ATTO II: The Tower That Ate The People

La lirica successiva, ‘The Tower That Ate The People’ ci proietta nell’era industriale  capitanata da Ion, così simile alla società in cui viviamo noi oggi. A seguito della casuale scoperta del ferro e del carbone, l’erede di Theo, convinto di fare il meglio per la sua gente, guida gli Oviani verso una nuova epoca: l’agricoltura viene completamente trascurata, mentre tutti si dedicano alla costruzione di  un’enorme torre tecnologica in cui, d’ora in poi, verranno sintetizzate e stipate tutte le risorse. Impressionante è, a questo punto, la maestosità della struttura ferrea a 4 piani  che emerge dal palco semovibile del Millennium (palco il cui funzionamento ricorda da vicino, peraltro, quello usato da Gabriel in occasione dell''Us Tour'). Sembra di assistere alla costruzione di una moderna Babele: “innalzeremo fino a toccare il cielo”, cantano — in tuta da lavoro -  gli attori del Millennium, mimando in sincronia — con delle aste — i movimenti delle pale da scavo. E, al deciso e incalzante ritmo ‘industrial’ della canzone, paiono veramente muniti dello stesso proposito dei loro  antesignani biblici che miravano a raggiungere Dio.

Ancora, non è difficile scorgere l’attualità del messaggio lanciato: si tratta di un ammonimento sull’uso sconsiderato della tecnologia, che in mano all’uomo, sostituitosi a Dio, ma privo della Sua onniscienza, non sempre riesce ad operare un bilanciamento tra tecnica e natura. Come un bambino che gioca coi cerini, l’uomo non si rende perfettamente conto della potenza racchiusa nelle proprie invenzioni e può venirne travolto. E’ facile leggere qui,  fuor di metafora, i principali dibattiti degli ultimi anni: l’equilibrio dell’ecosistema, le biotecnologie, la clonazione ecc. ecc. Badate che non si tratta di strali oscurantisti verso il progresso, ma, lo ripeto, un semplice invito a ponderare attentamente le ripercussioni  secondarie che qualsiasi applicazione tecnologica può recare o meno con sé. E’ questo infatti il paradosso  della nostra epoca: “più siamo protetti, più siamo intrappolati all’interno (della torre)”, recita la lirica. Più  opzioni si hanno, più è difficile applicare le giuste soluzioni; più agevolazioni si hanno a disposizione, più difficile diventa fare a meno delle macchine e più è facile diventarne schiavi (“L’uomo nutre la macchina, la macchina nutre l’uomo”). Ma il messaggio parla anche delle moderne discriminazioni che una sbilanciata distribuzione delle risorse viene a creare: dalla coabitazione nella torre la razza dello Skyboy viene infatti esclusa,  e, a un certo punto,  essa, reietta e impoverita, comincia a morire d’inedia.  Senza voler fare retorica, non è forse quello che accade oggi fra i Paesi industrializzati e quelli del Terzo Mondo?

ovo 1
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Ma torniamo alla vicenda di OVO: Sofia e lo Skyboy continuano a trovarsi di nascosto nel loro bosco. Quelle sono ormai le uniche ore felici che trascorrono nella loro esistenza. Per la seconda volta si avverte la sensazione di un pericolo incombente. Non so quanto sia casuale e meramente ‘coreografica’ la presenza di un coniglietto nella scena del cartoon, visto che nella simbologia totemica questo roditore rappresenta, tra l’altro, il paradosso e la contraddizione (che riflette le caratteristiche dell’era in cui i due stanno vivendo), il muoversi attraverso la paura (gli incontri di Sofia e dello Skyboy avvengono infatti segretamente), ma anche il rafforzamento dell’intuizione e degli insegnamenti celati ad occhi non attenti (e i due presagiscono inequivocabilmente un nuovo cambiamento nell’aria).

E infatti, qualcosa esplode: la razza dello Skyboy, esasperata, passa all’azione, impossessandosi della Torre con l’aiuto di Sofia e di Beth. Ion, che aveva confinato la razza celeste perché la riteneva erroneamente responsabile della morte di suo padre, capisce di essere la causa degli sconvolgimenti sociali ed ecologici che si sono verificati, e, pertanto, si getta dalla Torre.

Alla fine dei combattimenti quest’ultima viene rasa al suolo, ma con essa periscono in molti, Beth compresa.  

ATTO III: The nest that sailed the sky

Rimasta sola al mondo, Sophia, piangente, pianta sulla tomba della madre una ghianda che aveva salvato dall’albero centrale del giardino paterno, ai bei tempi in cui la famiglia viveva unita e felice. Un albero che Theo aveva sempre accudito amorevolmente, perché rappresentava il simbolo delle loro origini.

E’ interessante notare che, nel linguaggio simbolico, la ghianda viene ricondotta all’idea di protezione e fertilità. E, infatti, un attimo dopo, sopraggiunge lo Skyboy a portare via con sé la sua amata Sofia e i due concepiscono il piccolo Ovo. Il giorno seguente si sposano nei pressi dello specchio d’acqua dove si erano incontrati la prima volta. Sofia decide di deporre il suo bouquet nuziale sulla tomba della madre e, con somma meraviglia, nota che la ghianda che lei stessa aveva piantato il giorno prima è germogliata e che, da essa, una magnifica quercia si è nottetempo sviluppata.

Credo che, come per tutti i particolari di OVO, nemmeno la scelta del tipo di albero sia casuale. Nell’immaginario collettivo la quercia è simbolo di vigore e stabilità. E’ stata  considerata sacra da innumerevoli culture ed è stata tenuta in particolare considerazione da quelle Nordiche e Celtiche per via delle sue dimensioni e della sua longevità (è interessante notare come essa fosse considerata l’elemento che univa i 3 Regni - del Cielo, della Terra e del Mare - e come con la stessa esatta simbologia si possa ‘leggere’ anche il ruolo della quercia di OVO.

Pare che i Druidi tenessero lezione sotto le sue fronde ed essa è presente negli incantesimi che mirano alla stabilità, al successo, alla protezione e alla forza. E’ stata associata a molte divinità quali Zeus e Thor, forse per la facilità con cui essa viene colpita dai fulmini durante i temporali, o a figure leggendarie come quella inglese di Herne il Cacciatore. L’insegnamento spirituale che le viene attribuito è quello di  suggerire di essere vigoroso, saggio e capace di recupero  nonostante l’imprevedibilità della vita che può  colpire all’improvviso proprio come la saetta fa con la quercia.