La domanda, prima di entrare al cinema, non era peregrina: c'è ancora qualcosa da raccontare nella saga di Toy Story? Nei 31 anni da Toy Story – Il mondo dei giocattoli, film diretto da John Lasseter che rappresentò l'esordio della Pixar nel lungometraggio, il mondo è cambiato. Ma la saga, sin dagli esordi, raccontato la crescita, il passaggio dall'età dei giocattolia a quella "adulta". I bambini dei primi film sono cresciuti, così come i personaggi protagonisti, che da giocattoli bidimensionali sono diventati individui consapevoli, fino a diventare, in Toy Story 4 con Woody e altri, padroni del loro destino, a cui non serve un umano per sentire di avere un significato.
Non per tutti è stato così e la protagonista assoluta di questo quinto capitolo, Jessie, sente ancora forte la necessità di una bambina con cui rapportarsi. Come ogni capitolo di una saga, anche Toy Story 5 ripropone elementi riconoscibili, in questo caso cercando però di aggiornare il contesto.
Un elemento tipico della saga è la mancata accettazione da parte dei giocattoli del fatto che i bambini crescono e che prima o poi si verrà "posati". Un altro è il rapporto tra i giocattoli anziani della casa e un giocattolo nuovo arrivato. Se nel primo episodio la novità era il fiammante Buzz Lightyear, contrapposto al "vecchio" Woody, questa volta il nemico è rappresentato dalle tecnologie digitali: in particolare da un pad giocattolo di nome Lilypad, regalato alla piccola Bonnie dai genitori perché ormai è il gioco preferito di tutti i bambini, e questi sperano che in tal modo la piccola possa fare delle amicizie nel vicinato.
Il pad rapisce di botto tutto il tempo e l'attenzione della bambina, ma Jessie non si rassegna. Affronta a muso duro il "nemico", cercando al contempo di aiutare Bonnie a fare nuove amicizie. Ad aiutarla però non ci saranno solo i vecchi giocattoli, come gli alleati di sempre, dall'amato Buzz all'ormai libero Woody, ma anche alcuni giocattoli digitali di generazioni precedenti a Lilypad, Smarty Pants, Atlas e Snappy.
Ci sarà anche un insperato aiuto, da parte di un plotone di Buzz Lighyear di nuova generazione, il cui ruolo è tutto da scoprire.
Sì perché, se pensiamo che i primi videogiochi a led con pile sono in fondo degli anni '70, anche per i giochi digitali c'è il conflitto tra vecchie e nuove generazioni, e anche loro sono costretti a dover accettare non solo il ricambio, ma anche il fatto che i bambini crescono e con essi le loro esigenze.
Smarty Pants, Atlas e Snappy non sono giocattoli "vecchio stile" nel senso tradizionale, ma vecchie tecnologie già superate da una tecnologia più nuova (Lilypad).
Quindi il film non racconta solo passato contro presente, ma anche l'invecchiamento del digitale stesso, narrando l'obsolescenza come tema trasversale, che riguarda tanto i giocattoli fisici quanto i dispositivi elettronici.
Ma, come è sempre stato, la capacità di ravvedersi da parte dei giocattoli, analogici o digitali che siano, di fare squadra e superare le differenze, sarà l'elemento che consentirà di salvare la situazione.
Ben lungi da essere un inno al giocattolo analogico, la sceneggiatura scritta dai co-registi Andrew Stanton e Kenna Harris, se da un lato punta l'indice su come i dispositivi digitali rubino tempo e attenzione, cerca anche di non demonizzarli, mostrandoci anche quanto utili possano essere.
Un gioco di equilibri che è il cuore del progetto, che sorprende lo spettatore perché conferma come la saga di Toy Story sia centrale nel definire il rapporto della Pixar con la sua "missione aziendale", ovvero la sua poetica narrativa.
Il film punta alle nuove generazioni, strizzando l'occhio a quei genitori che all'epoca del primo film erano bambini, anche se è meno citazionista dei film precedenti. Ma tutto quando detto non avrebbe importanza se Toy Story, in fin dei conti, non fosse un film che, oltre a fare riflettere e ad avere una funzione pedagogica, riesce a divertire, commuovere, emozionare.

















