostro bel cavallo, aprite bene gli occhi: durante la stesura posso scrivere tutto ciò che voglio, anche stravolgere la scena che avevo pensato, allungarla, accorciarla, farvi accadere qualcosa che non avevo mai pensato... basta soltanto che alla fine ci siano i punti della Focalizzazione. E alla fine, meraviglia, nonostante siate completamente usciti di senno, non siete costretti a riscrivere la scena: è bella, fantasiosa, originale... e ha tutto quello che le serve.

Inizialmente sbagliai e rischiai proprio di soffocare l’estro. Poi affinai il metodo. L’errore fu quello di annotare in modo troppo dettagliato le cose che dovevo affrontare nella scena. Grosso errore: quando si stende la prima stesura, non potete pensare a troppi particolari tutti in una volta, altrimenti vi ingrippate (lo so, lo so... sono passato da un cavallo a una moto :-). Perciò corsi ai ripari: cominciai a scrivere annotazioni schematiche, eliminando l’aggettivazione, le descrizioni, ecc... insomma, tutte quelle cose che devono nascere durante la stesura.

Da quella volta non mi sono mai più bloccato e il numero delle mie revisioni è dimunito di molto (da oltre dieci, a due o tre circa; questo è soggettivo, ma anche indicativo).

Il concetto è questo: sperare di tenere sotto controllo il quintale di magma che un romanzo è soltanto a prima stesura ultimata è pura presunzione. Siamo tutti fallibili e, a meno che il romanzo non sia davvero molto lineare e scarsamente particolareggiato (la narrativa non ha limiti, non posso certo parlare per tutti i romanzi fantasy esistenti), è necessario incanalare l’estro.

E incanalare l’estro, contrariamente a quanto si possa pensare, significa dargli lunga vita (portandolo di posto di ristoro in posto di ristoro, fino a destinazione), dargli modo di essere esaltato dalla coerenza interna dell’opera.

Credetemi, quando l’opera è complessa, lunga, articolata, è un sogno domarla e renderla perfettamente coerente con due o tre revisioni, controllandone la coerenza soltanto a fine stesura.

Ancora una volta, potete fare esattamente il contrario, ma sarete schiavi dell’estro; anziché sfruttarne la forza, la disperderete e farete molta fatica a recuperarla e darle una forma compatta.

Volete davvero correre questo rischio?

Nel prossimo capitolo affronterò la narrazione, a valle di quanto detto in questo.