28 marzo 2002
Sobborghi di Sverdlovsk, Urali.
Quel giorno l’aria era fresca e pochi uccelli volteggiavano nel cielo grigio. Il mio cavaliere disse, guardando quegli uccelli: – La primavera non è lontana.
Ora, caro lettore, penserai che quello sia stato un commento sciocco. Tu che forse, in un futuro lontano, sei abituato a macchine intelligenti che prevedono il tempo e di certo non ti serve guardare gli uccelli e odorare l’aria del mattino, per sapere che le stagioni cambiano, penserai a quanto eravamo romantici e primitivi.
Chissà se vivi in una di quelle città sognate dall’Illuso, come chiamo quel piccolo ometto che si crede molto grande, il Padrone di questo paese; una città dove il clima è costruito da mani umane, dove piove a comando ed è sempre primavera. Dove le macchine intelligenti dominano anche l’ultimo aspetto, la Morte.
Ma il mio mondo è un retaggio di un tempo molto antico, quanto queste montagne basse e brulle erano alte vette, e non erano nere della polvere di carbone e del petrolio che viene estratto dalle macchine ogni giorno.
Per me le parole del mio cavaliere sono state tutto fuorché “sciocche”.
Sapevo che quel giorno sarebbe stato diverso; l’inizio di qualcosa, la fine di un’altra.
No, non sto parlando solo del tempo, caro lettore.
L’Illuso mi aveva dato un compito e, sebbene non avessi molti motivi per fare quello che mi diceva, sapevo che avrei dovuto farlo. La storia, e tu, lettore, forse mi avranno già giudicata.
– Cosa ne pensi, Duca? – gli chiesi. “Duca” non è un nome, ma un titolo: da tempo non era più “duca” di nulla, ma tra noi era ormai un nomignolo familiare.
Lui non rispose subito, come sempre. Cosa si agitasse dentro quell’elmo di titanio, non l’ho mai capito sul serio, nonostante le centinaia di anni che siamo stati insieme, io la Strega, lui il mio Braccio, la mia Spada.
Alla fine la voce venne da sotto la celata, lenta e secca: – In questi mesi non abbiamo trovato alcun bambino speciale, in questo inferno in Terra. Ma mi chiedo: cosa farai, quando lo avrai trovato? Lo consegnerai all’Illuso?
Io risi e sono sicura che per la gente che ci stava intorno fu una risata fuori luogo. La strada principale, un nastro di asfalto mezzo corroso, correva in mezzo a miseri tuguri costruiti con lamiere e mattoni crudi. Là in fondo si alzavano e abbassavano con un ritmo ineguale le teste d’airone di ferro delle pompe sui pozzi petroliferi. Una caligine nera simile al velo di una giovane sposa in lutto avanzava dai pozzi verso di noi: anni di quella polvere avevano ricoperto tutto l’abitato, se “abitato” si può così definire, tanto che le case parevano trasudare petrolio.
– Non si può dire che io collabori con lui – risposi. – Abbiamo la possibilità di cercare quello che ci serve, senza che i cani dell’Illuso ci mordano le posteriora tutto il tempo. Cosa ne faremo, dopo, potrebbe non essere nemmeno rilevante.
– Lo sarà per Lui.
– Quello che Lui pensa sono soltanto un trono di bugie, su cui è stato fatto sedere da un potere più grande.
Il mio cavaliere non mi chiese “quanto cercheremo ancora”? O “perché proprio qui”? Non avrebbe mai fatto domande del genere; sapeva bene che gli avrei risposto “Tutto il tempo che servirà” e “Il mio intuito di strega”.
Ma perché ho cominciato questo capitolo, caro lettore, proprio da questa mattina?
Perché questa è una mattina speciale.
Un ufficiale delle SS con il suo seguito di mastini, appoggiati alla loro jeep militare, osservava con noia un gruppo di “popolani” mentre, a fatica, cercavano di pulire dal petrolio una grande pompa, scaricata da un camion là vicino. L’ufficiale, un ragazzo giovane e biondissimo, si stava sventolando il volto con il berretto e aveva il primo bottone di quella odiosa nera divisa aperta, ma appena ci vide si affrettò a rimettersi il berretto, aggiustarsi il colletto e abbaiare degli ordini ai suoi.
