La settima giornata del Far East Film Festival 2026 delinea un percorso tematico netto, focalizzato sulla resilienza emotiva di fronte alle distorsioni della realtà e del tempo. Le tre opere in rassegna, pur muovendosi tra coordinate di genere distanti — dal paradosso sci-fi alla cronaca sociale di provincia — condividono un'indagine profonda sulla capacità dell'individuo di autodeterminarsi. Al centro del dibattito critico emerge la tensione tra il desiderio di riscatto e l'ineluttabilità di scelte spesso condizionate da contesti sistemici o anomalie temporali, offrendo uno spaccato puntuale sulla ricerca di senso nella condizione contemporanea.
Once We Were Us
Once We Were Us di Kim Do-young è la più classica storia d'amore di una coppia che si ritrova dopo anni e riflette sul proprio passato. Jeong-won è un giovane programmatore con il sogno di realizzare un videogioco a cui lavora da anni; Eun-ho è un'orfana che non ha mai avuto una vera casa e, per questo, vuole essere un architetto. I due diventano dapprima grandi amici – nonostante Jeong-won sia sempre stato innamorato di lei – finché, una sera di Capodanno, tra i due sboccia finalmente l'amore. Questa storia viene raccontata dai due protagonisti, incontratisi per caso in aeroporto, attraverso un flashback carico di emozioni su una relazione che ha segnato profondamente le loro vite.
Cosa sarebbe potuto accadere se avessimo preso anche una sola decisione diversa? Il passato sarebbe cambiato, modificando l'andamento della vita? La risposta di Once We Were Us è no, perché le decisioni vengono maturate attraverso un processo lento che porta a scelte inevitabili. Per quanto la storia d'amore tra i protagonisti fosse all'inizio idilliaca, le difficoltà oggettive portano a una conclusione che non è dettata da una "sliding door", ma da un accumulo di momenti. Tuttavia, seppure la decisione di Jeong-won ed Eun-ho si sia rivelata col senno di poi quella giusta, ciò nondimeno rimangono il rimpianto e la nostalgia per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.
Measure in Love
Measure in Love di Kung Siu-ping parte da un’idea singolare: il mondo, dopo un cataclisma, è diviso da un muro gravitazionale che ha creato due zone con differenti tempi e gravità. Un giorno nella Zona Aurora equivale a un anno nella Zona Sempreverde, che viene sfruttata per incrementare la produttività. C’è dunque un’enorme disparità economica tra le due parti del mondo e i suoi abitanti, ma un gruppo di medici di Aurora decide di attraversare il valico e, una volta all’anno, presta soccorso ai poveri di Sempreverde. È così che s’incontrano la futura dottoressa Ann-Jean e l’orfano Tato, che si prende una cotta per lei. La donna liquida il sentimento del ragazzino come una semplice infatuazione adolescenziale ma, quando torna pochi giorni dopo, Tato è già diventato un uomo adulto, innamorato di lei ormai da decenni.
Measure in Love si interroga, attraverso un paradosso, su come lo scorrere del tempo e dei sentimenti possa essere percepito in maniera totalmente diversa all’interno di una relazione. Ciò che per Tato è un amore cristallino e chiaro, che non ha bisogno di alcuna riflessione, per Ann-Jean è invece un sentimento più complesso, che necessita di tempo per essere valutato. La rappresentazione dello sfasamento sentimentale dei due protagonisti diventa, nel film, un vero e proprio sfasamento temporale. Si tratta di un tema molto interessante che però non trova un’adeguata messa in scena, specialmente quando viene impiegata la computer grafica: si veda la scena del neonato appena partorito che fluttua come un palloncino a causa della bassa gravità, o la rappresentazione del mondo di Sempreverde, dove è evidente la mancanza di un budget adeguato per un film di fantascienza. Manca poi, nella rappresentazione del legame tra i due, un’idea che renda più plausibile un innamoramento che invece rimane superficiale, simile a quello di due adolescenti alla loro prima cotta.
All Greens
All Greens di Koyama Takashi racconta la storia di un gruppo di ragazze adolescenti che cercano di sopravvivere alla mediocrità di una piccola città. Boku Hidemi sogna di sfondare come rapper, ma frequenta un istituto tecnico-commerciale di basso livello a Tokai-mura, un villaggio della prefettura di Ibaraki che offre poche prospettive per il futuro universitario. Anche a casa la situazione non è delle migliori e, per scappare da una vita senza sbocchi, Hidemi – insieme alle compagne di classe Miruku e Mako – avvia una coltivazione illegale di cannabis grazie a dei semi che si è procurata. I soldi sembrano essere l'unico mezzo per rendere possibile il sogno di lasciarsi alle spalle un'esistenza mediocre.
Koyama Takashi, che firma anche la sceneggiatura del film, ha il merito di aver focalizzato il punto di vista di un'adolescenza difficile calandola nel mondo femminile. A differenza di tante altre pellicole di genere, All Greens dimostra che l'irrequietezza delle ragazze non è dissimile da quella degli adolescenti maschi in quanto a dolore e frustrazione, aggiungendo però le problematiche di genere, come le molestie sessuali, che una giovane donna deve affrontare. Le tre amiche, tutte vittime dell'ingenuità della loro età, vivono in un mondo che non le capisce e in cui l’unico modo per affermarsi sembra essere il perseguimento dei propri interessi. Manca però un'analisi più profonda dell'amicizia che le lega, che finisce per risultare più dichiarata che mostrata. Più in generale, la pellicola sembra in diversi momenti girare a vuoto senza centrare mai davvero il punto, procedendo con ritmi altalenanti tra il racconto puro e il senso profondo di ciò che si sta mostrando.










