Sembrerebbe che la spontaneità dei personaggi dipenda dalla spontaneità dello scrittore, dunque.

Spontaneità? Prendete il vacabolo per il significato che gli do io in questo capitolo, significato che assume in sé concetti come “verosimiglianza”, “vitalità”, “passionalità”, “coerenza”... e riassumeteli sotto un ulteriore concetto, chiamato “caratterizzazione”.

A questo punto potrei dire: sembrerebbe che la caratterizzazione dei personaggi dipenda dalla spontaneità dello scrittore, dunque. Ma rende meglio l’idea di ciò che penso la prima.

Quindi, abbiate pietà di me, lasciatemi usare il termine “spontaneità”. Magari alla fine ne uscirà qualcosa di sensato.

Voi state sempre scrivendo, d’accordo?

Andate a ruota libera, parola dopo parola, frase dopo frase. I paragrafi vi escono come piccoli gioielli che splendono nell’oscurità di una notte in cui il vostro assassino si muove furtivo e letale. E di paragrafo in paragrafo tutto fluisce, legando ogni gioiello a un’unica trama che infine forma una cometa di brillanti d’impareggiabile splendore. E lui, spietato d’una romantica spietatezza, uccide senza far soffrire...

Vivido, il risultato della vostra spontaneità si staglia contro la nera volta notturna.

Spontaneità per spontaneità, in questo potreste riuscire bene.

Se l’ambientazione rischia d’essere assai penalizzata dal “non-metodo”, i personaggi a volte possono riuscire persino più veri. Questa è una cosa che appare evidente anche a me (ovvero all’orrendo scrittore che per restare a galla si aggrappa al “metodo”).

Sia chiaro, chiarissimo, continuo a credere il “metodo” valido, validissimo, perché non esclude la spontaneità, anzi, la esalta; ma ciò non toglie che nel caso dei personaggi il “non-metodo” possa maturare in frutti particolarmente dolci.

Riprendendo ciò che ho scritto nella prima parte, sarò schematico.

1. Non avrete difficoltà a rendere giustizia all’aspetto fisico del personaggio, al suo volto. Anzi, sarete perfino facilitati nel mostrare gradualmente, anziché nel dire troppo tutto in una volta.

2. Essendo l’aspetto psicologico una forma astratta in continua evoluzione, che si plasma sugli eventi, il “non-metodo” è altrettanto valido del “metodo”, dal momento che quest’ultimo favorisce soltanto le primissime apparizioni del personaggio.

3. Il cuore del personaggio, i suoi desideri, ciò che vuole dalla vita e ciò a cui tende, invece, è già una questione piuttosto complessa, che se non molto chiara fin dall’inizio potrebbe crearvi dei grattacapi alla lunga. Con una certa abilità e qualche rapida decisione, comunque, potreste mantenere la situazione in pugno senza faticare troppo.

4. Se il terzo punto è delicato, questo quarto lo è ancora di più, più di tutti. Il passato del personaggio, qualora non pensato per bene, rischia davvero di risultare banale, stereotipato, di poco spessore... e di rovinare molte cose sin dall’inizio (una banalità fulminea, per farvi capire: se il personaggio ha visto morire sul rogo la madre da piccolo, potrebbe odiare il fuoco più di qualsiasi altra cosa; se questo lo decidete a posteriori, potreste rendervi conto che il suo comportamento ogni volta che l’avete messo di fronte a un fuoco è stato noncurante in modo irrealistico...). La storia del vostro personaggio, prima di fargli muovere il suo primo passo nel vostro romanzo, dovrebbe essere stata già pensata. Con il “non-metodo” non lo farete e vi ritroverete a mettere un particolare in fila all’altro, ma in ordine sparso. E sarà difficile unire poi i particolari in un disegno che abbia una forma sensata. Lo sarà quasi sempre.

Tra tutti gli aspetti di un romanzo, i personaggi sono probabilmente quello che trae maggior giovamento dal “non-metodo”. Gli aspetti negativi di non pensare ai personaggi come a qualcosa che si deve costruire prima (non necessariamente in nove mesi ;-), per poi lasciarli camminare per il vostro mondo in autonomia, sono difficoltà che si possono affrontare sperando di vincerle senza preoccuparsi troppo.

Vi devo forse dire che, più difficoltà vi creerete, più lavorerete durante la revisione? Ok, ok... per ora lascio perdere.

Inutile nascondersi dietro a un dito: alcuni dei miei personaggi migliori (considerate la cosa come un semplice dato; è sempre il giudizio del creatore sulle sue creature, non può essere imparziale) sono nati spontaneamente, prendendo vita mentre scrivevo, diventando sempre più veri di capitolo in capitolo. E soltanto poi vi ho ripensato per capire se c’era qualcosa di incoerente nel loro modo di pensare, di agire, di rapportarsi alla storia, agli eventi e al loro inesistente passato.

La prova fatta durante la stesura del mio ultimo romanzo vale soltanto in parte, perché, come ho già scritto, a un certo punto ho dovuto cominciare a pianificare per esigenze editoriali.

Tuttavia, finché non avevo pianificato i miei personaggi stavano venendo piuttosto bene. Certo, poi, pianificando, ho aggiunto particolari e il loro spessore è aumentato... e non sono così incline a pensare che tali particolari siano soltanto delle ciliegine sulla torta. Anzi, in taluni casi hanno dato un senso compiuto alle azioni e alle reazioni di alcuni di essi, azioni e reazioni che fino ad allora non avevo ben compreso nemmeno io.

In talaltri, però, sono davvero particolari... ciliegine.

Quindi, tentando di essere onesto nei vostri confronti sino all’ultima ciocca di capelli, è sicuramente possibile caratterizzare i vostri personaggi senza star lì a compilare schede di ragionate caratteristiche psicofisiche e passati burrascosi che puntano a sogni irrealizzabili.

Lo spessore e la spontaneità, in poche parole, possono andare di pari passo.

Nel prossimo capitolo affronterò la trama del “non-metodo”... oh-oh... ;-)