Il più grosso dei suoi, che, con buona pace dei geni superiori ariani, doveva avere una importante dose di sangue cosacco nelle vene, si alzò con evidente dispiacere dal sedile. Individuò con una sola occhiata uno dei lavoratori che aveva dimostrato appena una frazione di lentezza più degli altri.
Gli si accostò e senza alcun preavviso lo colpì con violenza nella schiena con il calcio del fucile. Il povero uomo non si era neppure accorto che gli si fosse avvicinato: cascò in avanti sull’asfalto, con un singhiozzo soffocato.
– Sono delle bestie – disse il Duca.
– I soldati del glorioso Reich o le loro vittime?
– Entrambi; sono così abituati ai loro ruoli che gli uni infliggono dolore senza provare nulla e, guarda mia signora, gli altri che lo subiscono nemmeno piangono o gridano.
– È così dappertutto – risposi. – Una lunga notte è calata sui figli dell’uomo.
Caro lettore, penserai che io sia senza cuore. Ogni giorno avrei potuto fare qualcosa per quelle persone, bloccare il braccio dell’aguzzino, placare la furia del macellaio.
Ma il mio compito era, ed è, un altro. Come ti dissi nei primi capitoli la strada che ho percorso è stata dura e spietata. Per salvare milioni ho dovuto sacrificare le centinaia.
Non intendo giustificarmi; la mia ricompensa, ad ogni modo, mi attende nell’Ade. Il mio tormento è già stato decretato e scritto sul papiro, che Minosse tiene tra gli artigli.
Quindi anche quella mattina passai avanti, una signora bianco vestita che a quei miserabili doveva sembrare proprio quello che ero: un mostro, una creatura non di questo mondo, altera e insensibile.
Ma ecco che, proprio in quel momento, lo sentii. Allora affrettai leggermente il passo e mi fermai davanti a una capanna sgangherata.
– Duca – dissi.
Il mio cavaliere aprì la porta per me. Dentro era buio, perché quelle case non avevano finestre, ed intriso di fetore, tanto che oscurità e puzza sembravano la stessa cosa.
Qualcosa di bianco si mosse in fondo. Per un istante mi sembrò poco di più di uno scheletro animato, ma c’era ancora della carne attaccata a quelle ossa.
Entrai e mi avvicinai alla bambina. Stava a testa bassa, rannicchiata come un rospo di palude. La gente di là non poteva guardare in faccia i propri padroni.
La ragazzina era completamente nuda e le ossa delle scapole sembravano sul punto di strappare la pelle della schiena.
I capelli erano una massa arruffata nera; io le afferrai la testa e la sollevai delicatamente verso di me.
I suoi enormi, spaventati, occhi azzurri mi fissarono. Uno dei due era morto, ma l’altro era lucido, acquoso, conficcato su di me, come se stesse guardando la cosa più stupefacente che avesse mai visto.
In fondo non aveva torto: sono pur sempre una Udug-hul, come mi chiamano quei poveretti che credono di comprendere la magia.
– Come ti chiami?
– Ah, ugh.
– Non sai parlare?
– Non ho un nome, signora.
– I tuoi genitori?
La bambina scosse la testa.
Non era strano che gli schiavi di questa miniera moderna di oro nero producessero altri della loro nidiata e morissero il giorno dopo, in un incidente, per le percosse, o solo per il sadico divertimento di qualche guardia; per cui erano moltissimi i bambini soli che si arrabattavano ai margini dei pozzi.
– Cosa ci fai qui?
– Cercavo… cibo – mormorò.
Coraggiosa! Sapeva che sarebbe stata come minimo ammazzata per aver provato a rubare. E come cosa peggiore, fustigata, forse violentata, anche se non avrei mai capito quale bestia avrebbe potuto ricavare del piacere da un corpo disfatto come quello, anche senza pensare che non era neanche vicino a essere una donna.
