Ormai vi abbiamo parlato di un bel gruppo di creature, frutto di quella gran meraviglia che è la fantasia degli esseri umani. E ancora ve ne parleremo, potete stare tranquilli.

Spesso e volentieri abbiamo visto come i miti possano nascere dai fatti, e improbabili mostri siano stati ispirati da animali realmente esistiti. O specie davvero presenti in natura possano aver in qualche modo dato credito alle leggende.

Questa volta vi vogliamo presentare una creatura leggendaria che esiste davvero. Niente criptozoologia, fumose e improbabili fotografie o vecchi racconti della nonna davanti al fuoco; esagerazioni da pescatori a parte e lasciando correre qualche componente folkloristica, vi porteremo nelle gelide profondità oceaniche per conoscere uno dei più grandi animali che abbia mai messo tentacolo sulla faccia della Terra: il Kraken.

 

No, non stiamo scherzando. Per quello che riguarda la lingua italiana, ci siamo presi una piccola licenza; stessimo scrivendo in tedesco, nemmeno quella. Capirete il perché alla fine dell’articolo. E vi assicuriamo che dopo questo viaggio in territori inesplorati, davvero ci viene da pensare che chi cerca misteriose forme di vita fra le stelle forse dovrebbe imparare a guardare meglio in casa propria. Là, dove dimorano i mostri.

Storie di mare

Siamo nel diciassettesimo secolo, quando il vescovo danese Bergen Erik Ludvigse Pontoppidan sta chino sulla scrivania ad ascoltare il rumore di una  penna d’oca grattare il foglio di pergamena.

Come è capitato nel passato a uomini di Chiesa ben più illustri di lui, Pontoppidan è affascinato dalle creature di Dio diverse dagli uomini, da quelle curiose e mostruose espressioni del Creato che terrorizzano gli ignoranti. Per questo sta redigendo il suo Natural History of Norway, racconto di una terra dove la forza della natura (e di Dio) si esprime in tutta la sua violenza, nelle onde che si infrangono sulle superfici scoscese dei fiordi, nelle immense distese ghiacciate.

Pontoppidan ha davanti a sé gli appunti presi durante le conversazioni con alcuni uomini di mare rozzi e ignoranti, con la pelle riarsa del sole e il ventre duro come la pietra. Ma soprattutto ha davanti a sé gli scritti del grande Carl von Linné, suo stimatissimo contemporaneo e collega. Il nostro buon vescovo spera di emularne le gesta.

L’occhio gli cade su uno una parola corta e fredda, un nome terribile quasi quanto il mostro che lo porta: Kraken. Il nome scientifico che gli dà Linneo è Microcosmus; molto meno adatto, crede il nostro bravo uomo di Dio. Chissà perché, Linneo ha voluto escludere il mostro dalla nuova edizione del suo Sistema Naturae. Mancavano le prove empiriche, dicono nell’ambiente. I letterati e il loro sciocco secolo dei lumi! Come fanno a non capire che la magnificenza di Dio si manifesta in modo ancor più chiaro nella forma di creature così immense, di leviatani al paragone dei quali l’uomo non è che un mero insetto? A che serve cercare la sostanza, se il potere divino si manifesta in modo così mirabile nella forma?

 

Pontoppidan studia gli appunti. Uno dei marinai conosceva una storia, di certo autentica: un giorno un peschereggio si era spinto più in là del solito, e aveva attraccato su una piccola isola immersa nella nebbia. Lì, in quel piccolo arcipelago, gli uomini della barca avevano ben pensato di fermarsi per  cucinare il solito pasto di pesce. Appena ebbero acceso il fuoco, la terra aveva cominciato a tremare, e un’orribile puzza di cadavere riempì loro le narici.

In  un attimo, giganteschi tentacoli da polpo erano emersi dalle acque gorgoglianti, e l’isola si era inabissata con tutto l’equipaggio della barca da pesca. Solo un giovane era sopravvissuto, giusto per raccontare la storia e serbare nel cuore l’immagine dell’occhio perlaceo del mostro, grande come la ruota di un carro.

Il nostro buon vescovo scorre un’ultima volta la mano sugli scritti che ha davanti, con le dita che fremono per iniziare il lavoro. Un altro uomo del porto ha raccontato di enormi mulinelli generati dalla bocca della creatura. Giura di averne visto un esemplare morto, una volta, quando era imbarcato per la Compagnia delle Indie Orientali a ovest dell’Africa. Tutti dicono che i tentacoli del mostro sono in grado di spezzare lo scafo della nave più resistente.

Pontoppidan ricorda con chiarezza un grosso telo fatto di pelle di capodoglio, mostratogli da un ex nostromo in una locanda di Amsterdam. Le cicatrici circolari, uguali a quelle lasciate dalle ventose dei calamari, avevano almeno mezzo metro di diametro. Fatto un semplice calcolo, la creatura doveva misurare almeno 250 metri e pesare un migliaio di tonnellate.

Il religioso si fa il segno della croce, e comincia a scrivere del suo mostro.

 

23 marzo 1941, al largo di Freetown. I naufraghi della nave da trasporto Britannia evitano di guardarsi negli occhi, mentre si stringono nelle spalle per il freddo. I tedeschi hanno affondato la barca su cui alcuni di loro avevano passato gran parte della vita, e ora il futuro sembra davvero cupo.

Uno osserva l’acqua immobile; è come se vedesse la svastica dipinta sul quadrante del Big Ben, mentre quei figli che marinai come loro hanno visto poco e amato meno del dovuto, fanno il saluto nazista davanti alle porte della scuola.

In un attimo i compagni vedono l'uomo sparire fra le acque, afferrato da quello che sembra essere un enorme serpente. In seguito giureranno di aver sentito masticare l’animale, mentre il loro amico veniva trascinato giù. Il vecchio cuoco dalla barba rossa pronuncia a bassa voce una frase che ripeteva spesso suo nonno: "Davy Jones Locker".