– Ci sono altri come te, da qualche parte?
Non rispose.
– Non devi aver paura di me. O forse dovresti, perché non sai che cosa sono io. Ma d’ora in poi ti garantisco che non patirai più la fame. E nessuno alzerà la mano su di te. In compenso, però, ti capiterà qualcosa di più orribile.
La bambina spalancò gli occhi, anche quello cieco. – Verrò mangiata?
– La vedi così? Mangiare o essere mangiati? Suppongo che sia inevitabile, vista la tua condizione – risposi. – Comunque non puoi rimanere senza nome: fammi pensare…
Sembrava un coniglio spelacchiato, tutto il contrario della nobile creatura che avrebbe dovuto essere.
– Nonostante il tuo aspetto orribile devi sapere che la tua anima brilla come una stella, dentro al mare di bitume umano. Per cui, ecco, ti chiamerò con un nome che nella vecchia lingua dei germani vuol dire “di nobile aspetto”.
La bambina mi fissò un’altra volta e la sorpresa che leggevo nel viso devastato era la stessa che forse provarono Adamo ed Eva la prima volta che misero il piede fuori dal Paradiso Terrestre. Paura. Sconcerto. Angoscia. Ma anche la possibilità, la speranza.
– Alice – esclamai.
Le presi la mano e lei la strinse. Da quel giorno sono successe molte cose, ma quello fu l’inizio. In una mattina poco prima della primavera, l’inizio di ogni inizio.
Capitolo 1 – Testa di mosca
Il treno fischiò in lontananza. Ariette sistemò in fretta la sua borsa. Si tolse le cuffie senza spegnere il telefono, lasciando a metà un poderoso coro di Wagner.
Si alzò in fretta dalla panca, ma si accorse che tutti gli altri che attendevano sulla banchina erano rimasti immobili.
La notte era già scesa sulla piccola stazione, appena pochi chilometri prima di Monaco, ma un miraggio di sole rimaneva ancora appiccicato sulla cima dello Zugspitze, simile a una aureola. Pochi, svogliati, passeggeri attendevano, nella ancora mite aria di inizio settembre.
Ariette però si tirò su il bavero della giacca; una giacca costosa, alla moda, comprata proprio a Monaco due giorni prima. Un bel fine settimana con Herbert. Alla mamma no, non piaceva: ma lui era il primo uomo che la faceva sentire qualcuno di importante.
Non una povera impiegata delle Reichgestellt, costretta a lavorare fino a tardi dal lunedì al venerdì, con quello stronzo di herr Minsk che godeva a farla sembrare una insignificante mosca grigia.
Il treno fischiò ancora, più vicino. Ariette si chiese perché nessuno desse segno di prepararsi. Quell’uomo sulla quarantina sotto all’orologio che leggeva il giornale con tutta calma, per esempio.
– Sei sempre troppo ansiosa, mia cara – le aveva detto Herbert e naturalmente aveva ragione. Ma lei aveva fretta di tornare a casa. Il wochenende era volato, domani avrebbe dovuto alzarsi presto.
Non si era accorta che l’uomo con il giornale si fosse avvicinato.
Aveva piegato il giornale sotto al braccio. Era alto e massiccio. Un volto quadrato, dove spiccavano due occhi annoiati. Capelli color cenere. Una inquietante cicatrice che gli andava dall’angolo della bocca fino all’orecchio destro.
– Oh, questa? – disse l’uomo, a cui non era sfuggito lo sguardo preoccupato di Ariette – Il ricordo di uno shackal ungherese, signorina, durante la guerra. Forse non gli andava come sorridevo.
L’uomo non sorrideva affatto e quelle parole dette con noncuranza non mostravano alcuna ironia. Ariette si strinse la borsa contro il corpo. – Cosa vuole? – disse bruscamente.
– Volevo consigliarle di allontanarsi dalla banchina – rispose l’uomo, toccandosi il cappello.
Ariette non capiva. – Cosa vuol dire? – rispose – Guardi che chiamo la polizia.
L’uomo increspò le labbra. Come per magia comparve un distintivo nella sua mano.
Ariette impallidì.
– Io, non pensavo – disse.
Improvvisamente non c’era più gente sotto alla pensilina. Ariette si voltò a destra e a sinistra, piena di paura. Le ombre dei gendarmi dietro il vetro dell’ufficio della stazione erano scomparse.
– Io aspetto solo il treno, non ho fatto nulla – esclamò.
– Ne sono sicuro signorina, ma vede, il treno che sta arrivando è un treno speciale – rispose l’uomo. – Forse non ha sentito l’annuncio, prima. Ho visto che aveva indosso le cuffiette.
– A–annuncio?
Il fischio esplose trionfante, proprio dietro alla curva prima della stazione.
– Temo che sia troppo tardi, adesso – disse lui.
Il treno comparve, dentro a una nuvola di fumo. Massiccio, un treno di altri tempi, la locomotiva sbuffante in mezzo a un torrente di miasma nero.
Passò davanti a loro in un rombo così forte da farla cadere in ginocchio, settemila tonnellate di acciaio lanciate a una velocità impossibile per delle ruote schioccanti sui binari. Ogni vagone che le saettava davanti agli occhi era un catafalco nero, tanto scuro che sembrava ingoiare le piccole luci della stazione.
Fuochi verdi e azzurri sprizzavano dalle ruote, fiamme verdi coronavano la sua sagoma lanciata attraverso lo spazio. Luci ancora più tetre, di un rosso cupo, brillavano come occhi di un mostro dalle piccole finestrelle.
Poi l’urlo da bestia della macchina sembrò fermarsi di colpo.
Ariette si accorse con orrore che contro ogni legge naturale e della ragione il treno si era fermato.
Proprio davanti a lei la porta a soffietto di una carrozza era aperta su di un baratro nero.
– Temo che dovrà salire, signorina Metz – disse l’uomo dalla cicatrice.
– Io non ho fatto nulla – si mise a piangere Ariette.
– Chi vede questo treno, deve salire – rispose lui. – E ora forza, salga. Non renda più complicate le cose. Le assicuro che non sarà più la grigia signorina Metz, impiegata delle poste. Non dovrà più preoccuparsi dei problemi di ogni giorno o di quelle sciocchezze dei suoi compagni degli attivisti contro il governo. Oh, non faccia quella faccia, certo che lo sappiamo. Ma non sarà sola. Glielo assicuro. In effetti, non conoscerà mai più il significato di solitudine.
Ariette si scoprì ad alzarsi, contro la sua volontà. Il suo cuore urlava di terrore, eppure le sue gambe si mossero in avanti.
Mise un piede sul predellino e le sembrò che la porta aperta respirasse come una creatura famelica, pregustando il boccone.
Dentro, nell’ombra, scorse una figura. Qualcosa vestito con l’uniforme delle ferrovie. Ma la sua testa era quella di una mosca gigantesca.
Ariette urlò, mentre veniva trascinata dentro. L’uomo sulla banchina disse: – Il suo biglietto è già stato pagato, signorina Metz.
Il treno ripartì in uno stridio assordante di ferro, raggiungendo in meno di un battito di ciglia la sua velocità impossibile, e corse fuori della stazione come un levriero, ululando sui binari.
L’uomo sulla banchina era già scomparso, come se non fosse mai esistito.
Da dietro alla colonna di ferro stile Belle Époque un’altra figura aveva assistito alla scena.
Una donna con un lungo abito nero, dai bottoni e dalle rifiniture in oro, un largo cappello nero con una fascia argento e il puntale altissimo.
– Falange – disse la donna dai lunghissimi capelli biondi, storcendo le labbra in una smorfia di disgusto. – Un giorno dovremo liberare il mondo da te.
E anche lei, dopo pochi istanti, fu come se non fosse mai stata là.
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